San Pantaleone (“Santu Pantalonu” in bagnolese) è festeggiato il 27 luglio di ogni anno. Geograficamente vicino a noi, il Borgo di Montoro (AV) venera il Santo che insieme a San Francesco ne è Patrono. Più informazioni sono disponibili nel sito: www.sistemairpinia.provincia.avellino.it Prima di esporre la leggenda tutta bagnolese “ r’ la Prèta” (della pietra) associata alla Grotta di San Pantaleone presente sulle nostre montagne, amerei dare qualche nota sulla vita del Santo.

Una Nota Storica

Chi era Pantaleone? È realmente esistito? Dove visse?

San Pantaleone (in bagnolese “Santu Pantalonu”) è una delle figure ad aver testimoniato con il martirio la sua fede in Cristo durante la Grande persecuzione del 303-305. Venerato come patrono delle ostetriche (“mammane”) e compatrono dei medici con i celebri Cosma e Damiano, è considerato membro del gruppo dei cosiddetti santi anargiri (anàrgiri, dal greco ἀνάργυρος «senza denaro», sono quei Santi che nella Chiesa greca, secondo la tradizione, esercitarono la medicina gratuitamente). Secondo la tradizione agiografica (la “Passio” greca) era figlio di Eustorgio, un ricco pagano di Nicomedia.

Πανταλεων (Pantaleon), composto da παντός (pantos) o πάντα (panta), rispettivamente il genitivo e l’accusativo/nominativo di παν (pan, “tutto”), e λεων (leon, “leone”), fu educato nella fede cristiana dalla madre Eubula. Dopo la morte della madre, iniziò ad allontanarsi dalla Chiesa e sotto la guida del medico Eufrosino apprese l’arte medica così bene da entrare direttamente al servizio dell’Imperatore Massimiano o, secondo altre fonti  più verosimilmente, di Galerio, il quale fu prima cesare (293-305) e poi augusto d’Oriente (305-311).

Il suo ritorno al cristianesimo fu merito di un sacerdote di nome Ermolao, il quale viveva nascosto per sfuggire alle persecuzioni e che ne lodò sì lo studio della medicina ma lo convinse a mettere al primo posto Cristo: «Amico mio, a che giovano tutte le tue acquisizioni in quest’arte, visto che tu sei ignorante nella scienza della salvezza?». Pantaleone convertì il padre dopo aver miracolosamente guarito un cieco con l’invocazione del nome di Cristo. Alla morte del genitore, liberò i suoi schiavi e distribuì i suoi beni ai poveri, ma l’invidia di alcuni colleghi portò alla sua denuncia all’imperatore. Questi cercò di farlo apostatare in vari modi, passando dalle lusinghe alle aperte minacce, ma non riuscendo nell’intento lo condannò a morte, bollando tutti i miracoli da lui compiuti come un’esibizione di “magia”.

Dopo svariati tentativi di ucciderlo, vanificati da altrettanti prodigi, la Passio riferisce che gli aguzzini riuscirono a decapitarlo solo dopo aver ottenuto il consenso di Pantaleone.  Intanto, aveva implorato il perdono sui suoi persecutori e una voce dall’alto gli aveva imposto il nuovo nome di Παντελεήμων ( Panteleímon“), che in greco equivale a “colui che di tutti ha compassione“. La data della decapitazione (dies natalis = giorno di nascita alla vita eterna, ossia della morte) è il 27 luglio dello stesso anno in cui fu decapitato San Gennaro (19 settembre).

Il Culto Bagnolese e la “Prèta r’ Santu Pantalúnu”

(Fonte: Intervista a e documento manoscritto di Angelo Chieffo (Angiulettu lu pittoru) cortesemente concessomi dall’autore nel novembre del 2022 e che mi ha permesso di utilizzarlo come fonte)

Il culto del Santo è antico e si diffuse sia in Oriente che in Occidente fin dai primi secoli della cristianità. Già al tempo dell’imperatore romano Giustiniano sorsero vari santuari a lui dedicati. In Irpinia San Pantaleone è presente in varie località. In particolare, egli è uno dei Santi più venerati nell’area di Montoro (“de castro Montorii”), in provincia di Avellino. In questa località il culto è vivo fin dal Medioevo, e forse anche prima. Per una storia dettagliata del culto a Montoro, dovete leggere il libro di Teresa Colamarco: “San Pantaleone “de castro Montorii” – il culto e la storia” -ESI, Napoli 2012.

Racconta Angelo Chieffo nel suo manoscritto che a Napoli si usa anche pregare San Pantaleone per avere dei suggerimenti su numeri da giocare al lotto. Anche a Bagnoli, come riportato in una relazione del 2008 del Circolo Socio-culturale Palazzo Tenta 39, tra l’ultima metà del ‘600 e la prima del ‘700, ci fu una forte devozione verso questo santo. Dall’articolo cito che c’è a Bagnoli una grotta, conosciuta come la Grotta di San Pantaleone (quota mt 910) , situata sul costone roccioso che fiancheggia il lato sinistro di Caliendo e che non è altro che una cappella rupestre dedicata al Santo.

In un articolo del 2011 apparso su “Il Mattino”, dove si annunciano lavori di ripristino e di accesso alla grotta, Annibale Discepolo scrive che tale cappella rupestre fu ricavata in una grotta naturale di roccia calcarea. L’articolo continua e cito: “… che è impossibile non rimanere estasiati dal luogo, calamitati da una bellezza a tratti irreale che flirta con panorami mozzafiato in cui l’anima è rapita da cotanta bellezza. Forse sarà anche la cifra di una fede che pervade, popola, ammanta i luoghi che proprio in questa grotta avevano un terminale fino al 1950, di una processione di grande suggestione che vedeva protagonisti i pellegrini, che qui raccontano essere tanti, percorrere il tratturo con il capo cinto da una corona di spine a simboleggiare il martirio patito dal Santo, per crudeltà paragonabile a quello del figlio di Dio.

All’interno della grotta, vi è un’incisione in latino dalla quale si presume che il 28 luglio del 1722, alla presenza di un inviato del Vescovo di Nusco (deputatus nella lapide), fu celebrata una Santa Messa. Il 27 e 28 luglio sono i giorni in cui ancora oggi ricorre la festività di tale santo.

 (DIE 28 IULII 1722 FUIT BENED(ICTA) ET CELEB(RATA) MISSA A(B) D. VIN(CENTIO). PRIM(ICERIO) DE AVENA (ET) AB EPIS(COPI) NUS(CANI) DEPVT(ATO))

(Il 28 luglio del 1722 fu benedetta e celebrata una messa dal D.Vin(cenzo) Primicerio  De Avena (e) dal rappresentante del Vescovo Nuscano).

Il vescovo di Nusco di quell’epoca era S.E. Giacinto Dragonetti, che non era in buone relazioni con la Collegiata di Bagnoli; quindi, non fu presente personalmente all’evento ma inviò un suo rappresentante (“deputatus”). L’arciprete della Collegiata di Bagnoli era Don Ottavio De Avena che inviò il Primicerio della Collegiata Don Vincenzo De Avena.

Quindi possiamo pensare che questo sito già esistesse alla data del 1722, e che la partecipazione del Primicerio (rappresentante l’arciprete) e di un rappresentante del vescovo sia segno di una forte devozione, cresciuta sicuramente negli anni. Senza dubbio quella cappella rupestre esisteva già da parecchio tempo abitata forse anche da eremiti nei secoli anteriori.

La Grotta, che versava in uno stato d’abbandono totale, fu restaurata dal Comune con fondi della Regione alla fine della prima decade di questo secolo. L’accesso alla Grotta fu recuperato, ma da qualche anno non è più sicuro e a tratti pericoloso, il che ha causato che la Grotta sia stata chiusa indefinitamente.

La Leggenda “r’ la Prèta” secondo la tradizione locale

La tradizione popolare ripresa dal manoscritto di Angelo Chieffo ci presenta una storia molto interessante associata a questa Grotta incluso il tradizionale uso di pietre a scopo terapeutico. Lascio la parola ad Angelo Chieffo che ci racconta:  “Nel XVI secolo fu costruita a “Bagnulu” una cappella denominata Santa Maria degli Infetti (“ l’Angilu”) nella zona ubicata a metà costa, lungo il sentiero che dal paese conduce all’Altipiano Laceno e alle montagne circostanti.

Alla cappella era annesso un ospizio per le persone infette dal male e, precisamente dalla peste bubbonica, la stessa di cui scrive nei Promessi Sposi l’autore lombardo Alessandro Manzoni. Tra i malati c’era una povera vecchietta, sola e abbandonata, che pregava ininterrottamente il Signore affinché la guarisse dal male che l’affliggeva. Le sue preghiere furono esaudite e il buon Dio, preso da compassione, mandò immediatamente sulla terra per confortarla un suo emissario: l’Angelo dalle ali candide.

La vecchietta, ovviamente, chiese all’Angelo di aiutarla. Ma l’Angelo munito di buon senso pensò, astraendosi dalla figura di ambasciatore, che fosse meglio affidare il caso all’eremita che viveva in una piccola grotta a circa un mezzo miglio dal lazzaretto, non fosse altro per accorciare le distanze, essendo il viaggio di ritorno in cielo faticoso e lontano.

Il vecchietto, che s’intendeva di medicina, accettò di buon grado l’offerta dell’Angelo e, non avendo nulla da poter dare all’ambasciatore divino a garanzia del suo impegno, oltre alla promessa di riunirsi in preghiera con la donna, consegnò all’Angelo una piccola pietra della sua grotta affinché, poggiandola sull’addome della vecchietta, potesse lenire il dolore.

E fu proprio così. Dopo la posa della pietra sull’addome da parte dell’Angelo il dolore scomparve immediatamente. E da quel giorno, nelle famiglie bagnolesi, è invalsa l’abitudine di tenere in bella vista sul comò della camera da letto la “Prèta r’ Santu Pantalonu”.Da quel momento, in onore dell’Angelo ambasciatore, la cappella Santa Maria degli Infetti assunse il nome della Cappella dell’Angelo (“ l’Angilu”), come tuttora si chiama.

Intanto, tra la Cappella dell’Angelo e la Grotta di San Pantaleone, dove passò l’Angelo, apparve per incanto un comodo tratturo che, nei secoli, ha consentito ai fedeli bagnolesi di recarsi in pellegrinaggio dal Santo, la cui cappella, posizionata sulla sommità di un dirupo, affaccia su uno scenario mozzafiato, nel cui panorama rientra anche l’antico ingresso delle Grotte del Caliendo.”

Conclusione

Come già menzionato, la Grotta è stata restaurata e l’accesso recuperato alcuni anni fa con fondi della Regione, però come l’accesso si è degradato negli ultimi anni per varie cause, la Grotta è stata chiusa indefinitamente. Un tale gioiello composto da un percorso affascinante dal punto di vista naturalistico, da un panorama mozzafiato e unico, e con una grotta rupestre di valore religioso e storico,  in altri luoghi se lo sognano. Se qualcosa di simile esistesse in questo lato dell’Atlantico, non solo si avrebbe cura e mantenuto come si deve, ma promosso come un’attrazione turistica di primo grado!

Zia Reccia (al secolo Lucietta Chieffo classe 1886), sorella maggiore di mia nonna, diceva ca San Pantalonu era lu prututtoru r’ li mali r’ panza. Si t’ faci malu la panza, arà métt’ la prèta r’ la grotta r’ San Pantalonu e rí accussí: (diceva che San Pantaleone era il protettore dei mal di pancia. Se ti fa male la pancia, devi metterci sopra la pietra e dire)

“Santu Pantalónu, Santu Pantalónu fa luvà lu bubbónu à ‘stu uàgliónu!” (San Pantaleone, San Pantaleone guarisci questo ragazzo!)

Essa ne aveva un paio a casa sua che metteva a disposizione del vicinato (arrètu à lu campanaru re’ Santu Ruminucu- dietro al campanile di San Domenico, alla fine della Selici o Via Aulisio), e mi dispiace tanto di non aver potuto prendermene una prima di partire per il Canada. Però, a grande sorpresa ed immenso piacere, l’amico Angelo Chieffo (Angiulettu lu pittoru) con generosità me ne ha regalato una nell’ottobre del 2022 con copia del suo manoscritto, che ora conservo da buon Bagnolese “’ncimm’à lu cumò r’ la camm’ra rà liéttu” (sul comò della camera da letto).

Giovanni Labbiento – (da Fuori dalla Rete Giugno 2025 Anno XIX n. 2)

 

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