Trattasi del periodo sportivo in cui dominava la “Legge del Partenio”, vissuto nel decennio 1978-1988, che ha visto i “biancoverdi” consolidarsi come pura realtà provinciale, ottenendo salvezze storiche e vittorie inaspettate contro le big della forza di Juve, Inter e Milan.

Buona parte del  merito di detti successi va riconosciuto, indubbiamente, ai calciatori più significativi del periodo, capaci di battere le grandi del calcio italiano nel rettangolo verde avellinese, diventato simbolo del calcio meridionale competitivo.

Per chi non ricordi i calciatori più significativi della squadra avellinese, ne nomino  di seguito qualcuno: Juary, Bagni, De Napoli, Tacconi, Di Somma Lombardi, Diaz e tanti altri.

Nella storia calcistica italiana raramente le squadre provinciali hanno saputo mantenere, contro ogni aspettativa, per dieci lunghi anni consecutivi, un posto tra i giganti del calcio, con risorse finanziarie limitatissime, fatte salve quelle del Perugia, dell’Atalanta, dell’Udinese e del Vicenza.

La nostra Irpinia era soltanto ambiziosa, ma non solida, come le altre. Per giunta, la gran parte del decennio calcistico lo ha vissuto sotto le scosse violente del terremoto dell’Ottanta, che seminò sul suo territorio numerose vittime: 2870 morti, 8870 feriti, e 300 famiglie senza più un tetto.

Nella sola Lioni, persero la vita 246 persone.

Nei primi anni ottanta, il presidente più iconico dell’Avellino Calcio fu Antonio Sibilia. Ha ricoperto la carica in modo spezzettato dal 1970 al 2000, quando ha lasciato definitivamente la proprietà.

Tempi duri per l’Irpinia sportiva  Si poteva sperare soltanto nelle vie del Signore che, come sappiamo, sono infinite.

E fu in una di queste vie che Ciriaco De Mita, Nuscano, politico di spicco della Democrazia Cristiana, fu ingaggiato quale ricercatore e conducator finanziario dai dirigenti calcistici irpini. Uomo di vasta intelligenza, generoso, altruista, amante della  terra d’Irpinia, acerrimo nemico  dei fiori del male, scaltro e astuto, sempre disponibile a dare il suo apporto nella soluzione di casi difficili.

L’astuzia non è l’intelligenza: è tutt’altra cosa. L’intelligenza è un dono di Dio (e non certamente quella artificiale) dotata di facoltà intellettive e operative più o meno ampie, ideologicamente impegnate, che costituiscono la mente direttiva e organizzativa di un partito, di un ambiente, di un movimento: Lui, da solo, era tutto questo! Potevano mai mancare ad un individuo di tale fattezza i mezzi finanziari e le conoscenze arbitrali delle partite calcistiche? Nooo!

Era astuto. Possedeva quella spiccata attitudine a volgere a proprio vantaggio situazioni sfavorevoli, ispirato da scaltrezza e furberia, con le quali riusciva a procurarsi la soluzione di ogni problema. E, ritornando allo sport, agiva, con l’ausilio degli altri arbitri, sull’arbitro della giornata (si    giocava, allora, soltanto la domenica) per i quali, ovviamente, teneva sempre aperte le porte del sua Segreteria.

Oggi, sono valori che non possono ripetersi, neppure se mettiamo insieme, impastati nella rabbia montanara e nell’orgoglio irpino,  la guida, la professionalità, la ricchezza dei magnati del calcio e i piedi fantastici  di Maradona, Falcao e Platini.

Antonio Cella

 

 

 

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