Il fascino delle grotte del Caliendo, fra storia ed esplorazioni

di Tommaso Mitrano

La Grotta Caliendo, detta anche Grotta di Giovannino in onore del suo scopritore, o anche Bocca di Caliendo, è ubicata sui Monti Picentini: si tratta di un vasto antro che si apre su un costone roccioso nel vallone omonimo, da cui risorge l’acqua formando stagionalmente una fragorosa cascata osservabile in tutta la sua spettacolarità persino dalla strada statale che da Bagnoli Irpino sale verso il Lago Laceno.

Questa grotta è un morfotipo di grande interesse scientifico per la sua conformazione, le sue peculiarità speleologiche, il ruolo idrogeologico che riveste, il contesto ambientale nel quale si inserisce, la storia delle sue esplorazioni, la ricchezza dei concrezionamenti ed il fiume sotterraneo che la percorre.

Le difficoltà di accesso avevano reso vano ogni tentativo di avvicinamento alla Bocca di Caliendo fino al 1930, quando un muratore di Bagnoli, Giovanni Rama, riuscì ad accedervi tracciando un sentiero lungo il versante e fissando corde e scale nei punti di maggior pericolo. Ed ancora oggi questo ripido sentiero che si diparte dalla strada montana Colle della Molella – Valle Piana, discendendo lo scosceso pendio per un dislivello di circa 265 m, è l’unica via di accesso, essendo la risalita dal basso del vallone Caliendo impedita da salti e cascate alte fino a 30 m. Da quel momento Giovanni Rama iniziò l’esplorazione del corso sotterraneo riuscendo nel 1934 a raggiungere il cosiddetto “I Sifone”. La difficoltà delle esplorazioni era dovuta, oltre che ai limitati mezzi a disposizione, soprattutto al fatto che la grotta era percorribile nei brevi periodi di massima magra tra settembre ed ottobre.

Nel 1934, su invito di Giovanni Rama, la grotta fu visitata da A. Bauco del Centro Alpinistico di Napoli, il quale produsse un primo sommario rilievo ma dovette arrestarsi innanzi ad un sifone non completamente vuoto. Nel 1935 l’esistenza della grotta venne denunciata all’Istituto Italiano di Speleologia di Postumia sia da A. Bauco che da Belisario Bucci di Bagnoli. Nello stesso anno le continue esplorazioni condotte da G. Rama lo condussero all’attuale “IV Sifone”, dopo un percorso sotterraneo di circa 1.600 m.

Nel 1942 la grotta venne esplorata nel tratto iniziale da G. Stegagno e da A. Segre per studi di carattere geo-paleontologici: all’ingresso della grotta furono rinvenute incastrate nella breccia ossa calcificate di sus e cervidi. Soltanto nel 1964 il CSR elaborò il primo dettagliato rilievo del tratto fino ad allora esplorato, per una estensione di poco superiore ai 1.600 m. Negli anni successivi si susseguirono numerose escursioni di studiosi ed appassionati, tra cui anche speleologi del GS CAI Napoli, ma non si ebbero significativi ulteriori sviluppi, soprattutto per il persistere dell’acqua nei sifoni terminali, anche nei periodi di maggiore siccità (Rodriquez, 1976b).

Il sisma dell’Irpinia del novembre 1980 causò il prosciugarsi della sorgente Tronola, principale affluente del Lago Laceno, determinando una rapida regressione del lago stesso ed un conseguente svuotamento della grotta. Di conseguenza, ripresero con fervore nell’estate del 1981 le esplorazioni nella grotta. Le nuove possibilità esplorative apertesi suscitarono il vivo interessamento di molti giovani bagnolesi, al punto da fondare nell’estate 1981 il Circolo Speleologico Giovanni Rama, guidato all’epoca da Angelo Chieffo. Il gruppo dei soci bagnolesi, coadiuvati dal GS CAI Napoli, capeggiato da A. Piciocchi, proseguì l’esplorazione della grotta, non senza difficoltà per la presenza di numerosi sifoni e salti, scavando e attrezzando i punti di maggiore difficoltà con scale e corde fisse.

Il 17 maggio del 1981, alcuni membri del GS CAI Napoli, insieme a subacquei del Centro Immersioni Sorrento, forzarono con le bombole il “I Sifone”, posto a 510 m dall’ingresso, e raggiunsero il “II Sifone”, ove si arrestarono (Giannini, 1981). A. Chieffo e T. Chieffo, P. Di Capua, S. Di Giovanni, A. Nicastro e A. Nicastro e G. Pallante del circolo bagnolese, insieme a F. Bellucci, G. Capasso, G. Giannini, I. Giulivo, C. Piciocchi, A. Santo e M. Tescione del gruppo napoletano, solo per citare i principali attori di questa coinvolgente esperienza, condussero l’esplorazione della grotta per uno sviluppo complessivo di 2.906 m ed un dislivello di +171 m, raggiungendo il principale inghiottitoio del Lago Laceno in prossimità di Ponte Scaffa.

In tale fase, gli speleologi del GS CAI Napoli elaborarono il rilievo topografico della grotta e, con l’ausilio di L. Brancaccio, A. Cinque e P. Celico, dell’Università di Napoli, eseguirono una serie di studi geomorfologici ed idrogeologici che furono presentati nel 1982 al XIV Congresso Nazionale di Speleologia di Bologna e portarono alla ribalta nazionale questo importante fenomeno carsico dell’Irpinia (Bellucci et al., 1983). Per tutti gli anni ’80 continuarono le esplorazioni e gli studi, analizzando a fondo i percorsi ormai noti alla ricerca di nuove possibili diramazioni.

Nel settembre del 1990, durante una nuova esplorazione, I. Giulivo, A. Nicastro e A. Santo effettuarono una risalita in artificiale di circa 13 m all’interno della grotta e scoprirono un nuovo ramo fossile, lungo 807 m, riccamente concrezionato (Giulivo et al., 1991b). La scoperta del nuovo ramo fossile, per le accresciute possibilità di valorizzazione turistica, risvegliò l’interesse dell’opinione pubblica sulla Grotta Caliendo e, pertanto, il 15 giugno 1991, venne organizzato dal Soroptimist e Rotary di Avellino uno specifico incontro-dibattito presso l’Hotel “4 Camini” del Laceno (Giulivo et al., 1991c).

Tommaso Mitrano

L’Appennino Meridionale, Periodico di cultura e formazione della sezione di Napoli del club alpino italiano

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