La guerra tra Russia e Ucraina e quella di Israele e Stati Uniti contro l’Iran hanno messo in luce la fragilità economica dell’Europa ed in particolare dell’Italia, dove recenti studi hanno evidenziato come ampie fasce della popolazione vivono al limite o sotto gli standard internazionali che definiscono lo stato di povertà.

Una situazione da tempo denunciata dalle associazioni di volontariato che assistono poveri, senza tetto, emarginati, ecc ed in primis la Caritas, erede di una lunga tradizione di assistenza caritatevole della Chiesa Cattolica. Una situazione di disagio sociale che le forze politiche che sostengono il governo Meloni tendono a minimizzare o a ridurre solo ad un problema di ordine pubblico, nonostante che per legge sia demandato allo Stato intervenire a sostegno delle fasce più deboli e indifese della popolazione.  In una specie di balletto tra il bastone e la carota, decreti “Caivano” o “casa” sono stati accompagnati con molto clamore mediatico con un succedersi inarrestabile di “decreti sicurezza” criminalizzando occupanti di case popolari, tratteggiandoli come manutengoli di camorristi e mafiosi, equiparando i giovani dei centri sociali ai terroristi delle Brigate Rosse, così anche i giovani dei Rave party, ed ancora i disoccupati o lavoratori precari e licenziati, che per protesta sfilano in cortei spontanei non preventivamente autorizzati, ecc.

I fortunati che sono riusciti ad uscire dal girone infernale dello stato di povertà concordano nel ricordarlo come “uno stato d’invisibilità” e dove la mano caritatevole che donava loro una coperta, un panino o un letto dove dormire in una notte gelida d’inverno, sembrava provenire da un’altra dimensione, forando e attraversando un muro di gomma che li respingeva e li isolava nella loro disgraziata condizione.

Una situazione questa ben conosciuta sin dall’antichità ed ampiamente sfruttata dal Potere, specialmente se gestito in forma autarchica e dittatoriale, ma anche da chi in nome della religione sapeva trarne profitto, consenso e ubbidienza totale. In questo non fece eccezione la Chiesa che sin dalla nascita del cristianesimo ritenne l’istituto della Carità di sua esclusiva competenza, entrando spesso in forte competizione con il potere laico dello Stato ed in particolare nel momento di più alta frattura come quello che portò all’unificazione d’Italia. Una conferma di ciò fu l’emanazione da parte del nascituro Regno d’Italia della legge del 3 agosto 1862 che istituiva la “Congregazione della Carità” con lo scopo di curare l’amministrazione dei beni laici e religiosi destinati all’erogazione di sussidi e benefici ai poveri. Una legge che prevedeva una Congregazione di Carità per ogni Comune, pur lasciando autonomia decisionale al consiglio comunale se crearla e stabilire con quali fondi e tasse finanziarla.

 A fine ‘800, in un momento di forti tensioni sociali, lo Stato con la legge di riforma del 17 luglio 1890 ” legge Crispi” rese obbligatorio ad ogni Comune il dotarsi di una Congregazione di Carità, affiancandola a un organismo di controllo provinciale presieduto dal Prefetto . Si dovette attendere quasi mezzo secolo affinché questo sostituto laico dell’antica Carità religiosa, (di cui aveva mantenuto il richiamo con la parola” Congregazione “), perché divenisse un’istituzione pienamente pubblica con l’istituzione nel 1937 degli Enti Comunali di Assistenza (ECA) Essi avevano il compito non solo di assistere individui e famiglie in condizioni di particolari necessità, ma anche con attribuzioni complementari quali l’assistenza legale dinanzi alle autorità amministrative e giudiziarie, la tutela di orfani o trovatelli e gestire lasciti e legati a scopo benefico.

Nel corso degli anni ed in particolare nel travagliato secondo dopoguerra, l’ECA gestì altre forme di assistenza, quale quella post bellica (1945-19163) soccorso invernale, l’assistenza agli invalidi civili, ecc. L’articolo 25 del DPR  del 24 luglio 1977 n 616, chiuse definitivamente questa pagina di  assistenza  benefica demandando tutte le funzioni dell’ECA ed altri enti assistenziali direttamente ai Comuni. La gestione della Carità pubblica, non scevra da implicazioni politiche, fu ovunque motivo di contendere tra le forze politiche contrapposte nel governo locale dei comuni, e non scevra da scontri personali e Bagnoli Irpino non fu esente da queste dinamiche, indifferentemente che si parlasse di Congrega della Carità o della più evoluta ECA.

Di tutto ciò ne ho trovato ampie tracce nell’archivio personale della signora Marisa Cione e che videro in particolare suo nonno Rodolfo Domenico Cione farne un cavallo di battaglia politica e morale della gestione della carità pubblica a Bagnoli Irpino, in forte polemica con coloro che ad essa ne erano demandati. Sono noti i libelli se pur anonimi, scritti di suo pugno contro chi gestiva nel secondo dopoguerra i fondi dell’ECA ed in particolare l’assistenza medica, e che “vivacizzarono” la sonnolenta vita cittadina dell’epoca.

In recente “scavo archeologico” compiuto con la signora Marisa, tra quelle che ritenevamo solo carta da macero, in una mia seconda ricognizione sono apparsi scampoli di storia locale degni di essere raccontati, contestualizzandoli affinché la pubblicazione fosse scevra da ogni intenzione polemica e/o offensiva, finalizzata alla crescita del patrimonio culturale della comunità bagnolese. Le due lettere catalogate dall’Archivio Storico Benedetto Petrone-APS, nel fondo Marisa Cione / Rodolfo D. Cione -Anna Melillo, con identificativo ” L 21 A ” e “L 21B “, sono inerenti all’attività della Congrega di Carità nel 1919, con la prima guerra mondiale appena conclusa e l’Italia in piena crisi economica, attraversata da forti tensioni sociali, cui seguì“ il Biennio rosso” e poi la marcia su Roma con l’avvento del Fascismo al potere.

Le due lettere si presentavano quale una busta contenente un foglio scritto a mano e ad esso acclusa un’altra busta, a mò di scatola cinese, contenente un’altra.  A leggere il contenuto oggi verrebbe da ridere su quale fosse il motivo del contendere ,  in altre parole la modesta quantità di gonne e pantaloni che ogni componente del consiglio di gestione della Congregazione di Carità di Bagnoli Irpino poteva ricevere e distribuire in autonomia . Si trattava di quattro gonne e due calzoni , sicuramente usati e donati da parte di famiglie borghesi e benestanti ma che, per famiglie poverissime bagnolesi, rappresentavano un dono preziosissimo e motivo di reverenza e riconoscenza nei confronti di chi a loro personalmente donava. Un meccanismo velatamente clientelare amplificato dall’estremo stato d’ignoranza, analfabetismo e indigenza, ma amplificatore delle dinamiche di scontri personali  e politici tra i componenti del consiglio di gestione della Congregazione di Carità come appare  da questi due “ piccati  e datati pizzini”.

 Il mittente della lettera L-21 A è il presidente della Congrega della Carità: Domenico Preziuso e il destinatario è il componente “religioso”della Congrega  , Don Stefano  (Guzzi ?come cercato di decifrare).  La seconda lettera è di quest’ultimo Don Stefano,   ed inviata al professor Rodolfo Domenico Cione con relativa acclusa la prima, chiedendogli  di evitare di metterlo tra l’incudine e il martello della polemica.

Lettera 21A  Bagnoli Irpino 31 dicembre 1919 :

 “Carissimo D. Stefano, nel comunicarmi  la lettera del componente della congregazione Rodolfo (D. Cione, ndR) , circa la distribuzione  degli indumenti ai poveri , mi rincresce rilevare che il contenuto e il tenore della mia  che qui integralmente trascrivo , e di cui originale trovasi  in codesto ufficio, non è stato affatto compreso  o con intenzione travisato  dal momento che  non si fa cenno né di controllo  e né di autorità, ma semplicemente di quistione  di  ordine amministrativo, come voi stesso  potete spassionatamente  giudicare. Dopo di ciò il Cione avrebbe potuto  risparmiarsi  la lezione di regolamenti a lui non chiesti , di cui non sento affatto bisogno. Con preghiera di comunicare  la presente  al menzionato componente signor Cione . (Copia)

– Ai Signori Componenti della Congrega di Carità , Bagnoli Irpino.  Prima che abbia luogo la distribuzione degli indumenti ai poveri  è necessario che ogni componente  facesse tenere al Presidente  un elenco di quei poveri , a cui vengono assegnati  i calzoni e le gonne e ciò per evitare  duplicati o altri inconvenienti . Ogni componente  può disporre non più di 4 gonne  e 2 Calzoni  Il Presidente  Giuseppe Preziuso – Cordiali saluti , aff.mo vostro …“-

 La seconda lettera L-21 B:  è intestata  a Congrega di Carità , di casa 9 gennaio 1916 (errore è 1919)

“- Carissimo Rodolfo  in risposta alla vostra lettera  relativa alla distribuzione degli indumenti ai poveri  che comunicava al Presidente della congrega della carità, mi viene mandata l’unita lettera   con l’invito di comunicarla integralmente. Nel posticiparvi la risposta  mi permetto pregarvi di volere  in altra occasione corrispondere  direttamente al Presidente  senza  usufruire del mio mezzo, giacchè io non ho mai amato trovarmi immischiato in quistioni  di qualsiasi  natura. Nel porvi mille auguri pel novello anno  da partecipare a tutti di famiglia  e nel pregare a mandarmi le persone …designate alla distribuzione del vestiario  per consegnare loro le gonne e i calzoni, ho il piacere di stringerci cordialmente la mano; Stefano Don Guzzi…”-

Antonio Camuso-Archivio Storico Benedetto Petrone-APS

(da Fuori dalla Rete Giugno 2026 Anno XX n. 2)

 

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