Qualche settimana fa mi hanno offerto una supplenza: diciannove ore su tre scuole agli angoli opposti di Roma, a un’ora e venti l’una dall’altra. A volte avrei dovuto essere in due posti nella stessa giornata. Quindici classi in totale. Ho rifiutato, con un dispiacere che ancora mi porto dietro: ero uno di quelli a cui lo Stato dovrebbe pensare per primo. Ma accettare significava massacrarmi per un incarico insostenibile dal primo giorno. Quindici classi non sono un carico di lavoro: sono la rinuncia preventiva a fare quel lavoro per come andrebbe fatto.

Quando iniziai a insegnare, telefonai al mio professore di liceo, Ugo Tesone, per dirgli che avevo cominciato. Mi rispose, con il suo tono ironico: “Mi dispiace per te, in bocca al lupo.” All’epoca la presi per una battuta. Oggi, dopo anni di graduatorie e supplenze accettate e rifiutate, la trovo esatta.

Sono un insegnante precario, vincitore di concorso, ancora in attesa dell’immissione in ruolo: nella terra di mezzo tra abilitazione e stabilizzazione. Questa riflessione nasce da alcune scuole italiane, finite sui giornali in questi giorni, dove lo svantaggio sociale si concentra e il personale precario fatica più di altri a restare.

Secondo i dati di Uil Scuola e Anief, in Toscana si contano circa 300 rinunce al ruolo, in Friuli Venezia Giulia sono rimasti vacanti 383 posti, in Lombardia le cattedre ancora da coprire si contano a migliaia.

Non è pigrizia, è aritmetica. Una retribuzione netta iniziale, su una cattedra piena, si aggira sui 1.450-1.480 euro al mese: chi finisce con uno spezzone può ritrovarsi con circa 800 euro. Un affitto in molte città del Nord costa tra i 500 e i 700 euro: sulla cattedra piena se ne va già tra un terzo e quasi metà dello stipendio, sullo spezzone quasi tutto. Per Giuseppe D’Aprile, della UIL Scuola, è un fenomeno ormai diffuso in tutta Italia. Per Marcello Pacifico, dell’Anief, è una beffa: aspettano per anni la stabilizzazione, e quando arriva conviene rifiutarla.

Poi ci sono i casi limite. Un docente che fa 400 chilometri al giorno per raggiungere la cattedra vinta al concorso. Una docente che, qualche anno fa, lasciò le figlie al Sud per trasferirsi vicino Milano, pagando 400 euro di affitto e 150 a settimana di treno per tornare da loro, e fece causa al Ministero per il rimborso. Di un ingegnere costretto allo stesso tragitto non parleremmo con lo stesso entusiasmo. Per un insegnante sembra normale: è questa normalizzazione il problema, non il singolo caso.

Non credete alla favola dei tre mesi di vacanza e del lavoro leggero: chi ha un contratto breve, a giugno, non va in vacanza, va in disoccupazione, in attesa di una nuova supplenza che magari arriva con 24 o 48 ore di preavviso, senza sapere fino all’ultimo dove, a volte a centinaia di chilometri. E chi un contratto ce l’ha lavora per uno stipendio di cui solo il 23 per cento dei docenti italiani si dichiara soddisfatto, contro il 39 della media OCSE. Eppure il 96 per cento si dichiara soddisfatto del proprio lavoro, più della media OCSE: non è il mestiere ad aver perso valore, è il modo in cui lo riconosciamo.

Chi fa supplenze brevi aspetta lo stipendio per mesi. E per scalare la graduatoria serve punteggio: un mercato di formazione e certificazioni, il cui valore formativo non sempre coincide con il peso in graduatoria, rende il mestiere accessibile solo a chi può anticipare stipendi e pagare corsi. Che dignità si riconosce, organizzando così un lavoro?

C’è un filo che lega caro affitti, pendolarismo e burocrazia: la trasformazione di studenti e personale in cifre da riportare in una tabella. Un insegnante oggi è anche psicologo, avvocato, burocrate: tutto, spesso, tranne l’insegnante che pensava di voler diventare. È un apparato che misura tutto e non garantisce nulla: non un tetto sopra la testa, non un tempo ragionevole per preparare una lezione, non un numero di alunni compatibile con un’attenzione reale. Qualcosa è migliorato, come la tutela di chi vive una fragilità, ma il conto tra ciò che si è guadagnato e ciò che si è perso resta pesantemente in rosso.

Gramsci e Don Milani pensavano la scuola come strumento di emancipazione delle classi popolari, non di addestramento. La scuola italiana ha smesso da tempo di rincorrere quell’orizzonte: rincorre il mercato, senza avere gli strumenti per dialogarci alla pari, e produce cittadini insoddisfatti e dispersione.

Non è solo una sensazione. La spesa pubblica per l’istruzione, sul Pil, è scesa dal 4,5 per cento del 2007 al 3,8 del 2017, e oggi si ferma al 3,9 contro una media OCSE del 4,7: un divario trasversale a governi di ogni colore. Uno stipendio da maestro italiano resta il 33 per cento più basso di quello di altri laureati, contro una media OCSE del 17. Non è la responsabilità di un ministro: è un orientamento di fondo, la scuola pubblica come voce di bilancio da comprimere, non da difendere. Anni fa ascoltai Ciriaco De Mita, allora sindaco di Nusco e già segretario della Democrazia Cristiana, dire che persino l’università aveva abiurato il proprio ruolo di fucina di menti per inseguire il mercato del lavoro: la spesa per studente universitario, sul Pil pro capite, è scesa dal 20 al 15 per cento in vent’anni.

Eppure il riconoscimento sociale dell’insegnante resiste nei piccoli centri, quelli da cui spesso si è costretti ad andare via per lavorare altrove: lì la scuola non ha ancora smesso di essere un fatto collettivo. Diffido di chi vende l’insegnamento come vocazione, soprattutto quando lo racconta dai banchi di un liceo di eccellenza. Nessuno racconta la maggioranza delle scuole italiane: istituti tecnici di frontiera, classi pollaio, scuole che diventano parcheggi più che luoghi di apprendimento. Ho insegnato al centro e alla periferia, ed è la periferia, per numeri e problemi, a essere la regola, non l’eccezione, mentre il centro, quello delle scuole considerate d’eccellenza, si restringe ogni anno.

Ci sono istituti dove la concentrazione di alunni di origine straniera è altissima, mancano i mediatori culturali, e il personale precario se ne va: vanno guardati senza lo sguardo compiaciuto di chi cerca conferme alle proprie idee. Il problema non è l’inclusione in sé, che resta un valore non negoziabile: è chiedersi come possa un insegnante essere efficace con responsabilità sempre più complesse e nessuno strumento adeguato. A incidere, in classi a maggioranza straniera che ho conosciuto in territori diversi, non era quasi mai la cultura di provenienza, ma l’estrazione sociale delle famiglie. Studenti degli stessi territori d’origine, ma di classe diversa, avevano percorsi completamente differenti. È anche ciò che mostrano, da mezzo secolo, le ricerche di Bourdieu e Passeron sulla capacità della scuola di riprodurre le disuguaglianze di partenza più che di correggerle. Il nodo non è l’integrazione in astratto: è la redistribuzione sociale, una funzione che lo Stato può scegliere di esercitare o no.

In questo scenario si inserisce il modello 4+2, la filiera tecnologico-professionale della legge 8 agosto 2024, n. 121: quattro anni di scuola superiore più due negli ITS Academy. Valditara l’ha definita una “filiera di serie A”; alcuni sindacati la definiscono classista. Il punto non è se l’istruzione tecnica debba dialogare col mondo del lavoro: deve farlo, da sempre. Il punto è la direzione. Una scuola sana orienta il mercato con persone capaci di pensiero critico, non piega il pensiero critico al mercato. Il tecnico e il professionale rischiano di diventare il canale che forma braccia più che teste: una scelta politica, perché cosa si insegna orienta cosa una collettività saprà tra vent’anni.

La riforma Gelmini ha ridotto e accorpato storia e geografia nei licei, il decreto attuativo della Buona Scuola le ha ridotte negli istituti professionali e, nel 2018, ha fatto sparire per un anno la traccia di storia dalla maturità. Nei nuovi tecnici lo spazio per la geografia è molto ridotto, e l’educazione civica è tornata come insegnamento curricolare solo nel 2019, con appena 33 ore l’anno prese in prestito da altre discipline, non aggiunte. È l’asse che forma la sensibilità storico-politica di una persona, più decisiva, per fare politica, di qualunque competenza tecnica: il politico fa il politico, il tecnico fa il tecnico.

Sarà una coincidenza che, nello stesso arco di tempo, la partecipazione al voto sia crollata dal 92 per cento del 1948 al 63,9 del 2022? Non lo dimostro: la disillusione di Tangentopoli, la crisi dei partiti di massa, la personalizzazione della leadership spiegano molto, forse più di un’ora di storia in meno alla settimana. Ma la domanda resta legittima, ed è quella che mi faccio ogni volta che entro in classe: una cittadinanza meno alfabetizzata storicamente è più facile da governare, o solo più facile da ignorare?

L’8 settembre l’INVALSI ha presentato i risultati italiani di PISA 2025: 760mila studenti in 91 Paesi. I punteggi medi dell’area OCSE in matematica e lettura sono i più bassi mai registrati: uno studente su cinque, nell’area OCSE, non raggiunge il livello minimo in tutte e tre le materie. L’Italia tiene: 474 punti in lettura contro i 461 della media OCSE, 468 in matematica contro 463, 483 in scienze contro 482.

Ma sotto la media nazionale si nascondono due scuole. Tra Nord Ovest e Sud il divario in lettura sfiora i cinquanta punti, in matematica arriva a cinquantacinque, e quasi uno studente su due, nel Meridione, non raggiunge il livello base in matematica. Tra licei e professionali il divario è ancora più netto: solo circa il quaranta per cento degli iscritti ai professionali raggiunge la soglia minima in lettura. Tra il quartile socioeconomico più avvantaggiato e quello più svantaggiato il divario italiano è rimasto stabile dal 2015, mentre nella media OCSE si è ridotto, soprattutto per il peggioramento degli avvantaggiati. Tradotto: la scuola italiana tiene nel complesso, ma distribuisce in modo diseguale le opportunità, e lo squilibrio passa quasi sempre per due variabili: dove nasci e quanto guadagna la tua famiglia. L’ascensore sociale resta fermo a un piano intermedio, con un costo particolarmente alto per chi frequenta i tecnici e i professionali, quelli di cui nessuno parla in tv.

Dietro ogni numero, però, c’è chi dovrebbe ricucire quello strappo. L’insegnante, come il medico, è tra le professioni che una società dovrebbe riconoscere come essenziali: incanala o affossa sogni. Eppure lo Stato tratta questo mestiere come un lusso che chi lo sceglie deve pagarsi da solo. Non possiamo salvare tutti gli studenti, e non dovremmo nemmeno provarci: bisogna avere il coraggio di lasciarli liberi di scegliere e di sbagliare. Ma se anche solo in pochi, toccati anche minimamente da un insegnante, sviluppano una coscienza non solo tecnica ma civica, quella differenza si propaga dentro la società: è forse l’unico margine reale che resta a chi insegna.

A chi sogna ancora di intraprendere questo mestiere dico questo: è uno dei lavori più belli del mondo, se messo nelle condizioni di poter essere fatto bene. Ma questo Stato offre quelle condizioni solo a pochissime realtà fortunate. Non fatevi ingannare da chi vi vende l’insegnamento come una missione che giustifica ogni sacrificio. La realtà è fatta di chi accetta quindici classi su tre scuole diverse, o rifiuta e resta un altro anno in attesa; è chi lascia un impiego sicuro per una cattedra a 400 chilometri da casa. Se non fosse stato per il sostegno economico dei miei genitori, non so come avrei fatto: in questo Paese scegliere questo lavoro ha un costo personale spesso ingiusto e sproporzionato rispetto al riconoscimento che riceve.

Ogni tanto ripenso a quella telefonata a Ugo Tesone, il giorno in cui gli dissi che avevo iniziato a insegnare. Non cercavo un consiglio: gli stavo solo dando una notizia. Lui rise, a modo suo, e disse quella frase che sento ancora nitida: “Mi dispiace per te, in bocca al lupo.” Non era cinismo. Era la lucidità di chi questo mestiere lo aveva visto invecchiare male, e voleva che lo sapessi prima di innamorarmene senza riserve.

C’è una frase de Il Corvo che ripeto a me stesso nei giorni peggiori: non può piovere per sempre. Sono ancora innamorato di questo lavoro, e delle vite che incrocio ogni anno in una classe.

Aveva ragione, Ugo. Non sceglierei nient’altro al mondo, e continuo a crederci.

Damiano Santoriello

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