L’analisi recente di Maria Fioretti sulla frammentazione delle DMO (Destination Management Organization) in Irpinia scoperchia una realtà amara: mentre la provincia si disperde in cinque sigle diverse, l’Altopiano del Laceno emerge come il grande assente, l’unico polo d’eccellenza rimasto fuori da ogni geografia strategica. Se la Fioretti definisce la proliferazione di queste organizzazioni come la “fotografia fedele di un’incapacità strutturale di generare coesione”, la condizione del Laceno è, se possibile, ancora più paradossale: non è un’isola felice, ma un’isola che sta evaporando dai radar della programmazione regionale.
In questo scenario, la posizione del Consorzio degli operatori turistici solleva interrogativi non più procrastinabili. Da anni si registra una latitanza operativa che stride con una costante visibilità d’immagine: il logo dell’associazione compare regolarmente su ogni manifesto, quasi a voler siglare una paternità organizzativa che, nei fatti, non genera alcun impulso concreto alla crescita della destinazione.
La genesi di questa paralisi risiede in un cortocircuito gestionale evidente. Il Consorzio, ammettendo implicitamente di non possedere al proprio interno le risorse professionali indispensabili, aveva istituito un apposito ufficio tecnico. Tuttavia, quello che doveva essere il motore della rinascita si è trasformato nell’ennesima occasione mancata: la struttura è rimasta inoperosa, delegando l’inerzia originaria a un limbo burocratico.
Il tempo degli annunci termina davanti a una data certa: le ore 16:00 del 31 marzo. È questa la scadenza ultimativa fissata dalla Regione Campania per il riconoscimento delle DMO. Non si tratta di un semplice adempimento, ma dello strumento operativo che la Regione finanzia per trasformare la promozione in gestione reale. Senza questo riconoscimento, ogni idea di riqualificazione resterà priva di una cabina di regia e di flussi finanziari certi.
Mentre realtà irpine come Lioni e Grottaminarda dimostrano capacità di fare rete, e mentre la vicina Acerno intercetta nuove progettualità mettendo a nudo l’immobilismo bagnolese, il Laceno resta al palo. Non si può costruire il tetto di una visione turistica quando mancano le fondamenta di una gestione professionale e collegiale.
Se le scelte politiche finali competono all’Amministrazione Comunale, l’attore locale che per statuto deve dare l’impulso decisivo è il Consorzio. È l’associazione commerciale che deve farsi promotore del Patto di Destinazione, attivando finalmente una funzione tecnica che non può più restare un simulacro. La soluzione non risiede in “messia” o consulenze esterne prive di radicamento: risiede nel far funzionare gli strumenti che il territorio si è già dato, ma che ha colpevolmente lasciato inerti.
Se oggi il Laceno sopravvive, lo si deve esclusivamente alla resilienza di poche aziende che, con sacrificio, mantengono accese le luci dell’altopiano. Ma il volontarismo non può più supplire all’assenza di una strategia collettiva. Sotto il profilo economico, ogni giorno di stallo è un atto di sottrazione al potenziale di crescita.
Il Laceno non è una riserva statica, ma un motore che attende una regia capace di avviarlo. Chi ha le competenze e il coraggio della responsabilità, si rimbocchi le maniche. Ora, prima che scocchi l’ora X.

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