Complimenti a Orticalab e a Maria Laura Amendola per aver avuto il coraggio e la lucidità di mettere a fuoco, senza retorica e senza indulgenze, le vere problematiche delle aree interne e, in particolare, dell’Alta Irpinia. È una lettura che dovrebbe far riflettere tutti noi, perché tocca una ferita profonda della nostra terra: da troppo tempo ci siamo abituati a raccontare il declino invece di provare davvero a interromperlo. Abbiamo imparato a chiamare “borghi” i nostri paesi, a celebrare il ritorno estivo di chi è partito, a confondere qualche settimana di animazione con la rinascita di una comunità. Ma una terra non vive di presenze occasionali. Vive di persone che scelgono di restare, di tornare, di investire, di mettere al mondo i propri figli e di costruire qui il proprio futuro.
E allora la domanda non può più essere soltanto come salvare le aree interne. Dobbiamo avere il coraggio di chiederci: che cosa vogliamo che diventi l’Alta Irpinia?
Questa domanda, prima ancora che politica, è culturale. Dobbiamo prendere coscienza della situazione nella quale ci troviamo. Dobbiamo smettere di raccontarci che bastino un finanziamento, una sagra, qualche evento estivo, un progetto calato dall’alto o l’ennesimo tavolo istituzionale per invertire una tendenza che dura da anni. Non possiamo continuare ad amministrare il declino sperando semplicemente che sia meno doloroso.
Io amo profondamente la mia terra. E forse proprio perché la amo, sento il dovere di guardarla con occhi sinceri, anche quando ciò che vedo non è quello che vorrei vedere. Dopo aver vissuto per quattro anni a Trieste, ho avuto la possibilità di osservare la nostra realtà da una certa distanza. Andare via, vivere un’altra esperienza, confrontarsi con un territorio diverso e con un altro modo di organizzare la società mi ha permesso di tornare a guardare la mia terra senza alcuni dei condizionamenti che inevitabilmente si sviluppano quando si vive sempre nello stesso luogo. Ho potuto riconoscere ancora meglio le enormi potenzialità dell’Alta Irpinia, ma anche le sue reali fragilità, le occasioni perdute, le resistenze al cambiamento e quei meccanismi che, troppo spesso, finiscono per favorire sempre gli stessi. E proprio da questo confronto nasce una convinzione: non siamo condannati all’estinzione. Ma per salvarci dobbiamo cambiare. E dobbiamo farlo tutti.
Non può esserci una rinascita dell’Alta Irpinia se il cambiamento viene richiesto soltanto alla politica. Serve una vera rivoluzione culturale dell’intero territorio: delle istituzioni, delle imprese, delle associazioni, delle professioni, della scuola e soprattutto di noi cittadini. Dobbiamo tornare a premiare il merito. Dobbiamo smettere di pensare che per avere un’opportunità sia necessario appartenere a una determinata famiglia, conoscere determinate persone o essere inseriti da sempre negli stessi circuiti. Se continuiamo a far andare avanti sempre le stesse persone, gli stessi gruppi e le stesse famiglie, non stiamo proteggendo la nostra comunità: stiamo impedendo alla comunità di rinnovarsi. E il prezzo più alto lo pagano i giovani. Un ragazzo che comprende di non poter costruire il proprio futuro sulla base delle proprie capacità, ma sulla base delle proprie conoscenze, prima o poi prende una valigia e parte. E spesso non torna più. Non torna per lavorare. Non torna per vivere. E, col tempo, rischiamo persino che non torni più neanche per trascorrere le vacanze.
Questo è il vero dramma dell’emigrazione contemporanea: non perdiamo soltanto abitanti. Perdiamo fiducia, energie, competenze, sogni e futuro. Per questo dobbiamo costruire un territorio nel quale un giovane possa sentirsi libero di competere, di proporre, di sbagliare, di riuscire e di emergere senza dover chiedere permesso a nessuno. La meritocrazia non è un concetto astratto. È una politica territoriale.
Significa affidare responsabilità a chi ha capacità. Significa aprire le porte a competenze nuove. Significa coinvolgere chi è stato costretto ad andare via e creare le condizioni perché possa tornare. Significa ascoltare le nuove generazioni non soltanto quando servono fotografie, partecipazione a un evento o consenso elettorale.
Dobbiamo costruire un’Alta Irpinia nella quale restare sia una scelta e non una condanna, nella quale tornare sia possibile e non un atto di coraggio, nella quale partire non significhi necessariamente perdere per sempre il proprio rapporto con questa terra. Per farlo servono servizi efficienti, sanità, scuole, trasporti, infrastrutture digitali e materiali, lavoro qualificato. Ma serve soprattutto una visione.
Dobbiamo scegliere quali vocazioni economiche sviluppare, quali servizi rendere realmente accessibili, quali competenze attrarre, quali imprese accompagnare, quali collegamenti rafforzare. Dobbiamo smettere di distribuire risorse a pioggia e cominciare a investire secondo priorità chiare e misurabili. Il turismo può essere una parte della soluzione, ma non può diventare la soluzione. Un territorio non può vivere soltanto dell’estate, delle sagre e delle seconde case. Il turista può contribuire all’economia di un paese; ma è il residente che ne costruisce ogni giorno la comunità. Dobbiamo quindi avere il coraggio di immaginare paesi vivi dodici mesi all’anno, non soltanto affollati per qualche settimana. E dobbiamo avere il coraggio di cambiare anche ciò che abbiamo sempre considerato intoccabile.
La collaborazione tra i Comuni deve diventare qualcosa di più di una sommatoria amministrativa. L’Alta Irpinia deve cominciare a pensarsi come un unico territorio, nel quale le differenze tra un Comune e l’altro non siano motivo di competizione sterile, ma una ricchezza da mettere a sistema.
Non dobbiamo più chiederci quanto possiamo ottenere per il nostro singolo paese. Dobbiamo chiederci quanto possiamo costruire insieme per la nostra terra. È una trasformazione difficile, perché ogni cambiamento mette in discussione equilibri consolidati. Ma non abbiamo più molto tempo per rimandare. Possiamo continuare a difendere ciò che resta oppure possiamo provare a costruire ciò che ancora non c’è. Io scelgo la seconda strada. Scelgo di credere che l’Alta Irpinia possa ancora farcela, nonostante tutto. Perché questa terra possiede qualcosa che nessun finanziamento può creare artificialmente: una storia, una cultura, un paesaggio, una comunità, un patrimonio umano e una dignità profonda. Ma tutto questo non basta se non siamo capaci di trasformarlo in futuro.
La vera sfida dei prossimi dieci anni non sarà quindi organizzare più eventi, produrre più progetti o ottenere più finanziamenti. Sarà riuscire a fare in modo che un giovane, guardando questa terra, possa dire: “Qui posso costruire la mia vita.” Se riusciremo a far nascere questa convinzione, avremo iniziato davvero a invertire il declino. E forse allora non avremo più bisogno di parlare continuamente di “aree interne da salvare”. Potremo finalmente tornare a parlare semplicemente di una terra che vive, cresce e guarda al futuro.
Io non voglio arrendermi all’idea che la mia terra debba lentamente spegnersi. Non voglio che i nostri paesi diventino soltanto il luogo dove siamo nati, dove torniamo per qualche giorno d’estate o dove un giorno porteremo i nostri ricordi. Voglio che tornino ad essere luoghi nei quali valga la pena vivere. E per questo, prima ancora di cambiare le amministrazioni, i finanziamenti e le strutture, dobbiamo cambiare noi. Perché nessun territorio può rinascere se i suoi abitanti hanno smesso di credere nel proprio futuro.
L’Alta Irpinia non ha bisogno di essere compatita. Ha bisogno di essere risvegliata. E quel risveglio può cominciare soltanto da noi.
Gerardo Nappa

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