Approdi sardi per lo scultore Lorenzo Cerasuolo

E’ noto da tempo che la Sardegna, luogo di passaggio obbligato nelle rotte mediterranee, è stata terra d’importazione di statue lignee capane. Nel proseguo della ricerca relativa alla scultura del Settecento sta emergendo la presenza nell’ isola di numerose statue lignee di impronta campana, talune di notevole qualità artistica, sulle quali però in assenza di documenti è necessario indagare più a fondo ma anche di opere dovute a operatori “minori”, che tuttavia consentono di aggiungere qualche tassello alla conoscenza del tessuto culturale del Settecento non solo sardo ma anche campano.

Tra le tante sculture in legno policromato di evidente matrice napoletana che si conservano in Sardegna, sono numerose quelle raffiguranti San Giuseppe col Bambino.  In questa occasione mi limito a segnalare quella collocata nella nicchia centrale del retablo di San Giuseppe nella seconda cappella a sinistra dedicata al santo nella cattedrale di Oristano, che consente di documentare con certezza un ulteriore momento dell’attività di Lorenzo Cerasuolo, scultore di origine bagnolese sul quale si hanno pochissime certezze. Giuseppe Alparone, nel segnalare un San Francesco di Paola firmato Lorenzo Cerasuolo e datato 1704 nella chiesa di Santa Maria Assunta di Bagnoli Irpino e quella di San Francesco di Paola della chiesa del Santissimo Salvatore a Petralia Soprana (Palermo), firmata e datata 1767, propone due distinte ipotesi: che queste due statue possano essere di due autori omonimi attivi in periodi diversi o che le due opere segnino i momenti estremi di una attività eccezionalmente longeva. In effetti appare probabile che si tratti di una omonimia, che si spiega meglio presupponendo una loro parentela. Il Fittipaldi arricchisce il corpus di Lorenzo Cerasuolo, che definisce “un artista incline ad una parlata bonaria e popolaresca”, con la statua lignea dell’Immacolata, datata 1758, nella chiesa parrocchiale di Gangi (Palermo) e con un San Francesco di Paola nella chiesa del Santissimo Salvatore a Gangi, che suppone di datazione analoga.

Sono dell’opinione che si tratti di due diversi scultori e che al più giovane debba essere riferito il San Giuseppe (fig. 1) di Oristano firmato Laurentius Cerasuolo F.N. A.D. 1760, coevo quindi al retablo che lo accoglie, che reca la data 1760 nell’edicola interna al timpano spezzato. Si può dare per certa la commissione del retablo e delle sculture che lo corredano da parte della Confraternita dei falegnami, che avevano in San Giuseppe il loro patrono.

Il santo, stante, con capelli tendenti al grigio che ricadono in un ciuffo al centro dell’ampia fronte, regge con la destra la verga fiorita di gigli e sul braccio sinistro sostiene il nudo e sorridente Bambino, che, accomodato su un panno bianco, protende la mano destra verso di lui ad accarezzarne il volto incorniciato da una barba riccioluta. Giuseppe, abbigliato con una veste celestina che assume riflessi argentei nelle zone battute dalla luce con risvolti interni rosa, mantello color ocra dorato, come la veste profilato in oro ai bordi, calzari all’antica con lacci blu oltremare, è colto in atteggiamento di attonito stupore con gli occhi a mandorla spalancati e le labbra semiaperte che rivelano l’arcata superiore dei denti. La sua figura, caratterizzata dalla brevità del busto rispetto alle proporzioni della testa e all’allungamento degli arti inferiori, è quasi perfettamente statica: appena un accenno di movimento è dato dalla gamba destra leggermente flessa. Il panneggio, estremamente sobrio e senza svolazzi, aderisce con naturalezza alla figura.

San Matteo fig. 2

Questi caratteri, comprese le larghe sgusciature nell’intaglio, si ritrovano quasi alla lettera nella statua di San  Matteo (fig. 2) apostolo collocata nella nicchia destra del retablo, già in passato identificato come San Luca, mentre esistono delle differenze stilistiche riguardo alla statua dell’altro apostolo che occupa la nicchia sinistra, a sua volta identificato con San Luca (fig. 3).

Mentre la statua di San Giuseppe col Bambino sembra tener conto di prototipi come quelli di medesimo soggetto di Vincenzo Ardia nella chiesa di San Giuseppe a Manduria, del 1726, o di Giacomo Colombo nella chiesa di San Giovanni Battista a Colletorto (Campobasso), firmato e datato 1730, e perfino del San Giuseppe a mezza figura nella chiesa di San Nicola a Savoia di Lucania (Potenza), firmato e datato 1727 da Giovanni Antonio Colicci (rappresentato in Sardegna dall’Immacolata della cappella del seminario di Ozieri, firmata nel 1729), il volto del San Luca mostra più evidenti tangenze con l’Ecce Homo di Bagnoli Irpino attribuito a Domenico Di Venuta da Letizia Gaeta, che ne sottolinea la derivazione dai prototipi di Giacomo Colombo, senza escludere l’influsso di Nicola Fumo, l’altro grande protagonista della scultura lignea napoletana dei primi decenni del Settecento da cui, secondo Raffaele Casciaro, deriva la “ricetta” del Di Venuta, “una sapiente distillazione dei più sofisticati stilemi dei due grandi”

San Luca fig.3grandi”.

Anche nel San Luca di Oristano si colgono gli echi di questi due maestri, ma anche per la distanza cronologica che intercorre tra la data di esecuzione di questa statua e la loro attività, si tratta del riproporsi di stilemi non acquisiti nelle loro botteghe ma attraverso i rispettivi allievi e forse attraverso botteghe diverse, che adottano un linguaggio più semplificato soprattutto riguardo ai panneggi, molto più sobri e alieni da spericolati virtuosismi. Ritengo quindi probabile la formazione del Cerasuolo presso una bottega più periferica, forse la stessa frequentata da Pietro Nittolo, a cui pure si rivolgono i committenti sardi della parrocchiale di Quartu Sant’Elena per la statua della Madonna del Rosario, firmata e datata 1753, per il gruppo di Sant’Anna, San Gioacchino e Maria bambina della parrocchiale di San Gavino Monreale e per la Sacra Famiglia della parrocchiale di Sinnai, attribuitagli da Mauro Salis nella prima parte di questo articolo. Non possono infatti sfuggire le forti analogie riscontrabili nelle fattezze, proporzioni, abbigliamento, panneggio e altri significativi dettagli tra le statue sarde del Nittolo e quelle dello scultore bagnolese Lorenzo Cerasuolo.

Maria Grazia Scano Naitza – (da Fuori dalla Rete Agosto 2025 Anno XIX n. 3)

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