A Bari si contavano i giorni. In Sassonia-Anhalt, i voti. Nella stessa settimana di settembre, l’Italia e la Germania hanno festeggiato due primati opposti, e nessuno dei due racconta quello che sembra.

Il 4 settembre, a Bari, Giorgia Meloni ha festeggiato il governo più longevo della storia repubblicana: 1.413 giorni, il sorpasso sul secondo governo Berlusconi. Due giorni dopo, in Sassonia-Anhalt, un land tedesco ha consegnato all’estrema destra il miglior risultato mai ottenuto da un partito di quell’area in un’elezione regionale dal dopoguerra a oggi. Due eventi che sembrano non parlarsi tra loro: un’Italia che rivendica la stabilità, una Germania che mostra una frattura sempre più profonda. Guardati da vicino, raccontano la stessa cosa da due angolazioni diverse: la distanza tra chi governa e chi non si sente più rappresentato, a prescindere da chi vince. I numeri, in entrambi i casi, servono, ma vanno superati in fretta. Fotografano un fenomeno, non lo spiegano.

Partiamo da Bari. Sulla banchina 10 del porto si è celebrato un record oggettivo: nessun esecutivo, dal dopoguerra, era durato di più. Va riconosciuto, quale che sia il giudizio politico sull’operato del governo. C’è però un dettaglio che dice più dei 1.413 giorni: c’erano ministri, viceministri e sottosegretari di Fratelli d’Italia. Gli alleati della Lega e di Forza Italia non erano presenti fisicamente: Salvini è intervenuto in videocollegamento. La festa del governo, di fatto, è stata la festa di un partito. Meloni ha parlato di giorni passati “a nuotare dentro la colla” senza mai mollare. Un sondaggio YouTrend diffuso in quei giorni raccontava però un’Italia diversa da quella del palco: per il 59% degli italiani, a contare non è la durata di un governo ma i risultati che produce. La longevità è un dato di sistema, utile a chi governa per rivendicare un primato storico. Non è, di per sé, la prova che la distanza tra rappresentanti e rappresentati si sia ridotta. Vale anche per le riforme bandiera dell’esecutivo: la separazione delle carriere è stata bocciata al referendum di marzo, l’autonomia differenziata profondamente ridimensionata dalla Consulta, il premierato fermo in commissione alla Camera dal 2024. Anche sulle riforme, non solo sui numeri, si promette più di quanto si porti a casa.

Nello stesso arco di giorni, la Germania ha scritto una pagina storica. In Sassonia-Anhalt, land dell’ex Germania Est dove vive circa il 3% della popolazione tedesca, Alternative für Deutschland ha raccolto il 43,8% dei voti, più del doppio del 20,8% ottenuto nel 2021. La Cdu di Friedrich Merz è crollata al 17,2%, dal 37,1% di cinque anni prima. L’affluenza è arrivata al 77,8%, un record per il land. È la prima volta dalla fine della guerra che un partito di estrema destra si trova in corsa per guidare un governo regionale tedesco, pur senza maggioranza assoluta dei seggi. Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e leader della Lega, si è congratulato su X con “l’amica Alice Weidel”, parlando di successo clamoroso e di democrazia. Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, ha parlato di “pessima notizia”, incompatibile con i valori liberali e atlantisti di Forza Italia. Giorgia Meloni non ha detto nulla. In politica, però, il silenzio difficilmente è neutrale.

C’è un dettaglio, però, che complica la lettura del riavvicinamento di Salvini all’AfD. Lega e AfD erano alleate nei gruppi europei fino al 2024. Fu la Lega, nel maggio di quell’anno, a votare per l’espulsione dell’AfD, dopo le dichiarazioni con cui il capolista tedesco Maximilian Krah aveva minimizzato il ruolo delle SS. Oggi siedono in gruppi diversi, Patrioti per l’Europa la Lega, Europa delle Nazioni Sovrane l’AfD. La coerenza, qui, non gioca a favore di nessuno: né per spiegare la rottura del 2024, né per interpretare il riavvicinamento di oggi. La calorosa congratulazione di Salvini non ricuce un’alleanza formale, ma rivendica un’affinità che quella rottura aveva sospeso per ragioni politiche.

Per capire perché l’AfD sfondi proprio a Est, serve guardare a qualcosa che in Italia abbiamo difficoltà a tradurre nella nostra esperienza: la Germania ha una storia territoriale e istituzionale profondamente diversa dalla nostra. Prima dell’unificazione ottocentesca fu per secoli uno spazio politico frammentato, e identità territoriali come quella bavarese, sassone, renana, vestfaliana hanno conservato, anche dopo l’unità, un peso che lo Stato federale non ha mai cancellato del tutto. Non è un’immagine soltanto culturale: ha valore giuridico concreto. La Costituzione bavarese entrò in vigore il 14 dicembre 1946, quasi tre anni prima della Legge fondamentale federale, promulgata il 23 maggio 1949. Quando gli undici land furono chiamati a ratificarla, la Baviera fu l’unica a votare contro, giudicandola insufficientemente federalista, salvo poi riconoscerla comunque vincolante: un paradosso confermato anche da una sentenza della Corte costituzionale bavarese del 1991. Un land che respinge la costituzione federale e la applica lo stesso.

In questa frammentazione, nella lettura che qui propongo, si riconosce una costante: il potere federale ha spesso significato il prevalere di un blocco territoriale sull’altro, più che una sintesi condivisa. L’unificazione dell’Ottocento fu guidata dai prussiani. Il nazismo ebbe uno dei suoi principali centri di formazione proprio in Baviera: Hitler costruì a Monaco la propria carriera politica, senza che questo consenta di ridurre un fenomeno così complesso a una sola dinamica territoriale. Il dopoguerra assegnò la guida della Germania Ovest ad Adenauer, renano di Colonia. La Baviera, pur essendo il land più ricco e influente del paese, non ha mai espresso un cancelliere federale: quando nel 2021 Markus Söder tentò la candidatura contro Armin Laschet, la sconfitta interna alla Cdu-Csu fu letta da alcuni osservatori come il segnale di una difficoltà storica della Baviera a conquistare la cancelleria federale. Oggi la componente che reclama voce è un’altra: una parte degli abitanti dell’ex Germania Est, meno del 20% della popolazione federale, percepisce da trentacinque anni di essere considerata di seconda fascia rispetto a un Ovest che ha guidato la riunificazione secondo le proprie regole. In questa prospettiva, l’AfD appare meno come la causa del fenomeno e più come lo strumento politico attraverso cui quella parte di Germania tenta di riprendersi una rappresentanza che sente negata.

Resta uno scenario, non un esito scontato, ma merita attenzione la possibilità che la crescente insofferenza dell’Est trovi, in futuro, una qualche sponda nel particolarismo bavarese. È un’ipotesi interpretativa, non una previsione elettorale.

Va detto: questa non è l’unica lettura possibile né quella prevalente nel dibattito pubblico tedesco. Chi guarda al risultato di Sassonia-Anhalt vede soprattutto la riemersione di un linguaggio esplicitamente xenofobo e nazionalista, in un land dove il tabù del dopoguerra è caduto per la prima volta in ottant’anni. Nicola Fratoianni ha parlato della “più buia stagione della storia” del continente, Riccardo Magi di una “nube nera” sull’Europa. È una lettura legittima quanto quella identitaria: la storia tedesca del Novecento non è folklore regionale, quando si parla di un partito che coltiva, in alcune sue componenti, nostalgie inequivocabili. Le due letture coesistono, ed è probabilmente lì che si misura la gravità del fenomeno.

C’è poi un piano che riguarda direttamente l’Italia, quello economico. La Germania è il principale contribuente netto al bilancio dell’Unione Europea, e il suo peso economico è decisivo per gli equilibri dell’eurozona. Esiste, però, chi in Germania guarda con insofferenza a questo ruolo di garante degli altri Paesi dell’eurozona, anche se l’economia tedesca, export-trainata, dall’introduzione dell’euro ha tratto benefici considerevoli. Se l’equilibrio politico interno tedesco dovesse rompersi, non è scontato che quella disponibilità regga. Una ragione in più per guardare a Berlino con la stessa attenzione che riserviamo a Bruxelles.

Se si torna a Bari con questo bagaglio, la festa per i 1.413 giorni assume un significato diverso. Non è falsa la stabilità rivendicata, ma è una stabilità che racconta se stessa attraverso un numero, esattamente come per anni si è raccontata la crisi tedesca attraverso le percentuali dell’AfD, senza chiedersi cosa quel numero produca per chi si sente ai margini. L’affluenza record, arrivata al 77,8%, dice quantomeno questo: il successo dell’AfD è avvenuto dentro una partecipazione elettorale ampia, non ai margini di un’elezione disertata dagli elettori. Lo stesso meccanismo, in Italia, produce alternativamente astensionismo o voto di protesta. Non regge più la semplificazione, praticata a lungo da un certo establishment politico e mediatico, che liquida chi vota ai margini del sistema come reietto o ignorante: il fenomeno attraversa il ceto medio, le aree interne, le periferie, non soltanto le sacche di disagio più visibili.

Un episodio di queste stesse settimane, tutto italiano, chiarisce il meccanismo meglio di ogni altro. A fine agosto, ad Albenga, l’eurodeputato e presidente del Pd Stefano Bonaccini ha sostenuto che il voto per Trump, per la Brexit, per Le Pen e in Italia per Meloni, Salvini e Vannacci arriva in maggioranza da chi ha studiato meno, vive nelle aree interne o nelle periferie e sta peggio economicamente. Meloni ha rilanciato la frase su Facebook, sintetizzando la tesi di Bonaccini come l’idea che l’elettorato di centrodestra sarebbe “ignorante da compatire, quando non da rieducare”. Bonaccini ha risposto che la frase era estrapolata da un ragionamento più ampio, sulla necessità per la sinistra di tornare popolare e vicina a chi quelle opportunità non le ha avute. Al netto del contesto, resta una convergenza difficile da negare: meno istruzione, più periferia, più difficoltà economica sono tratti che si sovrappongono, almeno in parte, al profilo dell’elettorato che in Sassonia-Anhalt ha votato AfD, e che in Italia alimentano astensionismo e voto di protesta. È una fotografia letta da destra come minaccia e, nelle parole di chi dovrebbe rappresentarla, raccontata da una parte della sinistra come mancanza da colmare più che come domanda da ascoltare. In entrambi i casi manca l’ascolto, resta il giudizio. Ed è questo automatismo ad aver stretto il cappio attorno al collo di una parte della politica: non serve che sia il centrodestra a raccontare così questo elettorato, basta che lo faccia una parte della sinistra che pure vorrebbe rappresentarlo.

Un’osservazione personale, che nessun sondaggio racconta: mi capita spesso, negli ultimi mesi, di incontrare ragazzi appena maggiorenni, qualcuno ancora al liceo, che si tesserano a Futuro Nazionale, il partito di Vannacci. Non sono il profilo che la lettura di Bonaccini descrive: sono istruiti, giovanissimi, dentro un percorso di studi che difficilmente corrisponde al profilo sociale a cui viene spesso associato quel voto. Eppure scelgono un partito che non si racconta come progressista. Sarebbe comodo non chiederselo. È più utile provare a intercettare quella domanda, prima di liquidarla come anomalia.

Una parte significativa della politica, in Italia come in Germania, appare da tempo incapace di ascoltare davvero queste istanze. Il risultato è un doppio movimento: da un lato l’allontanamento dalla vita partecipata, l’astensionismo che si è progressivamente consolidato in molte tornate elettorali. Dall’altro un substrato di rabbia inespressa che si ripresenta ciclicamente, orfano di una rappresentanza che l’ultima volta, in Italia, aveva preso la forma dirompente del Movimento 5 Stelle delle origini, oggi ridimensionato nei numeri e persino nelle ambizioni. Riconoscere la tenuta oggettiva della coalizione di governo italiana, quattro anni, un record storico, non equivale a condividerne l’operato: significa distinguere un dato di fatto da un giudizio politico.

Scrivo da osservatore, non da tifoso di nessuna delle due sponde, e da osservatore la coincidenza mi pare troppo netta per essere ignorata. Antonio Gramsci scriveva, dal carcere, che in una crisi il vecchio muore mentre il nuovo non riesce a nascere e che, in quell’interregno, si producono i fenomeni morbosi più diversi. Sassonia-Anhalt, Bari, l’astensionismo italiano, il Movimento 5 Stelle che fu e non è più: sono capitoli diversi dello stesso interregno europeo. Non è detto che l’AfD, o chi ne raccoglierà l’eredità altrove, sia il “nuovo” di cui parlava Gramsci. È molto più probabile che sia soltanto uno dei fenomeni morbosi che compaiono quando il vecchio non riesce a farsi da parte in tempo.

Damiano Santoriello

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