L’opera trae origine dall’immaginario onirico che attraversa la narrazione de La vegetariana di Han Kang, in cui la protagonista tenta di sottrarsi alla violenza sistemica del mondo. Ed è nell’ambito di questo progressivo distacco dalla ferocia umana, che l’ispessimento della sua pelle che si fa corteccia rende manifesto l’anelito etico ad un’esistenza in forma arborea: una dichiarazione d’intenti che trasfigura l’espressione radicale di una non-violenza estesa a ogni forma di alterità, animale e vegetale.
Presentato in forma installativa, il busto de Il respiro della Terra è la traduzione scultorea dell’essenza vitale e purificatrice del corpo femminile che si rigenera dalle ceneri del mondo. La sua effige viene così esposta su un tronco combusto sopravvissuto ad un campo di cenere, tra frammenti lignei che evocano i resti di una foresta. Ed è proprio il ricorso alla terracotta, quale materia primordiale, ad iscriverne la metamorfosi nel ciclo stesso della natura; mentre la base in legno combusto introduce una dialettica organica tra la verticalità della linfa nascente e la distruzione che permane nell’orizzontalità annerita dei tronchi e della cenere.
Ne deriva la costruzione di uno spazio liminale, in cui la promessa di un’evasione salvifica si incrina nel dettaglio di una lacrima di sangue che solca il volto della figura scultorea. Questa lacrima affiora come segno iniziatico della tensione irrisolta tra il proprio desiderio di innocenza e l’ineludibilità del dolore che deriva dalla conoscenza: una sensazione di disillusione che non può essere elusa, ma che resta inscritta nella carne e nella materia, quale residuo irriducibile dell’esperienza umana.
testo critico di Rossella Della Vecchia
LA GALLERIA




Commenti
Per visualizzare i commenti Disqus devi accettare i cookie Marketing.