Il 23 luglio un gruppo di studenti italiani minorenni si è reso protagonista di un episodio che sta avendo una vasta eco mediatica. Erano in viaggio-studio in Thailandia, con un programma sostenuto dall’INPS per i figli dei dipendenti pubblici. Seduti sulla metropolitana sopraelevata di Bangkok, hanno risposto con insulti e gesti volgari, tra cui la frase “Scusate se abbiamo portato soldi nel vostro Paese”, a una passeggera thailandese che aveva semplicemente chiesto loro di abbassare il tono di voce.
Il video, visto oltre 14 milioni di volte e ripreso dalle tv e dai giornali locali, ha scatenato l’indignazione dell’opinione pubblica thailandese: migliaia di commenti hanno sommerso i profili social dell’Ambasciata italiana. I media locali ne hanno parlato come di un caso nazionale, segno della rilevanza assunta nel dibattito pubblico thailandese. Nel giro di due giorni l’Ambasciata ha diffuso un comunicato ufficiale di scuse in tre lingue, i ragazzi sono stati portati in una stazione di polizia per chiedere scusa di persona alla donna, è stata comminata una sanzione di circa 25 euro e uno di loro è stato rimpatriato. Ha chiesto scusa pubblicamente anche l’agenzia che organizzava il viaggio.
Nei giorni successivi è intervenuto anche il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che ha parlato non di una semplice “ragazzata” ma di un fatto di straordinaria rilevanza educativa, richiamando lo Statuto delle studentesse e degli studenti, che fonda la scuola sul rispetto della persona. È intervenuto l’assessore all’Istruzione della Regione Siciliana, che ha ricordato ai giovani come ogni loro comportamento rappresenti anche l’Italia. E tra le migliaia di commenti thailandesi, un tema ricorre spesso: che sia la scuola, prima di tutto, a dover insegnare il senso civico e il rispetto delle regole.
Al di là delle responsabilità dei ragazzi, questa vicenda racconta anche come società diverse reagiscono alla violazione delle regole. Per fortuna non è successo nulla di grave, ma questo non mi sembra un buon motivo per derubricare l’episodio a semplice “ragazzata”. Se un’ambasciata ha dovuto intervenire ufficialmente, quel comportamento ha avuto un peso reale. Forse dovremmo imparare a riconoscerlo anche noi, invece di sminuire sempre episodi simili. Sono voci diverse (docenti, istituzioni, opinione pubblica straniera) che convergono, senza saperlo, esattamente sui due punti che continuo a rigirarmi in testa da giorni.
Il primo riguarda la certezza delle conseguenze. In Thailandia, in questo caso specifico, sono arrivate quasi subito, come si è visto. Ho l’impressione che, in Italia, episodi analoghi (sia tra studenti in gita sia da parte di chi dovrebbe vigilare su di loro) difficilmente trovino risposte così tempestive. Mi dispiace tornare sempre sugli stessi temi, ma è tutto collegato: l’educazione nasce in famiglia, mentre la scuola dovrebbe poterla rafforzare anche attraverso conseguenze credibili. Troppo spesso, invece, noi docenti e il personale scolastico ci troviamo privati degli strumenti necessari per farlo. E in questa vicenda, va detto, anche il comportamento degli adulti accompagnatori solleva interrogativi sul ruolo di chi era chiamato a vigilare: la responsabilità non ricade soltanto sui ragazzi.
Il secondo riguarda la cultura del rispetto delle regole. A ruoli invertiti, in Italia, episodi di questo tipo (non solo verso gli stranieri, ma anche tra connazionali) raramente trovano risposte così rapide, per quanto ho potuto osservare direttamente. Manca spesso la cultura della conseguenza: la capacità di accettare limiti e responsabilità quando il rispetto spontaneo delle regole non basta.
Il punto, però, non riguarda solo Bangkok. Quel video può essere, a mio avviso, il sintomo di una questione più ampia, che in Italia discutiamo da anni: il rapporto tra i ragazzi e le conseguenze reali delle proprie azioni. Da anni la scuola italiana investe, giustamente, in progetti di prevenzione del bullismo e di formazione al rispetto delle differenze. Naturalmente non si può trasformare un singolo episodio in una fotografia di un’intera generazione: sarebbe ingiusto e semplicistico. Sarebbe però altrettanto sbagliato ignorare alcuni segnali più ampi, che i dati restituiscono in un quadro più complesso di quanto la percezione comune suggerisca. L’Italia resta tra i paesi europei con il tasso più basso di minori in contatto con la giustizia penale, ma negli ultimi 10 anni, tra i ragazzi di 14-17 anni denunciati o arrestati, le rapine sono più che raddoppiate e le lesioni personali sono quasi raddoppiate; i minorenni segnalati per porto abusivo di armi sono passati da meno di 800 casi a quasi 2.000 in cinque anni. Non è dunque la criminalità minorile nel suo complesso a crescere in modo generalizzato, quanto la componente violenta a farsi più consistente, come segnalano anche i magistrati dei tribunali minorili.
Tra i fattori che negli ultimi anni hanno inciso su questo rapporto, un ruolo sempre più discusso è quello dell’ambiente digitale. Cresce infatti l’esposizione dei più giovani a contenuti violenti online, oggi alla portata di chiunque abbia uno smartphone: alcune indagini rilevano che oltre un adolescente su tre ha già visto pornografia violenta o non consensuale, e che una parte consistente vi accede già prima delle scuole medie. Gli stessi magistrati restano però cauti nell’attribuire un nesso causale diretto tra questa esposizione e l’aumento della violenza giovanile: è un’ipotesi discussa, non un dato accertato. Quello che mi sento di aggiungere è che tra la retorica della prevenzione e la pratica quotidiana si è aperto un vuoto: abbiamo finito per sottrarre ai ragazzi non solo pezzi d’infanzia che avrebbero dovuto vivere pienamente, ma anche la libertà di misurarsi con conseguenze reali. Ed è forse per questo che i ragazzi, quando si confrontano con una realtà oltre confine, si scontrano con dinamiche a cui non erano preparati, convinti che certe cose non potessero riguardarli sul serio: è successo proprio su quel treno di Bangkok. Hanno il mondo intero tra le mani, su uno schermo, ma rischiamo di aver insegnato loro a confondere quella realtà con un gioco di ruolo, come se nulla di ciò che vi accade potesse toccarli davvero.
Se perdiamo il senso delle conseguenze, rischiamo di perdere anche uno degli strumenti fondamentali con cui una comunità educa i propri cittadini.
Damiano Santoriello
Commenti
Per visualizzare i commenti Disqus devi accettare i cookie Marketing.