Il salone di Rosario, il barbiere, affacciava sulla piazza più importante di Sazzano, nella cui area inglobava due bar, una rivendita di tabacchi, una cantina, una bottega di generi alimentari, un ciabattino, la sezione del Partito Comunista, una macelleria e la farmacia del Dott. Bello. Era il massimo che potesse avere un paese di millecinquecento anime.
Le rivendite, unite, formavano un ideale grosso supermercato, che consentiva a quelle massaie, che potevano permettersi il lusso di fare la spesa, di non allontanarsi più di tanto per i diversi approvvigionamenti. I bar, di solito, erano quasi sempre affollati di giovani e uomini di mezza età, che passavano il loro tempo a giocare a carte: erano maestri del tressette, della scopa e della briscola. Erano locali frequentati esclusivamente da uomini che, oltre a divertirsi con le carte napoletane, fumavano continuamente il loro trinciato puzzolente arrotolato, con maestria, in cartine velate che, a volte, venivano considerate come sigarette prodotte dal Monopolio dello Stato. Per tali motivi, i locali erano perennemente immersi nel fumo, un condensato grigiastro di veleni esiziali per la già caduca salute della quasi totalità degli avventori,
Al fumo faceva seguito, immancabilmente, lo sputo: una lastricata di catarro ceruleo che incerava il pavimento e, sempre più spesso, era causa di madornali scivoloni dei meno abili, che si sfogavano in una sequela di contumelie blasfeme, da far rizzare i capelli agli osservatori occasionali. Il bicchierino di anice, nell’occasione, faceva la sua parte. La scena di un interno-bar, la si poteva rappresentare come uno scorcio d’inferno dantesco.
Il silenzio, la solitudine e l’intimità, elementi essenziali di ogni atto creativo, erano, per Rocco Gambone, insufficienti. Si sentiva intellettualmente indifeso, come una lumaca priva della chiocciola. Non riusciva a fissare nella memoria un solo capitolo del testo universitario per la preparazione dell’esame di abilitazione alla professione forense. Era abulico, neghittoso, tedioso, di una accidiosaggine acuta che non gli faceva onore e gli paralizzava la volontà del fare. Aveva necessariamente bisogno di qualcosa o di qualcuno che gli facesse scattare la molla della vitalità repressa. Un uomo della sua età, non poteva e non doveva lasciarsi soverchiare dalla paranoia causata, oltretutto, da una delusione sentimentale che avrebbe fatto ridere l’ultimo dei dongiovanni. Bastava che schioccasse un colpo di dita per raccogliere ai suoi piedi il fior fiore delle donne di Sazzano e dei paesi del circondario. Tutte ambivano essere corteggiate da Rocco Gambone: cosa aspettava? “Chiodo scaccia chiodo!”
Rocco, dopo una lunga reclusione casalinga, finalmente decise di uscire. Indossò una camicia a fondo blu, a righe bianche, e pantaloni di lino beige, che aveva acquistato qualche settimana prima nella sua boutique preferita di Avellino, e scarpe mocassini tubolari color marrone di capretto, che conferivano alla sua figura di bell’uomo un aspetto sportivo, piuttosto elegante. A tanto aggiunse una spruzzata di Chanel pour monsieur, dal profumo virile, che non aveva nulla da invidiare al sospiro dei gelsomini e delle zagare, che recintavano la sua abitazione, e alle tante reclamizzate eau de toilette per uomo, Acqua di Colonia e China Migoni. Rocco amava il suo profumo più di ogni altro. Più dei tanti che nel capoluogo, nelle vetrine dei profumieri, erano offerti nelle loro sgargianti confezioni di cristallo in una miriade di colori e di odori. Lo amava tanto, da trascurare i profumi naturali del basilico, dell’origano, della lavanda, del rosmarino: i profumi della sua terra per i quali stravedeva, che si era trasportato dall’infanzia e che, se avesse potuto, li avrebbe indossati molto volentieri.
Il profumo, sulla persona di Rocco, aveva una mera funzione di piacere. Lui, lo accettava, come nella mistica ebraica, per la nutrizione dell’odorato, unico senso che dà piacere all’anima. Non aveva bisogno, quindi, di usarlo come provocazione dell’estasi, come elemento di seduzione di cui è saturo. A tanto, bastavano i suoi profili plastici,
Fu allora che Marylin Monroe si vestì soltanto di poche gocce di Chanell n°5, per far cadere nella pazzia erotica collettiva gli uomini “maschi” dei cinque continenti che materializzano il mondo terraqueo.
Giunto in piazza, la stessa delle lunghe passeggiate con Michele, suo amico fraterno, si accorse che davanti al salone di Rosario, verso il quale stava dirigendosi per darsi una ripulita e un taglio ai capelli, da troppo tempo trascurati, sostava uno dei ragazzi che aveva fatto parte del complesso che nel Piazzale San Domenico eseguirono la famosa serenata che fu causa dell’incontro tra lui e Idea, Rocco non aveva dubbi. Sì, era proprio lui, il cantante solista dalla voce nitida.
Rocco non voleva perdere l’occasione di parlargli. Salutò il barbiere con un cenno della mano facendogli capire che stava per andare da lui e, infilatosi il Corriere sotto il braccio, puntò decisamente verso il giovane ch’era immerso nella lettura di un giornale,
Buongiorno. Ti ricordi di me?> Gli disse con un sorriso che stentava ad accendersi.
Il giovane, piuttosto sorpreso da quel saluto, che francamente non si aspettava, anche perché chi lo aveva salutato era più anziano di lui, rispose a sua volta, educatamente, ma non subito, alla seconda domanda. Poi, inarcando le foltissime sopracciglia di lucido pelo nero, disse:
<So bene che voi siate, ma non riesco a mettere a fuoco in quale posto e in quale circostanza abbiamo a avuto modo d’incontrarci, di parlarci, tanto da consentirmi di ricordarmi di voi>
< Hai ragione, scusami, sono stato poco specifico. Ora ti spiego: ricordi la serenata di Piazzale San Domenico di un anno e mezzo fa? Tu, se non sbaglio, eri il cantante solista di quel gruppo di musici. Dico bene?>
E il ragazzo, in evidente sforzo mnemonico che gli si leggeva sul viso, con un po’ di ritardo, rispose.
< Si, certo, ricordo perfettamente. Non ricordo, però, che quella sera abbiate partecipato all’evento anche voi. Evidentemente, preso dalla performance, dall’emozione e dalla paura dell’arrivo dei carabinieri i quali, non avendo altro cui pensare, e perseguire, danno la caccia a noi musicisti che, con le nostre melodie, commettiamo soltanto il reato d’incatenare le anime degli incerti e degli indecisi: valido mezzo per chetare le loro pene d’amore.>
< Perfetto>, esclamò Rocco.
E, con evidente imbarazzo e curiosità, il cantante chiese:
< Scusate, perché mi avete posto quella domanda?>
< Niente, volevo soltanto sapere se sei disposto, con il resto del complesso, a bissare quella serata. Tutto qui.>
E il giovane, dopo qualche attimo d’indugio, di riflessione, rispose:
<Perchè no! Ditemi soltanto la data e l’ora dell’evento.>
<Mi farò vivo io, quanto prima. Chiamami comunque tra una settimana al numero telefonico che trovi scritto su questo biglietto da visita. Arrivederci.>
Il motivo per cui Rocco voleva a tutti i costi portarsi sotto il balcone di Idea a sviolinare la sua serenata, era poco chiaro ma intuibile. Lui, evidentemente, voleva guardarsi dentro per accertare se, in piena rivisitazione di una serata speciale e di un luogo particolare, sotto lo sguardo magnetico dei mostriciattoli di pietra costretti a reggere il piano del balcone e il peso di un corpo di donna fatale, avvolto tra le spire di una melodia struggente che gli causasse piacevoli e provocatorie vertigini (come presumibilmente capitato ai protagonisti della celeberrima “suonata” tolstonjana) lui potesse resistere e vincere il fascino devastatore dei suoi sentimenti di una femmina dichiaratamente contraria ai suoi affanni amorosi. Voleva sapere se, all’ennesimo rifiuto, il suo essere uomo, munito dì intelletto e di una forte volontà di sottrarsi ai magnetismi di una attrazione che valicava i limiti della ragione, della razionalità oggettiva, fosse ancora vittima della malìa che gli aveva fatto perdere le connotazioni umane, proprio come le protomi misteriose che guardano il lato buio del convento domenicano.
Rocco, evidentemente, attribuiva a Idea singolari capacità di suggestione e seduzione, per il solo scopo di veder soffrire gli uomini. Un atto evidentemente vendicativo nei confronti dell’altro sesso. Un uomo della sua intelligenza che dà adito alle stregonerie, denota inesorabilmente un preoccupante disordine mentale.
Chi ci assicura, però, che Rocco non avesse ragione? Nel senso che la donna fosse una ammaliatrice, una che incoraggia la nascita di un rapporto intimo e poi, al momento buono, se ne tiri fuori. Oppure una a cui, pur essendo felicemente sposata, piaccia avere rapporti sessuali anche con le donne? Mistero che Rocco era intenzionato a scoprire.
Rosario, il barbiere, accolse con entusiasmo l’arrivo di Rocco nel suo salone.
< Dottor Rocco, finalmente ti si vede. Dove sei stato tutto questo tempo? Tra quali lenzuola rosa hai passato le tue nottate?>
< Se proprio ci tieni a saperlo, sono stato un po’ in giro per motivi di studio. I miei capelli, come vedi, non sono poi tanto lunghi. Li ho soltanto trascurati. L’ultima volta, me li sono fatti spuntare da un barbiere di Salerno. Quando uno sta in giro, alloggia dove capita. Noo?>
<Ah! Traditore! E dire che ti avevo conservato, in occasione delle festività pasquali, il calendario profumato con tutte le star di Hollywood seminude, anche se so bene che ad esse preferisci quelle in carne ed ossa, Ma, bando alle chiacchiere: come stai? Ti vedo un po’ sciupatiellu>
< Sto bene, non preoccuparti. Pensa a farmi bello, piuttosto, che ne ho bisogno.>
< Chi è la farfalla di turno che si è fatta imbrigliare nella tua rete?>
In quel periodo, erano di moda i calendari tascabili profumati, che esibivano foto di attrici seminude oltre, ovviamente, alla elencazione dei mesi dell’anno. Le attrici che sovente occupavano quelle piccole pagine erano; Rita Aywoorth, Jane Russell, Marylin Monroe, Esther Wylliams, Marlene Dietrich, Lauren Bacall, figlie del firmamento cinematografico Hollywoodiano, e tante altre meno famose che, comunque, quando apparivano in costume da bagno, erano belle quanto le altre, Nei paesi dell’entroterra irpina, erano i barbieri a farne uso regalandoli ai clienti in occasione delle festività natalizie e pasquali. Erano immagini nitidissime che facevano la felicità dei giovani che, come reliquie, custodivano nei portafogli. Era il tempo della brillantina Linetti che lucidava, più della cromatina per scarpe, le chiome ribelli di adolescenti e adulti che gareggiavano tra loro nell’imitare Rodolfo Valentino e Clark Gabol, i sex simbol della cinematografia mondiale.
I tempi cambiano e, con essi, mutano anche gli usi e i costumi. Le cose che non cambiano mai sono poche. Tra queste: l’amore, capolista dei bisogni di esistenza
Rocco intendeva preparare, nei minimi particolari, la serenata concordata col musicista. Mentalmente, però, era alla ricerca meticolosa del brano da far eseguire al complesso canoro. Un brano che racchiudesse in sé tutto il fascino della melodia, con parole che rievocassero malinconiche meditazioni sulle vicissitudini della vita e riaccendessero passione, prostrazioni, trasporto e struggenti sensibilità.
A riprova di quanto programmato, voleva affrontare l’esame del campo per avere tali conferme.
Alla fine, optò per le “Foglie morte” di Jacques Prévet, in versione originale, con l’innesto di alcune strofe di “Passione”, famosa canzone napoletana di Libero Bovio, perché entrambe denunciavano il suo stato d’animo.
Tornato a casa, si riappacificò anche col pianoforte. Eseguì più volte l’intreccio musicale da lui voluto alla presenza del suo fan preferito: Lucignolo, che, ovviamente, diede il suo assenso con un miagolio mieloso, quasi musicale, per cavalcare la stessa atmosfera che aleggiava nello studio.
< Ieri mi ha telefonato il Dr. Brosio, disse Salvatore Gambone, padre di Rocco, mentre era intento a sorbirsi il primo caffè della giornata. Voleva conoscere il mio pensiero in merito ad una tua candidatura a Sindaco del paese. Gli ho detto che non intendo interferire nelle tue cose e nei tuoi programmi futuri. Gli ho detto anche che sei un professionista, uno studioso delle leggi, che sai bene quello che devi fare, che sei l’artefice del tuo destino. Tu hai la fede dalla tua parte: fai come meglio credi, non ti sarò da ostacolo. Ti chiedo, con l’occasione, una cosa che, bada bene, non riguarda la tua futura attività politica, ma la tua salute. In questi ultimi tempi mi sono accorto che non navighi nella spensieratezza: sei sempre ammutolito, totalmente distaccato dalla famiglia e dagli interessi della stessa. Tua madre è preoccupata e, direi di più, soffre di vederti infelice. Ho chiesto a Brosio di darti una mano! Domani verrà a casa alle sedici, Ti prego, ascolta i suoi consigli! Fallo per tua madre.>
<Sono semplicemente stanco, papà. La discussione della tesi di laurea e la preparazione dell’esame di Stato mi hanno leggermente affaticato. Non ci sono, sul momento, motivi di preoccupazione riconducibili alla mia salute, al mio stato fisico e mentale.>
Alle sedici, meno qualche minuto, il Dottor Brosio bussò alla porta di casa Gambone. Fu lo stesso Rocco a dare il benvenuto all’amico medico e a introdurlo nel suo studio dove Lucignolo stava già piazzato sulla poltrona della scrivania, fingendo di dormire. Lui, in realtà, era in attesa che il nuovo arrivato gli facesse una carezza oppure, ingrassando il suo narcisismo, facesse i complimenti al padrone di casa per lo splendido esemplare di gatto in suo possesso. Stava sdraiato con la testa penzoloni fuori dal piano-base della poltrona, sotto l’arco del bracciolo, per intenderci, seguendo di sottecchi ogni mossa degli astanti. Proprio come fanno gli agenti segreti quando spiano la loro vittima. Gli mancava soltanto il cappello in testa e una sigaretta al lato della bocca per assumere verosimilmente quell’atteggiamento indagatore, “casablanchesco”, alla Hunphrey Bogart.>
< Cos’è che ti rattrista, Rocco?> Esordì sorridendo il Dottor Brosio.
< Niente di grave: sono fottutamente innamorato!> Rispose Rocco.
< Ci sei ricascato, a quanto pare.>
< Perché ricascato? Quando mi è capitato un’altra volta?
Dopo ti spiego. Parlami, piuttosto, della donna che ti tormenta.
E Rocco:
< E’ un amore che vivo in apnea. Mi toglie l’aria che respiro. Mi spinge lontano dalla realtà, e lievita in me il desiderio sessuale in modo abnorme, infoiato, parossistico; mi trascina nel peccato e mi sbiadisce le facoltà cognitive. Mi rende totalmente schiavo, e sottolineo totalmente, della donna. Ecco! Non so descrivervelo in altro modo.>
< Rispondimi: ci sei stato a letto?>
< Col pensiero: tutti i minuti, tutte le ore, tutti i giorni.>
E il dottore:
< Tanto tempo fa, avevi quattordici anni, se ben ricordo, sono stato chiamato in questa casa con urgenza da don Salvatore per gli stessi motivi di questa sera: controllare il tuo stato di salute! A quattordici anni, non si è né bambini né adulti. Facendo ricorso a un neologismo, chi transita in questo stadio rientra nella tipologia degli “adultescenti”, lontano dal pieno sviluppo fisico e altrettanto lontano dalla puerizia: eri un caso speciale di precocità fisica e intellettiva. Eri in anticipo rispetto al ritmo con cui si svolge lo sviluppo dei fenomeni naturali. Anche allora non denotavi nessun male fisico. L’epicentro del tuo male si celava nel tuo profondo “io”, e faceva soffrire anche la mente che, a sua volta, attraverso l’esternazione di significanti sintomatologie fisiche, quali sudorazione, insonnia, inappetenza, nervosismo, smagrimento, denunciava il tuo stato di salute complessivo. Conoscevo bene la natura del tuo disturbo, ma tu, con le tue menzogne forzate, con caparbia negazione, ti sei tirato indietro. Non hai voluto collaborare alla determinazione della diagnosi.>
E, Rocco:
< Ricordo bene cosa diceste a fine visita: “…Ragazzo, stai lontano da certe cose! S t a i f e r m o c o n l e m a n i . H a i c a p i t o!! Ora, a distanza di tanti anni, posso finalmente spiegarmi. Siamo tra uomini! E, ogni uomo degno di questo nome, avrà fatto ricorso, credo, a quelle pratiche che ridicolizzano la persona umana, la sua essenza virile, e di tanto dovrebbe vergognarsene. Io, però, avrei diritto a delle attenuanti. A quel tempo, era ospite di questa casa una lontana parente di mia madre. Una donna stupenda sotto ogni profilo: bella come una dea, calda, esuberante, provocante. Aveva sopracciglia folte, nere, e ciglia lunghe e superbe da cui tralucevano pelurie immaginifiche, presenze occulte di quelle parti del corpo femminile, perenne riferimento del desiderio maschile, da accarezzare, da scapigliare, da baciare e, al tempo stesso, da cristallizzare nelle pieghe dell’anima con rispetto pudico, quasi sacrale. Non credo a quegli ipocriti che magnificano la castità, la purezza intellettuale. La concupiscenza nasce con l’uomo e finisce con l’uomo nel matrimonio (?), secondo San Paolo. Io, però, ero soltanto un ragazzo. Questa mia lontana parente, dicevo, tutti i giorni mi inchiodava sopra una croce infuocata. Di solito, sedeva sul divano basso del salotto e, poiché anche per casa indossava scarpe con tacchi alti, da seduta era costretta a tenere alte le ginocchia e, quindi, le cosce, che non stavano mai accostate, per cui potete immaginare lo spettacolo fortissimamente erotico cui ero costretto ad assistere. Non parliamo, poi, di cosa non vedessi tra un accavallamento e l’altro delle gambe che si susseguiva, provocatoriamente con frequenza costante e rallentata, che metteva in mostra le giarrettiere ovattate che serpeggiavano lungo le cosce, e la trasparenza delle mutandine rigorosamente bianche. Come avreste reagito, voi, alla mia età, a quelle performances goduriose insolite, dichiaratamente erotiche, che mi facevano balbettare. Sareste rimasto indifferente, voi? O avreste perso cinque chili di peso in otto giorni, come successe a me?>
E Brosio, pago di quelle confessioni;
< I desideri sessuali repressi incidono negativamente sulla psiche. Si deve tentare di reagire e rimuovere al più presto le immagini avvincenti, provocatorie. Cancellare quel desiderio ossessivo che ti tormenta, e renderlo inconscio attraverso un meccanismo di difesa da ricercare, magari, nell’appagamento del desiderio medesimo. Avrei dovuto inviarti da un mio amico psicologo ma, conoscendoti, sapevo bene che avresti fatto tutto il possibile per evitare che il disturbo si manifestasse ancora.>
<Ho letto da qualche parte una riflessione sui rapporti umani di un autore francese, che dice: Non confondere l’amore col delirio del possesso, che causa le sofferenze più atroci. Perchè, contrariamente a quanto comunemente si pensi, l’amore non fa soffrire. Quello che fa soffrire è l’istinto della proprietà, che è esattamente il contrario dell’amore. E, dal punto di vista medico e filosofico, sono perfettamente d’accordo con lui.>
< Sul fronte della candidatura, ci sono buone notizie: tuo padre si è reso disponibile a concederti il nulla osta, l’imprimatur, come dicono i canonici. Tienimi aggiornato della tua ansia da possessione carnale.>
Antonio Cella

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