A Laceno, sulla salita che portò Pantani nell’Olimpo dello Sport

Vent'anni senza Pantani

Laceno, nel 1998, il Pirata si rialzò dalla polvere. All’Irpinia è legata una storia di riscatto che si snoda nella complessa e struggente parabola umana e sportiva di una delle figure nazionalpopolari più amate, odiate, e poi rimpiante dal grande pubblico, Marco Pantani.

Questa storia comincia un anno prima, sempre in Campania. Siamo molto lontani, però, dalle verdi valli dell’Irpinia. Tra Cava de’ Tirreni e Maiori, proprio mentre s’è lasciato alle spalle il valico di Chiunzi, un gatto malefico taglia la strada a Marco Pantani. Che sfortuna. Il 1997 doveva essere il “suo”, quel Giro – a maggio – avrebbe dovuto incoronarlo (finalmente) tra i grandi del ciclismo. E invece, Pantani finisce in ospedale e deve lasciare la “corsa rosa”. Incubo nell’incubo: due anni prima, nel ’95, un fuoristrada l’aveva quasi ammazzato e il Pirata dovette sottoporsi a un’estenuante terapia. Dopo tanti sacrifici, si era faticosamente rialzato. Ma il destino, sotto le spoglie di quel maledetto gatto, aveva deciso di metterlo ancora alla prova.

Da quell’infortunio, Pantani si era ripreso. Era stato più forte della sfortuna, si era alzato sui pedali dell’anima e il suo spirito gli aveva consentito di superare – di volata – anche l’ultima salita che la vita gli aveva imposto. Era pronto a tornare da dove aveva lasciato. Il Giro d’Italia, edizione 1998.

Le prime tappe della corsa rosa sono sempre interlocutorie. Ma si inizia a intravedere lo stradominio dello svizzero Alex Zuelle. I pronostici lo danno per favoritissimo e lui recita il copione a cui, pare, predestinato. La maglia Rosa, però, la indossa (momentaneamente) Michele Bartoli quando i ciclisti partono per la sesta tappa del Giro ’98, da Maddaloni a Lago Laceno.

Tre Gran Premi della Montagna, arrivo in quota a più di mille metri. Pantani, a Laceno, scalda i muscoli. Zuelle e Bartoli sono avanti, lottano tra di loro, poi c’è il francese Luc Leblanc che li segue a ruota. Il Pirata, finalmente, attacca. Li incalza e comincia a recuperare il tempo perduto dalla vetta della classifica. È un testa a testa memorabile, un continuo scambio di posizioni, sorpassi e controsorpassi, attacchi e scivolate. Al traguardo del Valico, il Pirata è quarto. Zulle è primo e si prende la maglia rosa. I commentatori non vedono l’inizio di una rinascita. Anzi, temono il crollo di Pantani, battuto (proprio in salita!) dagli avversari.

Ma non possono ancora sapere che è a Lago Laceno che il ciclista romagnolo comincia a far sul serio e a lanciare l’offensiva vittoriosa che si concluderà solo sugli Champs Elisée di Parigi. Il Giro, infatti, Pantani lo vincerà estorcendolo al talento cristallino del russo Pavel Tonkov. Zuelle s’è schiantato, distrutto dalla fatica, sulle Alpi. Ma non finì lì. Perché, a luglio, Pantani al Tour metterà tutti in fila, dal tedesco Ullrich fino al beniamino di casa Jalabert, guadagnandosi la maglia gialla e la storica doppietta Giro-Tour che lo porrà nell’Olimpo del ciclismo accanto a campionissimi di ogni epoca, come Fausto Coppi e Eddie Merckx.

A Laceno, l’alba di quella straordinaria impresa sportiva l’hanno voluta ricordare con una targa. Il volto sorridente del Pirata, bandana gialla e pizzetto ossigenato. E quella frase che sembra presa, pari pari, dai monumenti militari in quota che ricordano le gesta eroiche: “Il 22 maggio del 1998 su questa salita, Marco Pantani, lanciò il primo di una lunga serie di attacchi che lo portarono a vincere nello stesso anno il Giro e il Tour”.

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