Il 14 settembre Fabrizio Corona ha presentato su YouTube il movimento «Per la verità», con un video di ventiquattro minuti e un simbolo. Si è definito «il nuovo Berlusconi»: più giovane e più pulito. A fine settembre Zeb89 ha festeggiato i vent’anni del suo canale annunciando il progetto di un partito: Nuova Repubblica.

Si può sorridere, e c’è chi parlerà di fiera del grottesco. Liquidarli così, però, sarebbe un errore: forse sono fuochi di paglia, ma raccontano come sta cambiando il rapporto tra chi chiede fiducia e chi la concede.

Partiamo da Zeb89. Per chi non frequenta quella parte della rete, è Kenneth Caselli, 37 anni. Cresciuto a Bibbiena, nel Casentino, si è poi trasferito a Malta e oggi indica San Marino come sua base. Gamer su YouTube dal 2006, in due decenni di provocazioni e polemiche ha costruito una comunità fedele. Lo seguo da anni, e forse proprio per questo non riesco a liquidarlo con una battuta.

Delle sue ambizioni politiche non faceva mistero. Nel maggio 2025, in un confronto con l’economista Michele Boldrin in diretta da Ivan Grieco, ha sostenuto che per cambiare l’Italia servisse un partito al 45 per cento. Quando il confronto si è spostato sulle misure concrete, le sue risposte sono apparse più vicine allo slogan che a un programma. Oggi gioca sul «ventennio» del canale tra divise e camicie nere, anche se in passato aveva preso le distanze da censura e autoritarismo.

Di Corona, invece, conosciamo quasi tutti le vicende giudiziarie e personali. Della sua seconda vita in rete sa meno chi non passa le giornate online, ma ormai è difficile non incrociarla: dalla fine del 2024 si è reinventato su YouTube con Falsissimo, format di retroscena e gossip con cui in tre mesi aveva già superato i 430mila iscritti, e da poco ha lanciato il podcast Coronasland. Prima di cercare consenso, insomma, si è costruito un pubblico.

Entrambi, poi, devono una parte della loro notorietà a qualcosa di familiare a chiunque scorra un social: i meme, immagini e frasi che gli utenti rilanciano all’infinito, spesso con ironia. Zeb89 è un meme ormai storico, mentre il «farò i nomi» di Corona è diventato un tormentone applicato a qualsiasi argomento, perfino al cibo. Che li si prenda sul serio o in giro, il loro volto circola, e un volto che circola diventa riconoscibile. Viene da chiedersi se l’effetto sia cercato: il berretto da ufficiale sfoggiato da Zeb89 e il «nuovo Berlusconi» di Corona sembrano fatti apposta per essere condivisi. Mi hanno insegnato a non concedermi il lusso di credere alle coincidenze.

Presentando «Per la verità», Corona ha messo in fila una serie di temi: pressione fiscale, liste d’attesa nella sanità, multe usate dai Comuni per fare cassa, limiti all’intelligenza artificiale quando sostituisce i lavoratori e una piattaforma propria, lontana dagli algoritmi dei colossi tecnologici. Un elenco di priorità non è ancora un programma di governo.

C’è poi un limite di cui, nel video di presentazione, non si parla. L’interdizione perpetua dai pubblici uffici, conseguente alla condanna per il caso Trezeguet, non gli vieta di guidare un movimento o di fare campagna elettorale, ma, allo stato attuale, gli impedisce di candidarsi. Era già successo nel 2023, quando il suo nome è rimasto fuori dalle liste per le comunali di Catania. La distinzione conta: si può influenzare la politica senza sedere in un’assemblea elettiva, ma tra esercitare influenza e assumersi la responsabilità di un mandato c’è una distanza che nessun seguito online colma da solo.

Per entrambi i progetti la strada verso le urne è in salita. Il testo della riforma elettorale approvato dal Senato a settembre porta da 1.500 a circa 6.000 per collegio le firme necessarie a presentare una lista: fino a 450mila per correre in tutta Italia. Sono previste esenzioni, totali o parziali, per alcune forze già rappresentate in Parlamento. Per un movimento appena nato, senza parlamentari, la raccolta delle firme è la prima vera prova.

Una comunità digitale ampia, però, cambia il punto di partenza. Non garantisce le firme, ma offre un bacino a cui chiederle: una risorsa che molti piccoli partiti tradizionali non hanno.

Ed è qui che il discorso si allarga. Il consenso cerca altre piazze, e oggi una di queste è lo smartphone. La politica di prossimità non è sparita: ha cambiato canale.

Nel 2015 Umberto Eco parlò di «invasione degli imbecilli», sostenendo che i social avessero dato a chi prima parlava solo al bar lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. Passato più di un decennio, la domanda da farsi è un’altra: perché quelle voci trovano ascolto? Né Corona né Zeb89 vengono dai partiti o dalle istituzioni, eppure hanno raccolto un pubblico che molti politici di professione, impeccabili e ingessati, faticano a raggiungere. Parlano la lingua di chi li segue e lo incontrano dove passa il suo tempo. Intanto, mentre i partiti si svuotano, si diradano le figure di prossimità che tenevano la politica radicata nei territori: il segretario di sezione, il sindacalista, l’amministratore che si conosceva per nome. Così la si percepisce lontana, a volte persino quando non lo è.

Eppure i partiti tradizionali questa lingua la parlano da anni, dalla «Bestia» social di Matteo Salvini agli interventi in aula che sembrano scritti per diventare clip su TikTok. Beppe Grillo aveva già mostrato che un seguito nato online, tra blog e meetup, poteva diventare un partito. Michele Boldrin, economista e divulgatore, si è candidato sindaco di Venezia con Ora!, la formazione nata dalla sua platea online, e oggi siede in consiglio comunale.

Era questione di tempo, allora, prima che chi un pubblico ce l’ha già decidesse di fare a meno dell’intermediario: niente sezione, niente tessera, niente apparato da costruire prima di chiedere un voto. Fuori dai nostri confini è già successo: a Cipro lo youtuber Fidias Panayiotou è entrato al Parlamento europeo con il 19,4 per cento, in Spagna l’influencer Alvise Pérez vi ha portato tre deputati.

Il passaggio, però, non è automatico. Seguire una persona non significa condividerne le idee, e partecipare a una diretta non equivale a prendere parte alla vita politica. Dietro i numeri di un profilo ci sono persone che a quel personaggio dedicano tempo, attenzione e fiducia, e che in quella voce e in quel linguaggio si riconoscono. La rete crea appartenenza; il voto chiede altro: una scelta, un programma in cui riconoscersi anche a schermo spento, qualcuno che risponda delle promesse.

A questo punto la domanda riguarda meno Corona e Zeb89 che la politica tradizionale: che cosa le manca, se qualcuno può pensare di passare direttamente dal proprio pubblico a una lista elettorale? Riguarda anche chi vota, cioè ciascuno di noi: quasi tutti seguiamo qualcuno, e siamo chiamati a distinguere tra la popolarità di un personaggio e la capacità di trasformarla in rappresentanza.

La discriminante, in fondo, è la stessa che vale per chiunque chieda un voto: idee, competenze, capacità di tradurre il malcontento in proposte realizzabili. La rete offre il microfono, non la preparazione. Ma se un giorno quei simboli comparissero sulla scheda, nessuno dovrebbe stupirsi.

Damiano Santoriello

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