Anima e identità nella raccolta di poesie di Luciano Nigro

E se fosse il vento, oggi, a scrivere poesie al posto nostro? Non quello spettacolare delle tempeste o delle raffiche da prima pagina, ma quello quotidiano e laterale, che entra dalle finestre socchiuse, scompiglia i pensieri, solleva la polvere delle stanze interiori e porta con sé ciò che resta delle cose amate e perdute.

AnimaDiVento, la nuova raccolta di Luciano Nigro (Delta 3 Edizioni, 93 pag. 12,50 euro), nasce esattamente in questo spazio mobile e inquieto: una zona di confine dove la parola non consola, non rassicura, ma respira, insiste, resiste. Dopo l’esordio di Versetti frammentari – amore e altri abissi, Nigro compie un passo ulteriore, più ampio e più rischioso.

Se nel primo libro la poesia era riduzione all’essenziale, frammento necessario per arginare il nulla, qui diventa flusso continuo, attraversamento, corpo vivo. Lo dichiara fin dalle pagine iniziali, in un vero e proprio manifesto poetico: le parole sono porte aperte, chiaroscuro di chi scrive e poi le lascia andare, libere di abitare sentimenti ed emozioni umane. AnimaDiVento non è soltanto un titolo evocativo: è una postura esistenziale.

Anima che si fa vento, vento che diventa identità, metamorfosi costante tra permanenza e smarrimento, tra desiderio di restare e bisogno di fuggire. La silloge (72 poesie) si muove come un lungo respiro irregolare, a tratti affannoso, a tratti dolcemente sospeso. L’amore resta asse centrale, ma non è mai pacificato né idealizzato: è desiderio che brucia, perdita che scava, carne che ricorda, memoria che sanguina. È un lungo respiro irregolare, a tratti affannoso, a tratti dolcemente sospeso. L’amore resta asse centrale, ma non è mai pacificato né idea-lizzato: è desiderio che brucia, perdita che scava, carne che ricorda, memoria che sanguina. È un amore spesso notturno, clandestino, fragile, attraversato da immagini di mare, di vento, di corpi feriti e di promesse spezzate.

Accanto, con una forza sempre più evidente, emerge una poesia civile aspra, diretta, priva di mediazioni, che denuncia ipocrisie, violenze, derive sociali e politiche, fino a toccare temi come la guerra, l’inganno mediatico, la disumanizzazione contemporanea. Nigro non separa i piani: l’intimità convive con la rabbia, l’eros con la disillusione, il canto lirico con l’invettiva. È lo stesso vento a portarli entrambi, a mescolarli senza chiedere permesso.

Colpisce la densità immaginativa della raccolta. I testi sono popolati da maree notturne, specchi infranti, polvere e sangue, stelle che si accendono e si spengono, animali feriti, figure umane ai margini, paesaggi interiori che sembrano concreti e insieme onirici. La lingua resta diretta, mai ornamentale, spesso musicale, talvolta brutalmente tagliente. Come già accadeva in Versetti frammentari, la punteggiatura è ridotta al minimo: il verso scorre libero, obbliga il lettore a trovare il proprio ritmo, a scegliere dove fermarsi, dove respirare. È una poesia che non impone un senso, ma chiede partecipazione, ascolto, esposizione. Nella nota critica che accompagna il volume, Emanuela Sica individua una possibile chiave di lettura profonda: AnimaDiVento come alfabeto emotivo, come codice segreto, quasi acrostico dell’anima. Un libro che va letto anche seguendo il suo respiro sotterraneo, quel monologo sommerso che tiene insieme confessione privata e visione collettiva. Non a caso, l’Irpinia affiora più volte come luogo simbolico, geografico e mentale: radice e ferita, appartenenza e distanza.

Con AnimaDiVento, Luciano Nigro conferma una voce riconoscibile e necessaria nel panorama poetico contemporaneo: una scrittura che rifiuta le scorciatoie, che accetta la complessità e il rischio dell’eccesso, che non te- me di sporcarsi con il presente. Come il vento, appunto: invisibile, instancabile, capace di carezzare e di ferire, di distruggere e di rinnovare.

Massimo Roca – Il Mattino 8- 01-2026

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