Sono tre anni che papà non è più qui, ma io continuo a parlare con lui, di lui. Qualche settimana fa ho riletto i suoi quaderni, pieni di appunti e note, scritti duranti gli anni dell’Università a Napoli. Studiava Lettere classiche, in ogni quaderno si nota una calligrafia chiara, ordinata. Ci sono traduzioni di Omero, appunti di Platone, le sue riflessioni… In ogni pagina c’era la traccia della sua mente, del suo lavoro, della sua passione. C’era l’impegno e la voglia di costruirsi un futuro, una famiglia, una casa…

Sfogliare i quaderni è stato per me, come camminare al suo fianco, in un tempo in cui non l’ho conosciuto, mi sembra di rivederlo giovane, seduto alla scrivania, con una sigaretta tra le dita, di sentire la sua voce mentre ripete italiano, latino, greco. Non era solo mio padre, egli era il mio sostegno, la mia roccia, il mio faro. Mi ha trasmesso la passione per l’antropologia e per lo studio delle tradizioni popolari.

Fin da adolescente l’ho accompagnato durante le sue ricerche sul campo, quando entrava, con discrezione ma con una grande curiosità, nelle case dei contadini, i suoi maggiori informatori. Insieme abbiamo trascritto dalle registrazioni della viva voce di pastori e contadini, senza apportare modifiche, i racconti di vita quotidiana, canti antichi, proverbi e usanze. Posso testimoniare che mio padre non si limitava a narrare, egli viveva quei racconti, in ogni parola percepivo il rispetto e l’amore per la cultura orale, un patrimonio prezioso che voleva e sperava non svanisse mai.

Grazia Russo – (da Fuori dalla Rete Giugno 2025 Anno XIX n. 2)

 

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