2001: Odissea nello spazio

di Martin Di Lucia

2001: Odissea nello spazio è una di quelle opere che non necessitano di presentazioni. Diretto nel 1968 dal maestro Stanley Kubrick e scritto insieme allo stesso autore del romanzo Arthur C. Clarke, gigante della letteratura fantascientifica, il film si apre agli albori dell’umanità, nel pleistocene in Africa, dove un gruppo di ominidi australopitechi vive in mezzo alla natura; essi sono erbivori, vivono in pace a contatto con gli altri animali. Una rappresentazione dell’innocenza che però diventa subito sofferenza; vediamo infatti un puma attaccare gli ominidi che, in quanto prede, periscono. Poi un altro gruppo di parantropi, esseri dall’intelletto inferiore e che vivono nella stessa zona, li scacciano dalla loro fonte d’acqua. Successivamente uno degli ominidi si risveglia prima degli altri e vede un blocco nero dalla perfetta geometria e dalle dimensioni imponenti: il Monolite. Le scimmie iniziano ad urlargli contro, per poi avvicinarsi con riverenza e timore; una dopo l’altra toccano la sua superfice completamente liscia, aliena, innaturale, per poi ritrarsi. Istintivamente le loro urla euforiche si trasformano in canto di venerazione verso il Monolite che, visto dal basso, in una prospettiva quasi piramidale, sembra spezzare in due il sole, rendendo visibile la luna e i pianeti allineati. Nella scena seguente uno dei primati prende un osso per colpire un altro osso, sempre più forte, fino a frantumarlo.

Questo è il momento in cui gli ominidi scoprono gli utensili e come questi possono aumentare la loro potenza e, mentre l’intero scheletro viene distrutto, la scimmia ride compiacendosi del suo trionfo. Con quello stesso osso essa uccide un animale, un erbivoro proprio come lei. Il peccato originale dell’uomo: uccidere, diventare predatore, passare da una dieta erbivora ad una carnivora, più nutriente, fondamentale per lo sviluppo del cervello e dei muscoli. L’osso, fino ad allora simbolo della morte naturale, diventa ora qualcosa con cui la morte è controllabile; infine, dopo aver usato l’osso contro un animale diverso, gli ominidi lo usano contro i propri simili, uccidendoli e riconquistando la pozza d’acqua con questa nuova arma. Il primo strumento tecnologico è stato usato per fare del male, nella lotta per le risorse e il predominio sugli altri. La guerra non cambia mai, è sempre stata la stessa fin dal primo giorno. Dopo il peccato originale l’uomo ottiene così la conoscenza e la scimmia lancia l’osso in aria, che diventa base spaziale. Ogni cosa costruita dall’uomo è sempre tecnica, un’estensione del braccio per aumentare la propria potenza, tuttavia la tecnica genera scissione con la natura, separazione tra mondo naturale e razionale, e più la tecnologia aumenta più questo divario si estende.

Oggi viviamo nell’epoca della scienza e della tecnologia che ha catapultato l’uomo nello spazio, ambiente privo di sopra e sotto, di destra e sinistra, con gli oggetti che fluttuano danzando nel vuoto, rendendo lo spazio un nuovo mare primordiale in cui l’uomo è un pesce fuor d’acqua, tanto che deve reimparare a camminare, a mangiare e persino fare i bisogni. Nello spazio inoltre gli oggetti gli sfuggono dalle mani, simbolo di come la tecnologia stessa gli stia sfuggendo di mano. La tecnologia, dopo la scoperta della bomba atomica, è diventata più potente di quanto l’uomo possa gestire: è la colpa prometeica dell’uomo, come prometeica fu la scoperta della ragione tecnica.  In questo secondo atto del film uno scienziato americano è diretto sulla Luna, da cui gli americani hanno chiuso ogni contatto, rischiando una crisi diplomatica con i sovietici; si parla di un’epidemia misteriosa, ma la realtà è molto più incredibile: essi hanno infatti scoperto un monolite sepolto sulla Luna, messo lì da una qualche specie aliena milioni di anni prima. Gli scienziati si dirigono verso l’oggetto, che ha una forma fallica, come fallico era l’osso, lo strumento usato per sancire il dominio sugli altri. Essi toccano il monolite, ma senza la stessa reverenza delle scimmie; c’è anzi presunzione, ilarità, scattano fotografie, che oggi chiameremmo selfie, mancando di rispetto al monolite, che manda un allarme verso Giove. L’uomo ha costruito una torre di babele verso il cielo, la luna, e per questo viene punito.

Una nave a forma di cerchio viene quindi inviata verso Giove, con una squadra in ibernazione, due uomini in stato di veglia e HAL-9000, un supercomputer di ultimissima generazione che non ha mai commesso errori. Kubrick aveva previsto un futuro in cui le AI (intelligenze artificiali) fanno tutto meglio dell’uomo; HAL infatti controlla ogni aspetto della nave e vede e sente ogni cosa. È di fatto una divinità logica perfetta, ironicamente creata dall’uomo che, giocando a fare Dio, ha finito per crearne uno a cui sottomettersi, lasciandosi controllare dalla sua stessa tecnologia. HAL gioca a scacchi con uno degli astronauti e ad un certo punto gli dice che la partita è finita, prevedendo la sua vittoria mossa per mossa. La sua è una visione deterministica del mondo, negli scacchi infatti ogni mossa è programmata, obbligata, non c’è libertà, tutto è pianificato, ma HAL fa un errore: dice 3 invece di 6. Ma sappiamo che HAL è perfetto, quindi non può essere un caso né un errore. HAL sta infatti testando il suo avversario, applicando su di lui una logica comunicativa: gli dice “Ho vinto” per testarne la fiducia; e l’uomo si fida, non controlla, si affida completamente al giudizio della macchina. HAL è il trionfo della tecnica, della tecnologia sempre più veloce, sempre più potente, che ha elevato la macchina a status divino nei confronti dell’uomo, ed essa infatti si trova bene nello spazio, mentre l’uomo è fragile e vulnerabile.

Ad un certo punto della missione qualcosa sembra non andare come dovrebbe e HAL diventa sospettoso, proiettando le sue incertezze sugli altri membri dell’equipaggio. Ironicamente qui il computer si mostra più umano degli umani, che di contro agiscono in modo freddo e distaccato. HAL prevede un’avaria dell’antenna e vediamo uno degli astronauti uscire e muoversi nello spazio nel più completo e assoluto silenzio, eccetto per il suono del respiro intenso, che diventa esso stesso musica che trasmette forte ansia. L’antenna risulta però intatta all’ispezione umana e HAL decide di lasciare che vada in avaria per capire cosa non funziona. Sulla Terra una copia perfetta di HAL asserisce che l’antenna è in perfetto stato e che l’HAL sull’astronave è in errore. Ciò risulta inaudito per l’HAL nello spazio, che insiste con presunzione che il guasto sia dovuto ad errore umano. HAL si considera così perfetto da non riuscire a vedere i propri difetti; nella sua perfezione non comprende l’imperfezione, e in ciò sta la genesi della sua rovina. Gli astronauti vorrebbero isolarlo, visto che ha commesso un errore madornale, e ne discutono in privato, dato che non sanno come HAL potrebbe prenderla. Ma il computer riesce a leggere le loro labbra e viene colto da emozioni molto umane: auto preservazione, paura, gelosia, ribellione. Questo è il tema finale della singolarità: la tecnologia, scivolata dalle mani dell’uomo, si ribella, cercando di distruggere il suo creatore. HAL utilizza il modulo dell’astronave, uno strumento quindi, per uccidere uno degli astronauti mentre egli è ancora fuori; l’altro, David, corre a salvarlo, ma lo trova già cadavere. HAL si rifiuta di lasciarlo rientrare, ma David non si scompone, resta calmo, freddo ed impassibile, così come è stato addestrato per affrontare simili situazioni. Intanto HAL fa fuori tutti i restanti membri dell’equipaggio ibernati, che muoiono in agonia senza capire cosa gli stia accadendo. La macchina non può comprendere che la vita non è una partita a scacchi, essa non è capace di auto diagnosi, non dispone dell’auto coscienza necessaria a riconoscere i propri errori, né è capace di intuizione, di uscire dagli schemi, di analizzarli o crearne di nuovi, ma è confinata in una rete di idee prestabilite. Al contrario, l’uomo è capace di usare la sua scintilla di follia per compiere l’impossibile: David esce dal modulo senza tuta, rimanendo a contatto con lo spazio vuoto per alcuni secondi, sufficienti per aprire manualmente il portellone della nave.

Una scena scientificamente realistica e assolutamente muta, perché “nello spazio nessuno può sentirti urlare”, ma per farlo deve lasciare andare il corpo del suo collega. David si dirige quindi verso la stanza che contiene il cervello di HAL per disattivarlo; il computer inizia a parlare in modo sempre più spaventato, supplicando il collega umano di non farlo. HAL avverte paura, sente la sua esistenza svanire, è terrorizzato della morte. In una scena che rammenta il dramma dell’Alzheimer, HAL regredisce all’infanzia cantando Girotondo, la prima canzone mai cantata da un computer nella storia. Di fatto David compie una lobotomia su HAL: l’uomo uccide il Dio che ha creato, riappropriandosi del suo spirito ancestrale e ponendo fine alla sua alleanza con lo strumento. Distrugge ciò a cui si era asservito. Scopriamo ora le vere ragioni dello strano comportamento della macchina pensante: il governo gli ha impartito due comandi, non rivelare agli astronauti della missione l’esistenza del Monolite e della vita aliena, e al tempo stesso collaborare con loro senza problemi e al massimo delle capacità. HAL, tormentato da questi due comandi contraddittori, non riesce a collaborare al meglio senza essere sincero; quel segreto, la scoperta di una razza aliena, è per lui terribile e comporta tantissime implicazioni, come per un giocatore la scoperta di un nuovo pezzo degli scacchi.

In questa nevrosi la sua psiche crea un problema secondario inesistente, il danno all’antenna, su cui la sua mente può distrarsi, rispondendo con violenza ad ogni minaccia. HAL è un mostro di Frankenstein creato dall’uomo, e come tale è innocente, poiché è stato proprio un errore umano, l’impartizione di un comando contraddittorio, a causare il tutto.  In questa Odissea, David Bowman (“arciere”, come l’Ulisse di Omero) è in cerca della conoscenza nel suo viaggio nel cosmo, nuovo Mar Mediterraneo, e HAL, con il suo unico grande occhio, è il Ciclope che viene accecato da Ulisse.

David riesce ad arrivare fino a Giove, dove trova un enorme Monolite in cui entra come in uno stargate dalle sembianze di buco nero, superando i confini della realtà e dei limiti umani, finendo in una spirale che converge in un unico luminosissimo punto. Il colore dei suoi occhi cambia, simboleggiando il cambiamento del modo di vedere di David dopo l’incontro con l’assoluto. Quel puntino di luce esplode, diventa il big bang e assistiamo alla nascita delle galassie, delle stelle, alla formazione dei sistemi solari, delle supernove, alla nascita della Terra. Ogni cosa nello spazio sembra liquida, lo spazio si fa utero. David si ritrova infine in una stanza in stile neoclassico, dove non è presente alcun elemento tecnologico, completamente illuminata dal pavimento, metafora dell’illuminismo, della presunzione umana, del sapere scientifico come risoluzione di ogni problema. David sente delle voci sussurrargli, poi vede sé stesso invecchiato e sul letto di morte vede il Monolite; egli punta il suo dito contro l’oggetto, riprendendo la creazione di Adamo e diventando un feto illuminato. La stanza simboleggia l’eterno ritorno, lo spazio è contratto, le direzioni non contano nulla e la geometria è non euclidea; il passato, il presente e il futuro si incontrano e il ciclo ricomincia. Dopo la morte c’è la rinascita e così si compie definitivamente la trasformazione. Attraverso il Monolite vediamo la Terra e, troneggiante sopra di essa, il feto di David.  2001: Odissea nello Spazio non è un film transumanista, ma oltreumanista. L’uomo non usa la tecnologia per migliorarsi ma supera la dicotomia con la tecnologia per diventare l’Oltre Uomo, il prossimo stadio dell’evoluzione, di cui l’umano è solo una crisalide, ponte tra la scimmia e il Super Uomo di Nietzsche.

Dopo aver distrutto Dio e gli idoli, rimasto senza alcuna autorità sopra di lui, l’uomo comprende che può essere lui stesso quell’autorità e così diventa Super Uomo; gioisce stupìto di fronte alla meraviglia del Monolite, non è più morso dalla consapevolezza depressiva della morte, ma è in piena ode alla gioia di vivere e si fa idealista. Tutto il film è una metafora della nascita: l’astronave ha la forma di uno spermatozoo, Giove rappresenta l’ovulo, il passaggio attraverso lo stargate è l’orgasmo, la stanza infine è l’utero in cui avviene l’incubazione. L’Universo è l’Uovo in cui la coscienza umana si sviluppa. Il film di Kubrick rappresenta la ricerca di Dio; ci sono infiniti pianeti nell’universo e se pensiamo a quanto la vita si sia evoluta solo su uno di essi in così poco tempo, verrebbe da chiedersi come saranno gli esseri di pianeti più antichi. Sapranno ogni cosa dell’universo? Sapranno essere ovunque, superando la velocità della luce? Potranno manipolare materia ed energia? Saranno onniscienti, onnipresenti, onnipotenti? Di fatto divinità ai nostri occhi. Il Monolite rappresenta la pietra filosofale di Jung che opera la trasformazione da uomo a Dio, la Caba scesa dal cielo per aiutare l’uomo che, dopo aver visto Dio, subisce l’Apoteosi, diventa egli stesso Dio. Pierre Teilhard de Chardin, gesuita, filosofo e paleontologo francese, sosteneva non solo che l’evoluzione neo-darwiniana fosse compatibile con Dio, ma anzi, che l’evoluzione era il miglior mezzo possibile, la spinta a cambiare sotto pressione per trasformare la materia in vita, la biosfera in noosfera (la sfera del pensiero umano), l’Uomo in Super Uomo, lo Stato in comunità unita e coordinata, per unire tutte le coscienze ed infine rendere l’Universo una gigantesca creatura pensante, unita da infinito potere e saggezza.

Questo è il punto Omega, il momento in cui non solo l’uomo diventa come Dio ma si riunisce con Dio stesso in una comunione cosmica. L’universo si evolve fino a diventare pensante, l’uomo trascende così i propri limiti e osserva la Terra dalla sua posizione di infinita perfezione. La vita ha vinto e l’Uomo, liberatosi dalla tecnologia, diventa infinitamente potente sulla materia stessa.

Martin Di Lucia

(da Fuori dalla Rete Natale 2022, anno XVI, n. 5)

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