Sono passati circa venti anni da quando, seduti al tavolo del Bar Centrale, situato all’ombra dei lecci nella splendida Piazza di Bagnoli, Io, Mimmo Nigro e Carlo Trillo decidemmo di dar vita ad un circolo culturale con scopi ricreativi civili e sociali che, soprattutto nelle giornate invernali, tra una partita di briscola e la lettura di un brano di Dante, potesse accoglierci tra le sue braccia. Fu cosa assai difficile mettere insieme, oltre a noi tre, un primo gruppetto di persone che accettasse, senza remore, di tuffarsi con noi in una piscina di acque torbide, che non davano alcuna garanzia sulla realizzazione del nostro progetto e, al primo vagito, conoscendo la mala voglia di alcuni alla partecipazione al progetto, ritirasse i remi in barca.

Invece no! Fu un trionfo. Nei primi anni di vita del sodalizio, l’adesione fu altissima. Tante furono le persone che, con evidente interesse, seguirono le conferenze tematiche che toccarono i vari rami dello scibile umano. La comunità cittadina ha potuto vivere, così, momenti di nuove emozioni grazie agli interventi di valenti professionisti, lasciandosi affascinare dalla verve storica, artistica, letteraria, umanistica degli stessi, nonché dal più libero sviluppo del pensiero e dalla nuova consapevolezza dei mezzi dell’uomo e della sua potenza. Interventi culturali che avevano superato i limiti della normale prevedibilità, producendo un effetto insperato, una straordinaria rifioritura, superiore alle possibilità comuni, capaci di modificare radicalmente i progetti ritenuti difficili; un piccolo miracolo, come la ripetizione di un micro Rinascimento del XVI° secolo. Ma, com’era nelle previsioni occulte di noi padri del sodalizio, non si fecero attendere i primi segni di disturbo da parte di un’esile minoranza che, incessantemente, bussava alla porta della dirigenza con pretese, già nei primi due anni di attività del circolo, in risposta ad un quesito posto dalla presidenza pro tempore,  titolato “To be or not to be”, di voler aprire uno spazio da dedicare alla “politica”, facendo capire che “la cultura che non ha ricadute nel sociale, non è cultura.”

Su questo, non c’erano dubbi: la politica è cultura che, comunque, non entrava nel piano che si erano prefissi i dirigenti nel momento in cui decisero di tenersi fuori dalle beghe dei partiti e dalla partecipazione attiva degli associati durante le campagne elettorali. Sapevano bene che, lo stare lontani dalla politica partecipativa, avrebbe apportato un sicuro giovamento alla compagine. Infatti, nel primo anno di attività del Circolo, come già detto, la non appartenenza alla politica  partecipativa aveva dato i suoi frutti. In quella occasione, nel perorare la causa di allontanamento dalla politica attiva, fu precisato che dovesse essere ESSA, la politica, a porsi al servizio della società e NON la società al servizio della politica e, quindi, stare alla larga da abili politicanti, come quasi sempre avviene. Presupposto, questo, essenziale, propedeutico al sano avvio di un’attività culturale plurima, da protrarsi nel tempo per radicarsi in un territorio difficile, intriso profondamente nel carattere localistico e nel pensiero atavico del notabilato padronale.

La dirigenza, tuttavia, fu costretta ad indossare le vesti protettive del mecenate e raccogliere intorno a sé il fior fiore della intellettualità cittadina, onde evitare che il demone dell’ideologia, vivo più che mai in ognuno di noi, spuntasse in modo inappropriato, inatteso, inaccettabile. Conseguentemente, se da una parte fu facile trovare concordanza attorno a disegni importanti, necessari, dall’altra parte fu un tantino difficile rallentare il germogliare dei “fiori del male”, anche se di natura diversa. Il tutto, però, rientrava nella norma. L’Associazione navigava in acque chete.

Io non sono un saccente. Ma credo intensamente che il tramonto delle ideologie, come spesso detto dalla stampa e dagli ideologi (quelli che hanno tendenza alla esaltazione esclusiva di principi astratti o di un’ideologia), dovrebbe rendere ogni progetto umano, sociale e politico, più libero, problematico e sperimentale. Dovrebbe essere più aperto e disponibile al dialogo e darci meno sicurezza delle ragioni di parte e maggiore consapevolezza che il contributo di tutti e di ciascuno, al di là della politica attiva, è richiesto dalla complessa realtà in cui Bagnoli, e i paesi limitrofi, affogavano. Non possiamo si potessero ignorare i piccoli problemi, le cosiddette “problematiche”, da affidare a poche menti illuminate. Esse, tuttora, rappresentano la scaturigine dei “problemacci”, quelli che vanno affrontati e risolti dalla maggioranza degli uomini in una dimensione di solidarietà (e NON l’uomo solo: TRUMP) che richiede una grande attrezzatura di conoscenze e una profonda dimensione etica.

Nel primo decennio del secolo in corso, la società bagnolese era catalogata come fenomeno dipendente da un’epoca di transizione, di passaggio, che contrapponeva un periodo di certezza a un futuro da individuare. Si era trovata, come appare oggi, in un momento, un lunghissimo momento di provvisorietà, in cui niente era definitivo e niente era certo. Erano venuti meno, in parole povere, i punti di riferimento sicuri, certi, e i modelli orientativi naturali; si sottolineava la crisi della cultura, (quella su cui avevamo fatto affidamento), quella che, per vari motivi, non può più esercitare, ora, alcuna funzione di magistero illuminante. A distanza di più lustri, le cose non sono cambiate. Anzi, credo proprio che si siano aggravate, soprattutto dal punto di vista sociale.

Ritornando alla nascita del “Circolo” che forma oggetto di questo mio lavoro, l’accordo sulla neutralizzazione delle ideologie nei nostri disegni associativi, apparve giustificata dalla quasi totalità dell’Assemblea dei Soci. Poi, però, si sa, alla luce di quanto si proietta sullo schermo degli avvenimenti paesani, le esemplarità e il binomio di cultura-tessuto sociale si riproposero, in tutta la loro essenza, dando la possibilità alla insaziabile voracità del demone dell’ideologia di veicolare le sue incertezze, i suoi messaggi imperativi nella società, già di per sé confusa tra le grandi problematiche reali e di pensiero, di valori e di quotidianità delle stesse. Non fu facile, comunque, rammendare le smagliature. A questo punto, mi pongo una domanda: qual è, allo stato, il significato della vita di PT39? Riuscirà il sodalizio a superare eventuali divergenze interne e continuare la sua provvida attività per un altro ventennio futuro?

Credo proprio di sì. Le divergenze, se non sono come quelle della penultima Giunta Comunale dimissionaria, una volta riveduti i posizionamenti interni, rientreranno. Per quanto attiene alla continuità, tenuto conto che nel passato ha fatto cose egregie, non dovrebbero esserci remore al continuare per tantissimi anni ancora, sempre che: livori, dissapori, saghe familiari e dissonanze partitiche restino fuori il portone d’ingresso. Per quanto mi riguardi, al di là della mia vetustissima età, sarei sempre disposto a dare una mano (per amor di cultura, e per vincere l’angustia che reprime la serenità).Si deve sempre tener presente, alla luce dei lumi, che nella coincidenza delle finalità, attraverso un processo d’integrazione sociale di reciproca complementarietà e di reciproco servizio, nascono assonanze ideali e operative che conducono alla maturazione di utili esperienze.

Il rapporto dialogico (è bene ricordarlo) non nasce se c’è l’intenzione di costringere l’altro alla propria dimensione o se si dà spazio alla tentazione egemonica, che è dentro ciascuno di noi, come superbia della ragione, come incontrollata passione per le cose, come pretesa di un dovuto in nome di un qualsiasi presunto primato. Non credo, comunque, ci sia un “maitre à penser” che possa intimare l’alt al libero arbitrio. Di qui, la necessità dell’allora chiamata in causa di partecipazione alla fede culturale di laureati e laureandi, di professionisti e di lavoratori acculturati, ossia l’appello ai detentori della cultura Bagnolesi, provocatoria e stimolante, per spronare la ricerca e l’approfondimento.  Al momento, tutto fila liscio.

E, per finire, voglio esprimere un particolare elogio a Giulio Tammaro, già Presidente del Circolo per più anni, persona saggia e parsimoniosa, che regge le redini dell’amministrazione dei fondi necessari al funzionamento del sodalizio, e presta la propria opera, a livello professionale, nella redazione del giornalino “Fuori dalla Rete”. Grazie Giulio.

Antonio Cella

 

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