C’è una domanda che aleggia, discreta ma insistente, tra le strade di Bagnoli Irpino: «Chi siete? Cosa portate? Quanti siete? Un fiorino…».
La battuta, resa celebre dal film di Troisi e Benigni “Non ci resta che piangere”, strappa ancora un sorriso, ma il sottotesto oggi è meno leggero. A poco più di un anno dalle prossime elezioni amministrative, previste con ogni probabilità nella primavera del 2027, con la possibilità di un accorpamento con altre consultazioni nazionali nell’ambito di un Election day, il paese sembra vivere una fase di sospensione. Non c’è fermento visibile, non c’è dibattito acceso. Eppure il tempo politico non è fermo: scorre.
Sono passati quasi cinque anni dall’insediamento dell’attuale amministrazione. Un mandato quinquennale che, eletto nell’ottobre del 2021, porterà naturalmente al voto nella finestra ordinaria tra aprile e giugno 2027, come chiarito dallo stesso Viminale per tutti i Comuni che rinnovarono i propri organi nell’autunno di quell’anno. Un termine che, sulla carta, dovrebbe essere già il tempo delle idee, delle visioni, delle prime linee tracciate. E invece, almeno in superficie, si avverte un silenzio.
Un silenzio che non è vuoto, ma prudente, trattenuto, quasi calcolato. Le conversazioni, quando ci sono, si muovono più nelle trame informali che nelle piazze, e prediligono i rapporti personali più che i luoghi pubblici. Una dinamica che non è nuova, ma che oggi rischia di risultare anacronistica.
Perché, se è vero che la politica locale ha sempre avuto una sua grammatica fatta di relazioni e prossimità, è altrettanto vero che i tempi sono cambiati. E con essi dovrebbe cambiare anche il modo di costruire consenso.
Un tempo si discuteva nei bar, nelle piazze, nei circoli. Non era necessariamente un dibattito di qualità, ma era visibile, era rumoroso, era vivo. Oggi quel rumore si è spostato altrove, nelle chat private, nei capannelli, nei convenevoli da sagra. E il silenzio che rimane nello spazio pubblico non è il silenzio di chi riflette. È il silenzio di chi ha già deciso che tanto non cambierà nulla, o di chi aspetta di vedere come si mettono le cose prima di esporsi. In entrambi i casi, è un silenzio che costa. Lo paga chi vorrebbe scegliere davvero e si ritrova, all’ultimo, a dover scegliere in fretta tra quello che passa il convento.
E allora la domanda diventa inevitabile: chi si candiderà? E soprattutto, per fare cosa?
Non è una curiosità da addetti ai lavori. È una richiesta di cittadinanza. Perché scegliere non significa soltanto votare, ma poter valutare. E per valutare servono tempo, chiarezza e confronto.
Il rischio, altrimenti, è quello già visto. Campagne costruite all’ultimo, dinamiche di consenso che si attivano porta a porta, logiche di appartenenza o, peggio, di contrapposizione. Il voto contro qualcuno, più che per qualcosa. Una pratica che ha funzionato, in parte, in passato, ma che oggi mostra tutti i suoi limiti.
In un contesto piccolo come il nostro, con 2.996 residenti registrati nel 2025 e per la prima volta sotto quota tremila, e con un calo di circa 380 abitanti negli ultimi vent’anni, è illusorio pensare di eliminare del tutto dinamiche clientelari e relazionali. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma proprio per questo diventa ancora più importante garantire uno spazio diverso: quello della consapevolezza.
Il punto non è chiedere l’impossibile. È chiedere il minimo: rispetto per chi deve scegliere. Rispetto che si chiama tempo, si chiama chiarezza, si chiama presenza pubblica prima del giorno del voto.
La richiesta, allora, è semplice: uscite allo scoperto. Prima. Meglio. Con idee.
Una cosa concreta, allora, si potrebbe fare adesso, senza aspettare le liste, i simboli, le coalizioni. Una scatola in piazza Leonardo Di Capua. Bigliettini anonimi. Nomi scritti a mano, senza pressioni e senza condizionamenti. Non un’elezione, non un sondaggio ufficiale. Qualcosa di più semplice e insieme di più onesto: capire, prima che qualcuno decida per noi, dove batte davvero il cuore del paese. Chiamiamola pure «primarie spontanee», con tutta l’ironia che il termine merita in un contesto come il nostro. Ma non sottovalutiamola. In una piccola comunità, un foglio di carta in una scatola vale più di mille conversazioni al bar, perché è anonimo e l’anonimato è ancora l’unico spazio in cui le persone dicono davvero quello che pensano.
Perché governare un paese piccolo non è gestire una macchina amministrativa: è rispondere ogni giorno, al bar, per strada, agli occhi di chi ti ha scelto. E chi si prepara a farlo ha il dovere di presentarsi prima. Con un programma vero, non con le promesse dell’ultimo miglio.
Un paese di quasi tremila abitanti non cambia rotta per inerzia. Cambia quando qualcuno decide di assumersi la responsabilità di dire come vorrebbe che fosse, e trova altri disposti ad ascoltarlo davvero.
Alla fine, il punto è tutto qui: passare da un voto di inerzia a un voto di scelta. Da un consenso costruito a un consenso compreso.
La domanda, alla fine, non è se ci sarà qualcuno disposto a candidarsi. Ci sarà, come sempre. La domanda è se ci sarà qualcuno disposto ad arrivarci con qualcosa da dire. E se noi, come comunità, saremo pronti a pretenderlo. Perché continuare a scegliere all’ultimo, tra quello che c’è e non quello che vorremmo, non è democrazia. È rassegnazione con la scheda in mano.
Damiano Santoriello

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