L’Odissea di Nolan: quasi 3000 anni dopo, cerchiamo ancora la nostra Itaca

Qualche giorno fa sono finalmente riuscito a vedere The Odyssey. Niente IMAX, niente 70mm, niente diavolerie varie: sala normale, ma comunque gremita di gente. In piena epoca di streaming e piattaforme, trovare una sala piena per una storia vecchia di quasi tremila anni non è solo una curiosità da box office. È un paradosso che vale la pena osservare: abbiamo strumenti infiniti per raccontare qualsiasi cosa, eppure torniamo sempre agli stessi pochi racconti antichi. Perché una persona del 2026, immersa in un flusso continuo di immagini, notifiche e intelligenza artificiale, sente ancora il bisogno di sedersi due ore e mezza davanti al viaggio di un uomo che, dopo dieci anni di guerra, cerca disperatamente di tornare a casa? Forse perché alcune domande sono rimaste identiche: chi siamo, cosa siamo disposti a perdere per tornare a ciò che amiamo, quanto restiamo fedeli a noi stessi quando nessuno ci guarda.

In questo senso, quello che fa Nolan non è troppo diverso da quello che fanno da anni Alessandro Barbero o Alberto Angela nel raccontare la storia al grande pubblico: non è tanto un elogio al regista, quanto la conferma di una regola più generale. Le grandi storie non sopravvivono solo perché qualcuno le ha scritte. Sopravvivono perché, di generazione in generazione, qualcuno trova il modo giusto per raccontarle di nuovo, e Nolan qui è solo l’ultimo a trovarlo. Per la cronaca, il «servizio alla cultura» si è anche monetizzato piuttosto bene: il film ha sfondato ogni record di apertura per Nolan, con un incasso mondiale del primo weekend intorno ai 264 milioni di dollari, il lancio globale più alto di sempre per lui. Il paradosso vale doppio: la storia più antica che conosciamo è anche, oggi, un fenomeno economico.

Per quanto riguarda la pellicola, dura parecchio: quasi tre ore per un’opera R-rated, cioè vietata ai minori di 17 anni negli Stati Uniti, che prova a comprimere secoli di riscritture e stratificazioni culturali in un’unica storia. Nolan è partito da una delle traduzioni più moderne del poema omerico, quella di Emily Wilson del 2017, e ha girato l’intero film con macchine da presa IMAX, mai successo prima nella storia del cinema commerciale: un dettaglio tecnico che resta comunque un mezzo, non il punto. La critica internazionale l’ha accolto con favore, soprattutto per la forza visiva e per la capacità di trasformare il poema in una riflessione moderna sull’essere umano. Non è, per me, il miglior Nolan, ma resta uno dei registi più rilevanti dei nostri tempi, alla pari di quello che furono Spielberg o Tarantino nella loro epoca: rivoluzionario, riconoscibile, costante.

Il passaggio che mi ha colpito di più, però, è quello del cavallo: lì Nolan non racconta più un’avventura, ma legge un simbolo. Lo stratagemma di Troia mostra che già allora l’uomo si confrontava con un conflitto destinato a durare nei secoli: quello tra il rispetto delle regole e la tentazione di superarle quando è in gioco una vittoria. È lì che emerge una delle domande morali che accompagneranno l’uomo per secoli: fino a che punto un fine considerato giusto può giustificare strumenti discutibili? Ulisse non è l’eroe più forte della guerra, è quello più intelligente, e la sua intelligenza lo mette davanti a un problema mai invecchiato: se posso fare qualcosa, questo significa che ho il diritto di farlo? È lo stesso nodo che Nolan aveva già esplorato con Oppenheimer: due uomini che scoprono che ogni intuizione geniale porta con sé una responsabilità. Uno trasformando l’intelligenza scientifica in uno strumento di distruzione, l’altro trasformando l’ingegno in una strategia capace di cambiare il corso degli eventi. Solo che uno se ne sente schiacciato, mentre l’altro, nel racconto di Nolan, sembra quasi rivendicarla con orgoglio.

Una parentesi più leggera, perché ce n’è sempre bisogno: sul cast non mi sbilancio troppo, per me sono stati tutti bravi, un filo meno Tom Holland e Zendaya, ma sono gusti personali. Menzione speciale per Robert Pattinson, di cui avevo già scritto in un post su Instagram: la sua parabola d’attore mi ricorda parecchio l’ascesa di DiCaprio. Chissà quando lo rivedremo nei panni di Batman, visto che The Batman: Part II è stato appena rinviato per l’ennesima volta, questa volta al 18 febbraio 2028.

Torno però al viaggio, perché è quello il vero cuore del film. C’è una parola che vale la pena ricordare, ed è forse la vera chiave di tutto: nostos. In greco antico significa «ritorno», ed è proprio dall’unione tra «nostos» e «algos» che nasce il termine moderno «nostalgia»: il dolore del ritorno. L’Odissea non è semplicemente un’avventura, è il poema del ritorno a casa, e nel mondo moderno resta incredibilmente attuale: siamo tutti un po’ Ulisse, persone che cambiano lavoro, città, identità, relazioni, ma che cercano sempre un luogo dove riconoscersi. Non a caso mia madre, una volta, mi ha definito esattamente così: «sempre in giro alla ricerca di Itaca, ma con il bisogno di tornare». Non so se lo intendesse come un complimento o come una preoccupazione, ma ci ho pensato per tutto il film. Forse, in fondo, erano entrambe le cose.

Anche per questo, alla mia tesina di maturità, quando ancora si usava chiamarla così, avevo scelto proprio il viaggio come filo conduttore, partendo da Ulisse per attraversare altri autori, altri personaggi e altri popoli che, nel corso della storia, avevano provato, ciascuno a modo proprio, a rispondere alla stessa domanda: cosa significa andare via e cosa significa tornare?

E proprio perché Ulisse continua a cambiare significato nei secoli, non posso non citare Dante, che quasi duemila anni dopo la tradizione omerica ne fece un’altra cosa ancora: non lo riprese fedelmente, lo reinventò, trasformandolo da un uomo che torna in un uomo che non si ferma. Nel suo Ulisse, che convince i compagni a superare i confini del mondo conosciuto, mette in bocca queste parole, tra le più belle mai scritte:

«Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»

Omero ne fa il poema del ritorno. Dante ne fa il poema della conoscenza. Nolan, oggi, sembra farne il poema della responsabilità. Forse è proprio questa la prova che una storia è davvero grande: non il fatto che resti identica nel tempo, ma il fatto che ogni epoca trovi il modo di riscriverla a propria immagine.

E forse il vero viaggio di Ulisse non è nemmeno attraversare mari e mostri, ma scoprire che, quando finalmente torna a casa, non è più lo stesso uomo che era partito. Non cerchiamo solo un luogo: cerchiamo una versione di noi stessi che ancora non conosciamo.

La forza dell’Odissea, forse, non sta nel raccontare ancora Ulisse, ma nel fatto che, dopo quasi tremila anni, continuiamo a riconoscerci in lui.

Damiano Santoriello

 

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