Ricordi degli anni trascorsi a Raito (seconda parte)

di Maria Patroni

A seguire la seconda parte del racconto di Maria Patroni durante il suo soggiorno a Raito. La prima parte, con premessa di Vincenzo Dino Patroni, è stata pubblicata nel numero di maggio di Fuori dalla Rete.


Era l’ultima settimana di luglio; in quel periodo le notti sono brevi ed era iniziato ad albeggiare; ero già in piedi. Mio padre vedendomi osservò pure che avevo occhi rossi e gonfi di pianto; preoccupato volle sapere cosa mi era accaduto di così grave. Ancora piangendo gli risposi che mi mancavano tre pagine dal giornale che stavo raccogliendo per Diomede, componendogli un libro al quale mio fratello teneva tanto, ma voleva leggerlo interamente non a puntate. Papà, infastidito, ma sentendosi in colpa mi dichiarò con tono contrariato che giorni addietro gli era servita carta di giornale e, pensando che quei fogli fossero inutili e lasciati per caso nel cassetto, se ne era servito per avvolgere qualcosa. Questa risposta significò la conferma di aver perso ogni speranza di trovare in altri mobili o posti della casa quei fogli di giornale divenuti per me quasi un incubo. Tra l’altro, mio padre andando via brontolò pure che ero la solita piagnucolona.

Fuori nel cortile di casa papà era già atteso da un cocchiere con il proprio calesse e dal suo fedelissimo aiutante di laboratorio, Archimede, detto da noi tutti in famiglia “il discepolo”. Il carrettiere con il suo mezzo era pure là pronto a caricare le opere da consegnare e da collocare, tempo una settimana, nella Cattedrale di Amalfi. Era stato un lavoro importante quello a cui “Mastro Raffaele”, così era chiamato da tutti papà, aveva dedicato mesi di costante lavoro. Finito il carico, gli uomini partirono per Amalfi. Anche Diomede, intanto, si era svegliato ed io gli avevo portato in camera un caffè caldo. Ma mi allontanai subito da lui sperando che non mi chiedesse circa la raccolta e la sistemazione dei fogli di giornale. Questa brutta situazione creata involontariamente da mio padre era stata e rimaneva per me motivo di insopportabile sofferenza.

Fortunatamente, per tutto il giorno Diomede non mi chiese nulla in merito. La giornata era trascorsa normalmente e si era fatta sera e anche tardi, quando improvvisamente, si aprì la porta di casa e vedemmo avanti a noi nostro padre. Era stravolto in viso e diretto a me iniziò a mortificarmi agitandosi sempre più, sostenendo che con il mio pianto mattutino gli ero stata di cattivo augurio. Io, che conoscevo mio padre persona assolutamente non superstiziosa, lo guardavo incredula e, senza capire il perché di tanto rancore nei miei confronti, mi chiedevo perché mi incolpasse. Rimasi sbigottita, in silenzio. Diomede, invece, volle sapere dal padre dell’improvviso suo ritorno a casa e che cosa era successo, sapendo noi che doveva restare ad Amalfi almeno una settimana per l’installazione in Cattedrale dei suoi lavori. Era accaduto durante il trasporto dei marmi una disgrazia non prevedibile, non immaginabile. Il carro, giunto già a pochi chilometri dalla destinazione, si trovò in una delle tante curve della nostra costiera, più corta delle altre, ed il cocchiere che trasportava i lavori eseguiti dovette retrocedere per evitare di scontrarsi con altro veicolo che veniva verso di lui in senso opposto. La manovra fu evidentemente irriflessiva ed azzardata, pertanto il carro, oltre a sobbalzare, si rovesciò tanto che, a causa del peso dei marmi che si addossarono tutti su un solo lato del veicolo, molti di essi si frantumarono. Si distrussero i più importanti e i più fragili. Con l’aiuto di gente che volontariamente era accorsa anche per sgomberare la strada, fu salvato il salvabile ma molto poco. Fu così che papà e gli altri    uomini , molte ore dopo, riuscirono a portare il carico rovinato al parroco della Cattedrale. A costui, che li aveva attesi da tante ore, fu raccontato il perché del disastro.

I pezzi salvati furono depositati in Cattedrale ma quando mio padre chiese al prete un’integrazione d’incoraggiamento   da aggiungere all’anticipo ricevuto per i lavori eseguiti, questi si rifiutò appellandosi a quanto era stato stabilito nel contratto firmato da entrambe le parti. Fu irremovibile, anzi pretese pure che i lavori danneggiati fossero rifatti nuovamente al più presto, ordinandogli di tralasciare altri che mio padre aveva in corso d’opera e riportarli ad Amalfi per installarli a regola d’arte. Nessuna solidarietà umana da parte di quel parroco ma solo pretese e mortificazioni a Mastro Raffaele. Povero papà! Aveva tutte le ragioni per disperarsi per tanta sfortuna ed incomprensione. Però, in tutto questo io che colpa avevo?

Quella maledetta mattina mio padre era partito appena fatto giorno con la certezza che collocati i suoi marmi lavorati nella Cattedrale di S. Andrea, alla fine della messa in opera, avrebbe riscosso una consistente somma che, in un momento già critico che la famiglia stava attraversando, gli giovava come l’aria che si respira. Infatti, già da tempo si era deciso tutti noi, di lasciare la casa di Raito e ritornare definitivamente a Salerno. Oramai non c’era più scopo per noi tre di vivere ancora in quel meraviglioso paesino in cui però si era sfasciata la nostra famiglia in seguito alla prematura morte di mia madre.

Papà e Diomede avevano già fittata una casa nel centro storico di Salerno, nei pressi della Chiesa di S: Agostino e anche il locale per un laboratorio più ampio e luminoso per la scultura in marmo, l’unico in città proprio nel centro del suo più importante corso. Quindi, a casa anche io e mio fratello aspettavamo il consistente guadagno del capofamiglia per effettuare subito dopo il trasloco dei mobili e degli oggetti di famiglia, ma anche gli attrezzi di lavoro del laboratorio di papà.

Tra l’altro, i contratti di affitto già erano stati firmati con i proprietari sia della casa di Via Masuccio Salernitano sia dello spazioso locale adibito a laboratorio d’arte in Corso Vittorio Emanuele. Ma a giorni si dovevano onorare i pagamenti delle pigioni anticipate per poter prendere possesso della nuova abitazione e del nuovo laboratorio.

Maria Patroni

(da Fuori dalla Rete, Giugno 2021, anno XV, n. 3)

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