C’è un esercizio semplice che chiunque può fare. Prendere un’affermazione che oggi sentiamo ripetere in televisione, sui social, in un dibattito politico, e chiedersi: dieci anni fa, questa stessa frase, avrebbe scandalizzato qualcuno?

Nella maggior parte dei casi la risposta è sì. Eppure oggi non scandalizza più nessuno. È diventata normale amministrazione del linguaggio pubblico. Nessuno si volta a guardarla.

Non è un caso isolato, né un sintomo di superficialità collettiva. È un meccanismo che ha un nome, una storia precisa e un autore: la finestra di Overton.

Joseph P. Overton non era un filosofo né un opinionista da salotto. Era un analista politico americano, vicepresidente del Mackinac Center for Public Policy, think tank liberista del Michigan. Negli anni Novanta elaborò un modello per spiegare un fenomeno che i think tank conoscevano bene per mestiere: come si fa, concretamente, a far entrare un’idea radicale nel dibattito pubblico fino a trasformarla in legge. Non vide mai il successo della sua teoria: morì nel 2003, a 43 anni, in un incidente con un piccolo aereo ultraleggero. Fu il suo collega Joseph Lehman a consolidarla e diffonderla con il nome che oggi conosciamo.

L’idea di fondo è semplice da enunciare. In ogni momento storico esiste una gamma di posizioni che la società considera accettabili: tutto ciò che vi rientra può diventare legge, tutto ciò che ne resta fuori viene bollato come estremismo. Quella gamma è la finestra. E la finestra, questo è il punto, non è fissa. Si sposta.

Il modello distingue diverse fasi attraverso cui un’idea attraversa lo spettro dell’accettabilità: dall’impensabile al radicale, dall’accettabile al ragionevole, fino al popolare e infine alla legge. Non è un processo che si compie da solo. Servono attori che lo spingono: media che danno spazio a certe posizioni e ne escludono altre, leader politici che normalizzano nel linguaggio quotidiano ciò che prima era tabù, movimenti che organizzano pressione dal basso. E ci sono gli eventi, che spostano la finestra con più forza di qualunque campagna comunicativa: una guerra, una crisi economica, una pandemia.

Per capire concretamente come funziona, basta guardare a un caso vicino a noi, e privo di qualunque carica ideologica: il fumo nei locali pubblici. Fino al 2004, accendere una sigaretta al bar, al ristorante, persino in ufficio, era la normalità più assoluta. L’idea di vietarlo per legge sarebbe sembrata, a molti, un’invasione liberticida nella vita quotidiana. Eppure il 10 gennaio 2005 entrò in vigore la legge Sirchia, e il fumo nei locali chiusi diventò reato. I gestori temevano rivolte, fumatori indisciplinati, un crollo degli affari. Non accadde quasi nulla di tutto questo: la norma fu rispettata da subito, quasi ovunque, tra lo stupore generale. Oggi, vent’anni dopo, l’idea che si potesse fumare liberamente al tavolo di un ristorante sembra a sua volta impensabile. La finestra si è spostata due volte nel giro di una generazione, e in entrambe le direzioni nessuno ha avuto la sensazione di assistere a una rivoluzione mentre accadeva.

C’è poi un esempio più grande della legge sul fumo, e più vicino a noi di quanto vorremmo: la guerra in Europa. Fino a pochi anni fa, l’idea di un conflitto armato sul suolo del continente apparteneva ai libri di storia, non al telegiornale della sera. Oggi il segretario generale della Nato dichiara pubblicamente che bisogna essere “preparati alla portata della guerra che i nostri nonni e bisnonni hanno dovuto affrontare”, i governi discutono il ritorno della leva obbligatoria, e più di un europeo su due, secondo i sondaggi più recenti, ritiene concreto il rischio di un conflitto con la Russia nei prossimi anni. Vent’anni fa, una frase come quella del segretario della Nato avrebbe aperto i giornali per settimane. Oggi è una dichiarazione tra le altre, letta, archiviata, dimenticata. Non perché sia meno grave. Ma perché ci siamo arrivati un grado alla volta, e ogni singolo grado, preso da solo, non è mai sembrato abbastanza per fermarsi a riflettere.

C’è poi un meccanismo più sottile, ed è qui che la teoria diventa interessante: la cosiddetta strategia dell’ancora radicale. Si introduce nel dibattito una posizione estrema, quasi impresentabile, non per farla approvare, ma per spostare il centro della discussione. Ciò che prima sembrava già abbastanza estremo, paragonato alla nuova ancora, comincia a sembrare moderato. La finestra si muove, e nessuno ha dovuto convincere nessuno di niente: è bastato cambiare i termini di paragone. Ed è questo, più di ogni altro, il cuore della teoria di Overton: non riguarda principalmente le idee in sé, ma il punto di riferimento rispetto al quale le giudichiamo. Spostare quel punto basta a far sembrare ragionevole tutto ciò che gli sta vicino.

Va detto con altrettanta chiarezza che Overton non era un moralista, e il suo modello non è di destra né di sinistra. È uno strumento descrittivo, non un giudizio. Il suffragio femminile e i diritti delle persone LGBTQ+ sono passati dall’essere impensabili a essere legge attraverso lo stesso meccanismo che, in altri contesti, ha normalizzato linguaggi discriminatori o legittimato derive autoritarie. Il modello non distingue tra giusto e sbagliato. Mostra solo come si sposta il confine di ciò che una società è disposta a tollerare.

Sarebbe disonesto, però, presentare la finestra di Overton come una legge fisica. Il modello descrive un fenomeno, ma non lo predice: non dice quando una finestra si sposterà, né quanto velocemente, né se si fermerà a metà strada. Non è misurabile con precisione, e lo stesso Lehman, negli anni successivi, ha osservato come il concetto sia stato spesso semplificato e usato come bandiera retorica più che come strumento di analisi. C’è poi un elemento che la teoria, nata negli anni Novanta, non poteva prevedere: i social network. Oggi non esiste più una sola finestra condivisa da un intero Paese, ma finestre multiple e sovrapposte, una per ogni bolla algoritmica. Ciò che è impensabile in una community può essere già senso comune in un’altra, nello stesso momento, nella stessa città.

Ed è qui che il meccanismo della finestra incontra un secondo problema, che la teoria di Overton da sola non racconta, ma che ne è probabilmente l’alleato più efficace: la nostra capacità di accorgerci che la finestra si sta muovendo dipende da quanto tempo siamo disposti a dedicarle. E quel tempo si sta riducendo a una velocità che dovrebbe preoccupare quanto i contenuti che non riusciamo più a notare. Secondo le misurazioni della ricercatrice Gloria Mark, dell’Università della California a Irvine, nelle condizioni osservate nei suoi studi il tempo medio che le persone riescono a dedicare a un singolo compito prima di distrarsi è passato da circa 3 minuti, dieci anni fa, a poco più di 40 secondi oggi. Non un sondaggio, non un’impressione: un dato misurato direttamente, sul comportamento reale delle persone davanti a un compito.

Quaranta secondi bastano per uno slogan. Non bastano per confrontare una dichiarazione di oggi con una di dieci anni fa, né per chiedersi come siamo arrivati fin qui. E il problema non si ferma a chi non si accorge dello spostamento: riguarda anche chi prova a segnalarlo. Un ragionamento che ha bisogno di più di quaranta secondi per essere capito, oggi, rischia semplicemente di non essere ascoltato. Non confutato, non contestato: scorso via, prima ancora di essere arrivato per intero. La stessa soglia bassa che ci impedisce di notare quanto si è spostata la finestra è quella che rende quasi impossibile fermare qualcuno abbastanza a lungo da spiegarglielo.

La finestra di Overton non è una cospirazione orchestrata nell’ombra. È un meccanismo che esiste, che ha sempre funzionato, e che continuerà a farlo. Ma oggi ha trovato un alleato silenzioso: un’attenzione collettiva troppo corta per accorgersi del proprio stesso spostamento, e troppo corta persino per ascoltare chi prova a indicarglielo.

Non si sposta in una notte. Si sposta un grado alla volta, una dichiarazione alla volta, uno slogan da quaranta secondi alla volta. Ed è per questo che, quando finalmente alziamo lo sguardo, scopriamo di essere già dentro un paesaggio che, solo qualche anno prima, avremmo considerato impensabile.

Damiano Santoriello

Condividi questo articolo

Commenti

Articoli correlati