C’è un’immagine che mi torna in mente in questi giorni, presa da un video semplice ma potentissimo: un pinguino, invece di seguire il gruppo, fa l’esatto contrario. Si stacca e punta nel senso opposto. Non c’è eroismo e non c’è posa. C’è una scelta. E forse è questo il punto, oggi: capire se stiamo scegliendo davvero, oppure se stiamo solo scivolando dove vanno tutti.
Scrivo queste righe come cittadino, non in rappresentanza di alcuna istituzione, con una convinzione che per me viene prima di ogni appartenenza: quando si parla di Costituzione e di giustizia, la cosa più pericolosa è confondere l’argomento con la bandiera.
Sul referendum la tentazione è immediata: trasformarlo in una partita tra schieramenti. Io preferisco un’altra domanda, più sobria e più utile: che cosa, esattamente, si sta confermando o respingendo? Mi aiuta una frase spesso attribuita ad Ario: “Seguitemi, ma potrei sbagliare”. Attribuzione incerta o meno, il senso è chiaro. In un tempo che vende certezze, servirebbe più lucidità.
Si vota il 22 e il 23 marzo 2026. È un referendum costituzionale ai sensi dell’articolo 138 della Costituzione. In concreto significa una cosa sola: il Sì conferma la legge costituzionale già approvata e pubblicata, il No la respinge. Non c’è quorum: decide chi vota. Per la procedura, si applica la legge 25 maggio 1970, n. 352. Il quesito è stato precisato con il D.P.R. 7 febbraio 2026, che richiama gli articoli costituzionali coinvolti in materia di ordinamento giurisdizionale. Questo è il perimetro. Il resto, spesso, è rumore.
A chi si chiede perché una materia così tecnica finisca nelle mani dei cittadini rispondo così: proprio perché è Costituzione. Non è una legge come le altre. È la regola delle regole e l’articolo 138 serve anche a questo, cioè a impedire che le fondamenta si cambino con la sola forza della maggioranza del momento. Se non c’è un consenso ampio tra i rappresentanti, è legittimo che l’ultima parola, quando richiesta, torni a chi quella casa la abita.
Nel merito, per me il punto è uno: la terzietà. L’articolo 111 pretende un processo davanti a un giudice terzo e imparziale, nel contraddittorio e in condizioni di parità tra le parti. La domanda, allora, è semplice e scomoda: come può l’arbitro essere percepito come tale se, per assetto, condivide stabilmente lo stesso circuito professionale di chi accusa?
Qui serve una precisazione netta, per evitare caricature. Non è un’accusa morale e non è l’idea che oggi manchi “in diritto” l’imparzialità del giudice. È un tema di architettura istituzionale e di fiducia pubblica: non basta che le garanzie esistano, devono anche essere riconoscibili e convincenti. Dentro questo quadro, vedo spesso agitare due paure opposte che, per come vengono raccontate, sembrano perfino compatibili. Da un lato: con la separazione delle carriere il Pubblico Ministero diventerebbe subordinato al Governo. Dall’altro: senza un circuito comune con i giudici, il PM diventerebbe un “super-poliziotto” incontrollabile. Sono immagini estreme che, spesso, vengono percepite come scorciatoie narrative: spostano la discussione su scenari emotivi, invece di dire dove starebbero davvero le garanzie e i controlli.
Resta, in ogni caso, un dato che per me conta: la riforma non tocca l’obbligatorietà dell’azione penale (articolo 112) e non cancella l’autonomia e l’indipendenza della magistratura come principio (articolo 104). Il nodo vero, semmai, si sposta dove spesso si glissa: nella credibilità dell’autogoverno, nei contrappesi, nei meccanismi di responsabilità. Un elemento di raccordo con la sfera politico-istituzionale, del resto, esiste già ed è scritto nella Costituzione. L’articolo 104 prevede che una parte dei componenti del CSM, i cosiddetti membri laici, sia eletta dal Parlamento in seduta comune, tra professori ordinari di materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio. Questo non equivale, di per sé, a negare l’autonomia della magistratura. Significa piuttosto che il problema non è evocare in astratto la parola “politica”, come se fosse un corpo estraneo, ma capire quali contrappesi, quali limiti e quale equilibrio istituzionale rendano quell’interazione compatibile con l’indipendenza della giurisdizione. È in questa zona che pesano parole come CSM, correnti, disciplina e sorteggio.
Detto questo, una riforma costituzionale non è un interruttore magico. La separazione delle carriere non accorcia da sola i processi. I tempi si riducono con personale, organizzazione, investimenti e una digitalizzazione fatta bene. Anche l’intelligenza artificiale può avere un ruolo di supporto operativo, ma dentro regole chiare e controllo pubblico serio. Innovare sì. Cedere la sovranità del dato, no. C’è poi un riflesso che considero comodo e che andrebbe archiviato: “la Costituzione non si tocca”. È uno slogan, non un ragionamento. La Costituzione è già stata modificata, anche in passaggi decisivi. Il punto, quindi, non è la sacralità dell’intangibile. È la qualità della modifica: se migliora l’equilibrio dei poteri, se chiarisce i ruoli, se regge nel tempo senza aprire varchi.
C’è un dato di realtà che pesa. La fiducia nel sistema giudiziario è bassa e, nell’ultimo anno, è scesa. Secondo ISTAT, nel 2024, tra le persone di 14 anni e più, il 44% esprime una fiducia almeno sufficiente, in calo rispetto al 2023. Sul piano europeo, però, il quadro va letto con precisione: nel 2024 solo il 36% del pubblico italiano giudicava “abbastanza” o “molto buona” l’indipendenza di giudici e tribunali; nel 2025 il dato risale al 46%, ma resta comunque il segno di una fiducia fragile, oscillante, non ancora consolidata. Non è una sentenza. È un termometro.
E quando la fiducia si riduce, si aprono due strade. O si fa finta di niente, lasciando che il sospetto diventi cultura. Oppure si prova a rendere più chiari i ruoli, più leggibili i contrappesi e più credibili le responsabilità. Qui però una cosa la dico con franchezza: il dibattito pubblico, troppo spesso, si appiattisce in slogan e reazioni. Un referendum costituzionale meriterebbe spiegazioni oneste e confronto serio, non scorciatoie emotive e frasi a effetto. Il dissenso è il sale della libertà, ma va trattato con rispetto: per l’intelligenza dei cittadini e per le istituzioni.
E c’è un punto, ancora più delicato, che precede perfino le posizioni. Il giudizio riguarda un’idea; l’etichetta riguarda una persona e poi non te la togli più. È qui che si rompe qualcosa: quando non si discute più, ma si processa. Non è vergogna, è autodifesa: il timore non è il confronto, è la riduzione a etichetta. La democrazia non è vincere l’altro. È convivere con l’altro. E questa convivenza non nasce dal silenzio, nasce dalla misura: dalla capacità di criticare una tesi senza cancellare l’individuo. Altrimenti ci armiamo della parola “libertà” per negare quella degli altri e il dialogo viene sostituito dal tribalismo. La libertà di parola non coincide con un presunto diritto all’offesa e la critica non dovrebbe servire a eliminare chi parla, ma a mettere alla prova ciò che dice.
Per questo, dentro questo quadro, io non ho certezze da vendere e non ho schieramenti da alimentare. Ho un criterio, che per me viene prima della risposta: guardare alla coerenza dell’architettura, alla terzietà, ai contrappesi ed alla credibilità dell’istituzione nel tempo. È su questo che sto maturando la mia scelta. Non cerco deleghe in bianco e non considero nessun esito salvifico. Se una modifica regge, deve reggere anche dopo, nella pratica e nelle norme di attuazione. Se non regge, va respinta senza trasformare chi dissente in un nemico. E comprendo chi teme effetti collaterali: è una preoccupazione legittima, che merita rispetto.
Restano allora alcune domande di fondo: come può l’arbitro essere percepito come tale se, per assetto, condivide stabilmente lo stesso circuito professionale di chi accusa? E, più in generale, chi controlla i controllori? Le democrazie adulte non scappano da queste domande: le regolano con trasparenza, responsabilità e contrappesi. Non scrivo queste righe per dare indicazioni di voto, ma per condividere una lettura. Si conferma o si respinge una legge costituzionale: già questo, da solo, meriterebbe meno tifo e più misura. Al di là delle posizioni, partecipare conta. Votare non risolve tutto, ma resta uno dei modi più seri con cui una comunità si assume la responsabilità delle proprie scelte. Perché quando tutto diventa stadio, perdiamo tutti il senso delle proporzioni, anche mentre pensiamo di avere buone ragioni.
Damiano Santoriello

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