Lo dico subito, prima che qualcuno fraintenda queste righe come un endorsement travestito da analisi: scrivo da osservatore della politica italiana che ha imparato, a proprie spese, che i fenomeni liquidati troppo in fretta sono quasi sempre quelli che poi costano più caro. Vannacci è uno di questi. È il politico più studiato male dagli avversari degli ultimi anni. E questa, almeno in parte, è la ragione del suo successo.

Roberto Vannacci non nasce nel centrodestra. Nasce al Col Moschin, il Nono Reggimento d’Assalto Paracadutisti, una delle unità speciali più selettive che l’Esercito Italiano abbia mai prodotto. Ha operato in Somalia, Yemen, nei Balcani, in Iraq e in Afghanistan. Ha comandato la Brigata Folgore e il contingente italiano nella campagna contro l’ISIS. A questo aggiunge 3 lauree magistrali in Scienze Strategiche, Scienze Internazionali e Diplomatiche e Scienze Militari, 2 master di II livello in Scienze Strategiche e in Studi Internazionali Strategico-Militari e la conoscenza di 5 lingue. Non è il volto costruito dalla televisione, non è il funzionario di partito cresciuto tra tessere e congressi. È una figura che arriva da altrove, e già questo lo rende difficile da incasellare nelle categorie del populismo note alla politica italiana.

Nell’agosto del 2023 autopubblica su Amazon “Il mondo al contrario”. Nessun grande editore, nessuna campagna promozionale. Un libro che affronta senza filtri multiculturalismo, movimento LGBTQ+, femminismo e politicamente corretto, con un tono diretto e privo di qualunque concessione diplomatica. Quello che succede dopo è la cosa più interessante di tutta la vicenda. Il Ministro della Difesa Crosetto avvia un procedimento disciplinare. Vannacci viene sospeso dal servizio per 11 mesi con stipendio dimezzato. I media lo portano in prima pagina per settimane. I passaggi più controversi diventano virali. Risultato: “Il mondo al contrario” diventa un bestseller nazionale. Un libro che sarebbe probabilmente rimasto in una nicchia ideologica raggiunge centinaia di migliaia di lettori. Non nonostante le polemiche, ma grazie a esse.

Nel 2003 la cantante Barbara Streisand tentò di far rimuovere dalla rete alcune fotografie aeree della sua villa a Malibu. Quelle immagini, fino a quel momento, erano state visitate da 6 persone. Il tentativo di censura le trasformò in un fenomeno virale da milioni di clic. Da allora si chiama effetto Streisand: ogni tentativo di sopprimere un’informazione in un ecosistema mediatico iperconnesso rischia di amplificarla in modo esponenziale. Con Vannacci questo meccanismo ha funzionato alla perfezione. Le sanzioni non lo hanno ridimensionato, lo hanno trasformato in un simbolo. La narrazione del generale censurato dallo Stato per aver detto quello che pensa ha intercettato un’audience ben oltre i confini della destra identitaria. Ogni articolo di condanna diventava involontariamente pubblicità. Ogni talk show che lo invitava per smontarne le tesi gli offriva una tribuna nazionale.

Il paradosso è che i suoi avversari lo sapevano. O avrebbero dovuto saperlo. George Lakoff, linguista cognitivo dell’Università di Berkeley, lo spiega da decenni con un esempio disarmante: se ti dico “non pensare all’elefante”, stai già pensando all’elefante. Ogni volta che qualcuno diceva “Vannacci non è un estremista”, quella parola entrava nella testa di chi ascoltava incollata al suo nome. Il Partito Democratico, in campagna elettorale, ha inserito Vannacci direttamente nei propri materiali di comunicazione. Con intenzione critica, è ovvio. Il risultato è stato regalargli spazio. Gratis.

Matteo Salvini intuisce il potenziale e lo candida alle europee del giugno 2024. Il risultato supera ogni aspettativa: oltre 500.000 preferenze personali per un esordiente assoluto. Viene nominato vicesegretario federale della Lega, ma la sua presenza lacera il partito. L’ala storica del Nord, con Zaia e Fedriga in testa, prende le distanze. La tensione cresce fino alla rottura, e a febbraio 2026 nasce Futuro Nazionale.

Qui vale la pena fermarsi. Vannacci propone la remigrazione, classi separate per studenti con disabilità, si rifiuta di definirsi antifascista e descrive Mussolini come uno statista. Sono posizioni che hanno alimentato le critiche più dure nei suoi confronti. Ma c’è una domanda che i suoi avversari continuano a eludere: perché funzionano? Molti non votano Vannacci perché condividono ogni sua affermazione. Lo votano perché vedono in lui qualcuno che sfida un sistema percepito come distante e chiuso, e che sopravvive ai colpi di chi quel sistema lo abita. Finché quella domanda resterà senza risposta, il problema non è Vannacci. È il vuoto che lui riempie.

I sondaggi attuali collocano Futuro Nazionale attorno al 4-5%. In un sistema frammentato come quello italiano, può bastare per essere l’ago della bilancia delle prossime elezioni. Chi pensa che non basti, probabilmente, pensava la stessa cosa di Trump nel 2015. E di Farage. E di molti altri prima di loro.

I fenomeni che si capiscono possono essere affrontati. Quelli che si deridono finiscono per crescere. E al momento Vannacci cresce.

Damiano Santoriello

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