Quando un procedimento per diffamazione coinvolge cittadini e amministratori, la domanda interessante non è chi abbia ragione: a quella può rispondere soltanto il tribunale. La domanda è un’altra: come si tiene in equilibrio il diritto di criticare chi amministra e quello di difendere la propria reputazione?

In questi giorni diverse testate giornalistiche locali hanno riportato la notizia che il prossimo 10 novembre un cittadino di Montella, 52 anni, comparirà davanti al giudice monocratico del Tribunale di Avellino per rispondere di diffamazione aggravata e continuata. Secondo quanto ricostruito dagli organi di stampa, il procedimento riguarda undici pubblicazioni su Facebook tra maggio 2024 e settembre 2025, suddivise dalla Procura in quattro capi d’imputazione. La persona offesa è Rizieri Buonopane, attuale sindaco di Montella e già presidente della Provincia di Avellino. Per chi volesse approfondire, rimando agli articoli delle testate che hanno riportato la notizia.

Fino alla sentenza vale la presunzione di innocenza. Non conosco gli atti e non intendo entrare nel merito del procedimento: il caso offre soltanto lo spunto per una riflessione più ampia sul rapporto tra critica politica e tutela della reputazione.

Chi ritiene lesa la propria reputazione ha pieno diritto di rivolgersi all’autorità giudiziaria. È un diritto fondamentale, che vale per ogni cittadino e che deve essere tutelato con la stessa forza del diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero.

Allo stesso tempo, chi ricopre incarichi pubblici sa che il proprio operato è esposto a un livello di critica più intenso rispetto a quello rivolto a un privato cittadino. Non è solo buon senso: è un principio consolidato della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui chi esercita funzioni pubbliche deve tollerare un margine più ampio di critica, fermo restando un limite chiaro. La critica non può diventare offesa gratuita, e stabilire dove finisca una e inizi l’altra spetta solo al giudice.

Negli ultimi anni questo equilibrio è diventato oggetto di un dibattito europeo sempre più attuale. La direttiva dell’Unione europea contro le cosiddette SLAPP, pur non applicandosi automaticamente ai procedimenti penali interni, richiama un principio semplice: quando esiste una forte asimmetria tra chi esercita il potere e chi partecipa al dibattito pubblico, bisogna evitare che l’uso degli strumenti giudiziari produca un effetto dissuasivo sulla libertà di espressione. Non è un giudizio su singoli casi, ma un’attenzione generale all’equilibrio democratico.

Anche la Corte costituzionale italiana si è mossa nella stessa direzione. Con la sentenza n. 150 del 2021 ha dichiarato incostituzionale l’automatismo del carcere per la diffamazione a mezzo stampa, ricordando che la sola minaccia della pena detentiva può scoraggiare il diritto di critica. Non ha eliminato quella sanzione, ma ne ha ristretto l’applicazione ai casi di eccezionale gravità, ribadendo che deve restare uno strumento residuale.

Già Socrate, nell’Apologia, si descriveva come un “tafano” incaricato di pungolare la città perché non si addormentasse nelle proprie certezze. Mill sosteneva che mettere a tacere un’opinione priva la collettività della possibilità di avvicinarsi alla verità, anche quando quell’opinione è sbagliata. E Churchill ricordava che «la critica non è mai piacevole, ma è necessaria», paragonandola al dolore nel corpo umano: fastidioso, ma utile perché segnala che qualcosa non funziona.

Una democrazia matura non dovrebbe temere il dissenso, ma saperlo gestire con argomenti, trasparenza e responsabilità. Le vie giudiziarie restano necessarie quando servono, ma non possono diventare il primo terreno del confronto pubblico.

La mia posizione è semplice. Difenderò sempre il diritto di ogni cittadino a criticare l’azione politica e amministrativa, purché lo faccia nel rispetto della legge e con argomenti, fatti o proposte. Allo stesso modo, difenderò sempre il diritto di chi ritiene lesa la propria reputazione di rivolgersi alla magistratura. L’equilibrio tra questi due diritti è una delle prove più delicate di ogni democrazia liberale, soprattutto nelle comunità piccole, dove il confine tra pubblico e privato è più sottile.

La forza di una democrazia non si misura dall’assenza del dissenso, ma dalla capacità di sostenerlo senza averne paura.

Damiano Santoriello

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