Correva l’anno 1932.  Un giorno, di ritorno da Napoli, dove aveva consegnato una partita di castagne per conto di mio nonno Salvatore, zio Carlo Gelsomino portò con sé un proiettore 35 mm a carboncini. Nasceva, o meglio rinasceva, il Cinema Fierro al Corso Umberto I, prima pare che fosse ubicato in via Michelangelo Cianciulli nei locali delle signorine Pertuso. Fu installato nel capannone che fino a quel momento era servito per la lavorazione delle castagne. Infatti, i miei nonni, erano grossi commercianti del nostro prodotto principe.

Così iniziò l’avventura delle immagini in movimento a Montella. Naturalmente alla gestione parteciparono tutti i fratelli Fierro:  da Carlo Gelsomino  a Fernando, a Luigi, con papà e il piccolo “Totore”. Io, ovviamente,  non posso avere  ricordi di quel periodo,  ma so che molti ragazzi dell’epoca hanno lavorato come operatori. Per tutti, vorrei ricordare  il compianto Bruno Conte.

Ma veniamo ai miei ricordi, alla mia vita nel cinema e per il cinema. Il primissimo ricordo, comune credo a tantissimi, non è visivo, bensì uditivo…: “La sirena”. Ebbene, chi non ha vissuto quell’epoca non potrà capire cos’era la sirena. Era un vecchio arnese, usato durante la seconda guerra mondiale, per avvertire degli  imminenti bombardamenti. Dopo la fine della guerra, chissà chi aveva pensato di riadoperarla, ma stavolta per  un uso  pubblicitario . Era stata posta sul terrazzo del cinema e veniva fatta suonare per avvertire i montellesi che era imminente l’inizio dello spettacolo cinematografico. La si udiva in ogni dove, da San Francesco a Sorbo, e tutti capivano che dovevano affrettarsi per recarsi al cinema. L’abbiamo usata fino al 1974, quando poi papà decise di ristrutturare il vecchio cinema, non fu più rimessa al suo posto.

L’operatore, al tempo dei miei primi ricordi, era, e  lo è stato fino al 23 novembre del 1980, Giuseppe Calzerano, per tutti “Peppo lo stagnino”. Non era un mestiere semplice all’epoca: le pellicole erano composte da elementi chimici che si incendiavano facilmente e non vi erano ancora le lampade elettriche , il raggio di luce veniva prodotto da due carboncini con i poli opposti che venivano man mano avvicinati fra loro tramite una manovella producendo una fiammata che illuminava lo schermo. Quindi sovente le vecchie pellicole, che quando arrivavano a Montella avevano ormai fatto decine se non centinaia di passaggi nei vari cinema della Campania,  erano tutte spezzettate e con i dentini rotti e il povero Peppo doveva riattaccarle con acetone e olio di gomito. Arrivavano le famose “pizze” che dovevano essere “montate” per formare così i due tempi di cui solitamente era costituito il film. Il tutto  avveniva naturalmente a mano, tramite un attrezzo con una manovella: si posizionava su un lato dell’attrezzo la grossa bobina e si girava la manovella, in questo modo la pellicola si avvolgeva in essa; generalmente per fare un tempo occorrevano tre “pizze”. A causa di questi continui riavvolgimenti, spesso  le pellicole erano mal ridotte, perciò si inceppavano negli ingranaggi e, bloccandosi, uno o due fotogrammi  prendevano fuoco, quindi bisognava stoppare il film e accendere la luci in  sala e lì cominciavano i fischi e le urla degli spettatori: “Stagnì  acconza sta pellicola”.

Poi nel 1974 comprammo un proiettore nuovo con lampada elettrica, le pellicole non erano  più incendiabili, quindi non capitò  più  questo inconveniente. Alla cassa del cinema pure si sono alternate diverse persone. Nel ‘60 c’era mio nonno Antonio detto “Lo sorvegliante” perché lavorava alla stazione di Montella, come sorvegliante appunto. Dopo la morte di mio nonno, ricordo Luigi Lombardi e, dopo di questi, “Peppo lo monaco”, e poi ancora mia mamma ed infine io stesso.

Fino al 1974 il cinema aveva solo una platea. Alla sinistra, separato con degli archi di pietra, c’era un grosso corridoio, che conduceva ai  bagni. Le sedie erano in legno e davanti a tutto c’erano delle grosse panche  che erano il regno di noi bambini, anche perché, essendo il pavimento in calcestruzzo molto sconnesso e pieno di buche, alla fine del primo tempo a noi piaceva giocare a “palline” fra quelle buche con le ginocchia a terra. Qualunque film venisse proiettato, la sala si riempiva sempre.

Ricordo che la domenica il primo spettacolo iniziava alle 14:30 e già verso le 13:30 i marciapiedi antistanti il cinema erano pieni di persone che attendevano l’apertura per accaparrarsi il posto preferito. E sovente si litigava pure. I film che andavano per la maggiore erano sicuramente i cosiddetti, “western”, ma anche i “peplum” e i comici, soprattutto quelli con Totò. Non sto qui a citare tutti gli attori che hanno affascinato la nostra fantasia di bimbi ed adolescenti, ma uno in particolare è stato quello che, almeno a me, è rimasto nel cuore e che esaltava la mia immaginazione , mi piace ricordarlo, anche perché morì giovane in circostanze drammatiche. Questi era Bruce Lee.

Ricordo la “nebbia” che si formava per l’uso permissivo del fumo e l’acre odore che ne scaturiva: ripensandoci oggi era proprio una follia! Fino alla fine degli anni ‘60, tra il primo e il secondo tempo, passava fra le file il mitico “zi Tommaso” con la cassettina di legno a tracolla vendendo dolciumi e snack salati. Poi nel ‘69 mia mamma decise di mettere nell’atrio un bar vero e proprio e finì l’epoca di Zi Tommaso. Si cominciarono così a vendere anche i popcorn in busta e le bibite, per la maggiore andavano le gassose e le aranciate “Fierro”, fabbricate alla stazione dai miei zii  Guido e Camillo. In quel periodo venne a lavorare da noi Antonio Basile che molti canzonavano con il soprannome di “Petella”. È stata una figura preziosa per il cinema, sempre presente, andava ad attaccare i manifesti pubblicitari nel paese con la sua scala di legno e il secchio di colla. Inoltre rimaneva sempre fino alla chiusura,  aveva imparato anche a far di conto e riusciva a districarsi nella vendita di snack al bar.

Nel 1974 il cinema fu ristrutturato ed abbellito. Si creò una galleria, il pavimento fu piastrellato e realizzato in leggera discesa in modo da non avere ostacoli visivi. Furono installate delle pareti insonorizzate e cambiate tutte le sedie, però sempre in legno. Ricordo che il film della riapertura fu “A mezzanotte va la ronda del piacere” un film ad episodi interpretato dai comici dell’epoca, che però anticipò la serata ufficiale che vide per la prima volta essere proiettato a Montella un film in prima visione in contemporanea con tutti i grandi cinema italiani: “L’inferno di cristallo”. Da allora in poi si cercò di fare arrivare sempre più spesso delle  prime visioni. Ma non fu facile.  Cominciò l’epoca di Bud SPENCER e Terence HILL  e poi di CELENTANO e dei film “SCOLLACCIATI” con la FENECH , Lino BANFI  e tanti altri.  Gran bei tempi. Non sto qui a parlare dei film che si sono proiettati nel cinema, un libro intero forse non basterebbe, ma fra le migliaia di film che poi avrei visto nel corso della mia vita mi piace ricordare quello nel quale mi sono rivisto, e che  più di tutti mi ha commosso: “Nuovo cinema Paradiso”  di  Giuseppe TORNATORE  .

Il cinema Fierro, oltre all’uso consueto,  fu adoperato anche per manifestazioni teatrali, feste da ballo, spettacoli musicali e convegni. Tantissimi hanno calpestato il palcoscenico del cinema, fino a poco prima della chiusura. Al cinema si proiettava un film al giorno; tanti erano gli spettatori abituali che non mancavano ad  una proiezione. Verso la fine degli anni ‘70 , i cinema attraversarono un momento di crisi; ricordo che, per sostenersi, cominciarono a proiettare, lo facemmo anche noi, i film vietatissimi ai minori di 18 anni. Da noi i giorni soliti erano il lunedì ed il venerdì. Debbo dire che questo aiutò le finanze perché gli spettacoli erano sempre pieni. Altri tempi.

Domenica 23 novembre 1980: al cinema si  proiettava “S.O.S. Titanic”. Ero tornato dallo stadio Partenio, dove si era giocata la partita di serie A  Avellino – Ascoli, conclusasi con una strepitosa vittoria dei biancoverdi, e decisi di andare a vedere il film allo spettacolo delle ore 18 con la mia fidanzatina dell’epoca. Dopo circa un’ora e trenta di proiezione, quando il Titanic aveva appena urtato l’iceberg e stava per affondare, da noi si scatenò l’inferno. Tanti erano gli spettatori presenti, fortunatamente ne uscimmo tutti sani e salvi. Il Terremoto, ma questa è un’altra storia. Dopo le verifiche tecniche, si appurò che il cinema non aveva subito danni rilevanti  e ci diedero il permesso per riaprire. Fu come un segnale di pronta ripartenza, anche se la tragedia era immane, soprattutto per molti paesi limitrofi.

Restammo aperti fino al marzo del 1986, quando poi dovemmo abbattere la casa prima e il cinema poi, per essere ricostruiti. Naturalmente era tutto sotto il controllo di papà che aveva, come ingegnere, progettato la ricostruzione degli edifici e  subito aveva fatto iniziare i lavori. Purtroppo però nel giugno del 1988 mio padre ebbe un infarto che lo strappò alla vita a 65 anni, e tutto fu sospeso. Dopo un anno riprendemmo i lavori, portati a compimento nel 1991. Nel frattempo le norme per le aperture cinematografiche erano cambiate, per i tragici fatti avvenuti nel cinema Statuto di Torino, e ci volle più di un anno per sistemare ciò che chiedeva la commissione di vigilanza.

Riaprimmo il 16 dicembre 1992 con il film  “1492, la conquista del paradiso”. Il cinema si presentava agli spettatori con una nuova veste, all’avanguardia per l’epoca: 296 poltroncine imbottite, pareti e controsoffitto  insonorizzati , schermo ampio e suono avvolgente con il sistema dolby surround. Ma la ripartenza non fu semplice, bisognava ricostruire una clientela dopo 6 anni di chiusura. Piano piano, anche con le proiezioni di prima visione,   il cinema riprese ad essere frequentato da un numero sempre maggiore di spettatori. Furono anni abbastanza felici per tutto il settore cinematografico italiano, ma poi arrivò la riforma del mercato: la globalizzazione”. Fu l’inizio della fine.

Fino a quel momento le licenze erano state regolamentate: non si potevano costruire nuovi cinema dove già ne esisteva uno, o meglio, ogni cinema doveva servire un bacino d’utenza specificato dal regolamento nazionale. La nuova riforma sovvertì questa regola, fu permesso a chiunque di aprire nuovi cinema, anche con più sale, ove volesse. I primi ad approfittare di questa riforma furono proprio i grossi produttori cinematografici.

Quindi immaginatevi: un produttore, che era già distributore, divenne anche esercente, a scapito naturalmente dei piccoli cinema. Quale futuro era destinato a noi i piccoli? Cominciammo a non avere più alcun margine d’azione.  Un produttore, che grazie alle nuove regole era diventato anche esercente, all’uscita di un film aveva un unico interesse: guadagnare! Quindi  il  film si proiettava innanzitutto nel suo cinema. Certo nessuno impediva al piccolo cinema di accaparrarsi una prima visione, era sufficiente pagare una cifra esorbitante! “Sono le regole del mercato globale”, mi hanno detto! “Tutti devono avere diritto di poter guadagnare”, mi hanno detto! “ Se tu non ce la fai a sostenere la concorrenza, il problema è tuo”, mi hanno detto! “Devi adeguarti ai tempi”, mi hanno detto! E io ci ho provato.

Vi dico solo che l’ultimo film di successo che ho proiettato prima della chiusura, Checco Zalone ndr, mi è costato come noleggio iniziale 5000 euro. Ho rischiato investendo una cifra per me importante, non sapendo quale sarebbe stato il risultato. Ma ho potuto farlo solo una volta, poi mi sono reso conto che non potevo più competere con un mondo in cui i diritti difesi sono solo quelli dei pesci grandi. I piccoli sono inutili, possiamo anche farli morire.

Questo era l’andamento generale che si era creato negli ambienti cinematografici. Metteteci pure il fatto che per poter trovare i film da proiettare in queste mega strutture da svariate sale, si cominciò a produrre film a ritmo industriale a discapito della qualità: ecco che inizia la crisi.

Inoltre le nuove aziende televisive trasmettevano i nuovi film ad intervalli sempre più brevi dall’uscita e iniziavano anche a produrre e trasmettere serie televisive di qualità decisamente superiore ai film che uscivano al cinema, così lo spettatore cominciava ad abbandonare i cinema e, in particolar modo, i piccoli cinema di provincia. Nel mio caso in particolare, oltre ai costi di manutenzione altissimi,  il passaggio dalla pellicola al digitale ha dato il colpo di grazia.

Avrei dovuto investire circa 100.000 euro iniziali per comprare il nuovo tipo di proiettore (questo era il prezzo medio allora), poi dopo qualche anno mi avrebbero rimborsato il 50% senza IVA. Un affarone, vero? Finalmente mi si dava la possibilità di lavorare dignitosamente. Avrei solo dovuto chiedere un prestito, di cui mi sarebbe stata restituita una parte e via, problema risolto. Certo poi bisognava fare i conti con i noleggi, con la concorrenza, con la possibilità di accaparrarsi prime visioni inseguendo così vanamente la speranza di riportate lo spettatore al cinema Fierro. Insomma non mi si chiedeva mica tanto. L’occasione me la davano, se non la coglievo la colpa era solo mia.

È la logica del mercato globale!

Così messomi a tavolino, fatti due conti, anche quelli con le responsabilità familiari, e quelli con la memoria e i ricordi, e quelli con i sensi di colpa, con una sofferenza d’animo che mi porto ancora addosso e con una nostalgia che difficilmente mi abbandonerà, dopo 82 anni ho dovuto calare il sipario sul cinema “FIERRO”. È stato per me un altro funerale, l’ennesimo. Doloroso e sofferente, come tutti gli altri. Schiacciato da un senso di impotenza. È una ferita destinata a non rimarginarsi. È un continuo chiedersi: ma forse avrei potuto? ma se avessi fatto così? ma forse ho sbagliato? Eh già, perché, se razionalmente so che gran parte della responsabilità non è mia, emotivamente sono convinto che la colpa è solo mia. E non riesco a darmene pace.

Fa male ricordare gli anni in cui il cinema rappresentava un riferimento per un paese intero e, di più ancora, che le generazioni future non ne avranno né conoscenza, né ricordo. La struttura è sempre là con schermo e poltrone a ricordarmi che sono stato felice.

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