C’è un momento, prima o poi, in cui chi nasce nelle aree interne capisce che la propria geografia non è soltanto un paesaggio. È un destino che gli altri, spesso senza cattiveria, danno per scontato. Il destino di dover “andare” per poter fare. Andare per studiare, per lavorare, per curarsi, per costruire una traiettoria che non sia un compromesso continuo. Si cresce così, con una frase che rimbalza ovunque e che somiglia più a una legge non scritta che a un consiglio: “Se vuoi davvero qualcosa, devi spostarti”.
Io questa frase l’ho sentita addosso tante volte. E non ho mai pensato che fosse il problema “dei paesi”, né una questione folkloristica. È una questione di cittadinanza. Perché quando un diritto esiste solo sulla carta, ma diventa difficile da esercitare in concreto, quel diritto non è pieno. È intermittente. E la cittadinanza, se è intermittente, smette di essere uguale per tutti.
È per questo che oggi vi chiedo di firmare la petizione “Restare è un diritto: una legge per le aree interne”, promossa da Give Back – Giovani Aree Interne con il supporto dell’Associazione Comuni Virtuosi. Ve lo chiedo con un motivo in più, personale e politico insieme: oggi faccio parte di Give Back, e conosco la natura di questa iniziativa. Non nasce per accumulare consensi facili. Nasce per mettere sul tavolo una domanda scomoda: com’è possibile che in un Paese moderno la distanza continui a tradursi in svantaggio?
Negli ultimi anni abbiamo imparato a chiamare tutto questo anche con una parola che, da sola, è già un manifesto: “restanza”. L’ha resa familiare l’antropologo Vito Teti, legato all’Università della Calabria, raccontandola come scelta attiva, come modo di abitare i luoghi senza idealizzarli, assumendosi la fatica e la responsabilità di rigenerarli. È una parola che mi piace perché restituisce dignità. Però c’è una cosa che dobbiamo dirci con franchezza: la restanza non può diventare una retorica che scarica sulle persone ciò che la politica non mette in condizione di vivere. Se restare significa rinunciare a servizi, mobilità e opportunità, allora non è un atto eroico. È un costo. E, spesso, un costo ingiusto.
Ecco perché questa petizione non parla di cartoline. Parla di strumenti. Parla di come rendere praticabili i diritti essenziali. Parla di partecipazione reale, perché un territorio che non progetta resta sempre in attesa. Parla di prossimità, perché non è accettabile che la cura sia un viaggio e che l’istruzione, la formazione o il lavoro siano sempre altrove. Parla di competenze e di innovazione, perché le aree interne non sono “fuori dal tempo”, ma hanno bisogno di tempo e condizioni per stare dentro la contemporaneità, senza essere costrette a rincorrerla.
Se allarghiamo lo sguardo, poi, capiamo che non è nemmeno una questione soltanto italiana. È una questione europea. Dopo anni di corsa alle metropoli, stiamo vivendo un ribaltamento silenzioso: le città attraggono ancora, certo, ma mostrano anche crepe evidenti, mentre i territori interni tornano ad apparire per ciò che sono davvero. Non un residuo, ma una parte strutturale del continente. È lì che si gioca una parte della sostenibilità: presidio del territorio, gestione del rischio, filiere locali, energia, biodiversità, coesione sociale. Non si può parlare di futuro, e poi accettare che metà del territorio venga trattata come una periferia permanente.
Il punto, per me, è tutto qui. Noi non stiamo chiedendo a tutti di restare. Non stiamo costruendo una morale delle scelte di vita. Stiamo chiedendo una cosa più semplice e più giusta: che chi vuole restare, o tornare, possa scegliere davvero. Senza dover sacrificare diritti. Senza doversi sentire “meno” perché vive più lontano da un centro.
E allora firmare serve. Non perché una firma, da sola, faccia una legge. Ma perché una firma dà visibilità, crea attenzione, mette pressione, fa massa critica. È il primo passo. È il gesto più immediato per dire: questa questione esiste, riguarda persone reali, non può essere archiviata come romanticismo. Poi il percorso potrà proseguire, nelle forme più opportune, anche con passaggi più strutturati e formalmente inquadrati. Ma senza un primo segnale pubblico, spesso, non si apre nemmeno la porta.
Se decidete di farlo, bastano pochi minuti. Aprite il link, seguite la procedura guidata della piattaforma, inserite i dati richiesti e confermate secondo le indicazioni. E se volete fare la differenza sul serio, fate un’altra cosa semplice: condividetela con due o tre persone, accompagnandola con una frase vostra. Perché la vera forza di questi temi, alla fine, è sempre la stessa: diventare conversazione pubblica.
Link petizione: https://c.org/6q9z6dMQLP
Restare non è un capriccio. È un diritto, quando è una scelta. E una scelta esiste solo quando è possibile.
Per firmare da smartphone, inquadrate il QR code con la fotocamera.
Damiano Santoriello – (da Fuori dalla Rete Marzo 2026 Anno XX n. 1)



Commenti
Per visualizzare i commenti Disqus devi accettare i cookie Marketing.