Prima di entrare nel tema vero e proprio di questo mio malessere preannuncio che l’opera del pittore “Marco Pino da Siena”, raffigurante la Maddonna del Rosario già oggetto di restauro a seguito degli eventi sismici del ’90, è stata riportata da alcuni anni nella sua collocazione naturale ed originaria la Chiesa di San Domenico, smembrata dal suo aspetto iconografico originario, buttata per terra e li soggiace ormai da decenni, senza mai una pur minima manutenzione versando ormai in uno stato comatoso.

Oggi, gli stalli, le cornici, i fregi e tutto ciò che in origine erano gli elementi compositivi e di complemento della pala raffigurante la Madonna del Rosario, quindi dell’intera opera, soggiacciono, buttati in terra ed accatastati gli uni sugli altri, riversi sul pavimento della Chiesa, presentando fenomeni di “vulcanizzazione” degli stati pittorici di cui sono rivestiti. Ciò significa che da qui a breve saranno irrimediabilmente compromessi!

Vorrei qui ricordare l’importanza di quest’opera per ciò che rappresenta e del suo autore:

L’autore

Marco Pino da Siena, (Costalpino Siena 1521 – Napoli 1583), pittore ed architetto italiano, detto anche Marco da Siena, fu figura di spicco e centrale nell’arte figurativa meridionale del Cinquecento, che “emigra” dal centro al sud, allievo del Beccafumi e fu ispirato dalle opere di Michelangelo e di Raffaello, (che aveva conosciuto durante il suo soggiorno romano grazie al fertile mercato della Controriforma, per lo Stato Pontificio e nel 1546 opera a Roma nella 2 cerchia raffaellesca), nel 1557 giunge a Napoli. A Napoli, nella seconda metà del Cinquecento, diventa un famoso autore di pale d’altare.

La sua mirabile capacità, influenzata dalla tarda maniera fiorentina e spagnola sarà tale da cambiare per sempre tutta l’espressione artistica locale. La sua carriera si trasforma da pittore ad imprenditore tante sono le commesse che riceve:

  • Napoli: Chiesa – Santi Severino e Sossio,
  • San Domenico Maggiore,
  • Gesù vecchio, – Duomo,
  • Sant’Angelo a Nilo,
  • Santa Maria di Piedigrotta Aversa: Chiesa SS. Annunziata,
  • Monastero di San Biagio Gragnano: Chiesa del Corpus Domini
  • Avellino – Duomo.

Altre opere sono rinvenibili nel Museo di Capodimonte in Napoli e nel museo di Salerno. Tutte le sue opere sono connotate da uno splendido equilibrio tra “grazia e furia”, dove le sue figure sono manieristicamente distribuite su tutta la tela, e si muovono, si contorcono, si sovrappongono e si confondono; i volti sono atteggiati in maniera quasi caricaturale a sentimenti di pietà, devozione o disperazione. Finanche Michelangelo avrà per lui parole di stima tanto da definirlo “vero secreto della pittura”.

L’Opera

La Madonna del Rosario, che occupa la parte centrale della pala, trae la sua iconografia dalla vittoria del “Cattolicesimo Romano” contro i Turchi nella battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571. La crociata di san Pio V conclusasi con la vittoria di Lepanto, aveva ordinato, nonostante fosse fiducioso della vittoria delle armi cristiane, straordinarie preghiere in tutte le Chiese e Monasteri.

1 [Egli stesso aveva ferma fiducia nella potenza della preghiera, specialmente del rosario. Poiché la battaglia era stata guadagnata la prima domenica d’ottobre, in cui Roma e le confraternite del rosario facevano le loro processioni, Pio V considerò autrice della vittoria la potente interceditrice, la misericordiosa madre della cristianità e quindi ordinò che ogni anno nel giorno della battaglia si celebrasse una festa di ringraziamento come <commemorazione della Donna della vittoria>. Addì 1° aprile 1573 il suo successore Gregorio XIII stabilì che la festa venisse in seguito celebrata come festa del Rosario la prima domenica d’ottobre. In Spagna e Italia, i paesi più minacciati dai Turchi ben presto sorsero chiese e cappelle dedicate a <Maria della Vittoria> la Madonna del Rosario].

Ma vi è di più, in quanto l’opera di cui trattasi, non solo ripercorre le indicazioni iconografiche suggestive ed emozionali del periodo, ma, negli stalli laterali, che facevano da cornice al soggetto principale, sono raffigurati anche alcuni episodi della Battaglia di Lepanto in cui persero la vita Don Orazio Orsini e Don Virginio Orsini – fratelli – (del ramo dei Duchi di Bracciano) che parteciparono alla spedizione della Lega Santa e persero la vita a bordo delle galee durante lo scontro. Le rispettive consorti rimasero vedove a causa del conflitto contro i turchi e da notizie desunte da autori bagnolesi sembrerebbe che queste nobil donne abbiano concorso alla realizzazione dell’opera.

D’altronde i padri Domenicani di Napoli che hanno sempre avuto la loro sede di riferimento nella Chiesa di San Domenico Maggiore avevano già conosciuto il Marco Pino per i lavori a lui affidati nella loro Chiesa. Visto il continuo scambio teologico e non solo, che c’era tra Napoli e Bagnoli (il convento di San Domenico era un prestigioso centro culturale e teologico e punto di riferimento per tutta la Campania e non solo [vedasi vita e opere di Ambrogio Salvio]), si spiega la presenza dell’opera nella Chiesa di San Domenico in Bagnoli Irpino.

Autore e opera rappresentano la testimonianza non solo delle vicende storico, religiose, culturali e politiche del periodo storico della fine del 1500, ma mettono in evidenza la capacità, la volontà e l’ambizione non solo dei monaci del convento di San Domenico in Bagnoli bensì anche la partecipazione del popolo che ne traeva vantaggio dalla presenza, sul proprio territorio, della struttura clericale. Opere che sono giunte fino a noi e che si dovrebbero preservare e custodire per le future generazioni, non solo per la loro intrinseca importanza artistica, bensì per la testimonianza storica e culturale che rappresentano.

Ahimè il convento, però, nel corso degli anni è stato più volte violentato! Negli anni sessanta viene demolito parte del convento per far posto alla “Via Amendola”, sono ancora visibili le arcate mozzate e le bucature di accesso chiuse. Tutto ciò mi ricorda un’operazione romana, che per celebrare i fasti del “fascio” venne aperta via della Conciliazione demolendo il borgo che fungeva da cortina per l’accesso a piazza San Pietro, annullando con un colpo la concezione spaziale che il Bernini aveva progettato. Successivamente il sisma dell’80 incide violentemente sull’intera fabbrica (Chiesa e Convento) con crolli parziali rendendo inagibile la struttura che negli anni successivi viene parzialmente restaurata. Infatti tutta la parte del chiostro fu solo protetta con una tettoia metallica, forse per un successivo restauro.

Sta di fatto che a distanza di oltre quaranta anni nulla è stato fatto! L’intera struttura (Chiesa e Convento) è stata abbandonata al suo inesorabile destino (la sua fine) e basta entrare nella Chiesa che viene aperta in occasione del quattro di agosto per officiar messa in onore del Santo Domenico per assistere ad uno spettacolo triste e indecoroso nel vedere le pareti della Chiesa intrise di umidità con evidenti perdite di acqua piovana. Siffatta condizione non consente di custodire opere pittoriche all’interno dell’edificio intriso di un’evidente e palpabile umidità, anzi è del tutto deleteria tant’è che le pitture di cui si diceva in precedenza sono interessate dal fenomeno di “vulcanizzazione” con rigonfiamenti e distacchi materici.

E qui la mia angoscia e il malessere che mi pervade  nell’assistere inerme all’inesorabile perdita annunciata di queste opere. Chiedo a me stesso, è mai possibile che tutto ciò non interessa nessuno? Mi rifiuto di credere che ciò sia possibile! Ho l’impressione che tutto ciò costituisca quasi un fastidio nella gestione della cosa pubblica visto che per oltre quaranta anni nulla di concreto è stato posto in essere a salvaguardia del monumento. Per cui, faccio un appello dalle pagine di questo notiziario che nel suo statuto si incentiva “iniziative che favoriscano la tutela valorizzazione e fruizione del patrimonio storico, monumentale, paesaggistico, architettonico e ambientale del territorio municipale e non”. affinché tutti coloro che abbiano a cuore le sorti di queste opere, e non solo di queste,si mettano in contatto con il sottoscritto per cercare soluzioni idonee alla loro salvaguardia e valorizzazione. A tal proposito ho già contattato il Direttore del Museo di Capodimonte in Napoli per far si che la pala della Madonna del Rosario possa essere posta a dimora nei depositi del Museo ed avere le cure che merita prima che sia troppo tardi.

Al Sig. Sindaco invio un accorato appello affinché vieti l’accesso alla Chiesa di San Domenico durante le Sagre paesane per i seguenti motivi: il primo è quello di mostrare in che stato e considerazione teniamo le nostre opere d’arte, il secondo è quello di non consentire a chicchessia di avvicinarsi agli stalli, cornici, fregi, ecc. che soggiacciono per terra e che possano essere toccati, tastati e sporcati indiscriminatamente con le dovute conseguenze. Non è pregevole mostrare siffatte condizioni.

  1. Tratto da: Ludwig von Pastor, Storia dei Papi. Dalla fine del medio evo, Deseclée, Roma 1950, vol. 8, 1566-157

Arch. Francesco Cione

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