Dove eravate l’11 settembre 2001? Cosa stavate facendo quando avete saputo che qualcosa di terribile era appena accaduto a New York? È una domanda che, a distanza di venticinque anni, conserva intatta la capacità di riportarci indietro nel tempo. Basta pronunciare quella data e, per molti di noi, non compare soltanto l’immagine delle Torri Gemelle in fiamme: riappare una stanza, un volto, una televisione accesa, insieme a quello che stavamo facendo pochi minuti prima di capire che il mondo stava cambiando per sempre.

Io me lo ricordo bene.

Era martedì 11 settembre 2001. In Italia erano le 14:46 quando il primo aereo colpì la Torre Nord del World Trade Center. Io ero a casa di un amico, Gianluca, nel quartiere che in paese conosciamo come San Vito.

Era un’estate come tante altre, di quelle che sembrano non dover finire mai. In piazza Leonardo Di Capua c’erano ancora i cabinati nei bar, e la piazza restava il vero luogo di ritrovo, prima che i telefoni ne prendessero il posto. In radio non si sentiva altro che “Ti prendo e ti porto via” di Vasco Rossi, appena premiata al Festivalbar, mentre in classifica resisteva ancora “Infinito” di Raf. Era il governo Berlusconi II, e si parlava già del passaggio all’euro: nelle case cominciavano ad arrivare i primi strumenti per familiarizzare con la nuova moneta, l’euroconvertitore.

La scuola sarebbe iniziata di lì a poco: ad attenderci c’erano i primi giorni delle medie, con il prof. Attilio, il prof. Arciuolo, il prof. Frasca e il mitico collaboratore scolastico che tutti già conoscevano come Tonino “Titoff”. Le giornate erano ancora lunghe e la voglia di stare fuori a giocare era quella di sempre. Noi, quel pomeriggio, stavamo facendo la cosa più semplice del mondo: giocavamo alla PlayStation. Il titolo era Dragon Ball GT: Final Bout, un gioco che oggi definiremmo discutibile per le sue meccaniche legnose, ma che allora rappresentava per noi il massimo della tecnologia e del divertimento.

Poi arrivò di corsa la madre di Gianluca: chiese a lui dove fosse suo fratello Nico, poi ci intimò di spegnere la console e di accendere immediatamente la televisione in salotto, perché stava succedendo qualcosa di grave in America. Poco dopo suonò il mio Nokia 3310 blu: era mia madre, che mi chiedeva di tornare subito a casa.

La memoria non è una registrazione: negli anni mescola ciò che abbiamo visto davvero con ciò che abbiamo imparato dopo. Quello che ricordo con estrema nitidezza, tuttavia, è l’urgenza nella voce di mia madre. Quando arrivai a casa la trovai in cucina, seduta davanti al vecchio televisore a tubo catodico. Sullo schermo c’era una delle Torri avvolta dal fumo. Piangeva e continuava a ripetere, quasi parlando a se stessa: «Uhhh mamma… Povera gente…».

In Italia erano da poco passate le 15:00. Alle 15:03, mentre eravamo incollati allo schermo, vedemmo il secondo aereo schiantarsi contro la Torre Sud. Solo molti anni dopo avrei imparato il nome di quel volo, lo United Airlines 175, e avrei ricostruito la cronologia esatta di quei minuti. Quel giorno, però, vedevo soltanto un gigante di vetro e acciaio che bruciava, osservando negli adulti attorno a me uno smarrimento che, fino a quel momento, avevo sempre pensato appartenesse soltanto ai bambini. Avevo però capito che qualcosa si era rotto per sempre, leggendo la paura negli occhi di mia madre. È così che certi eventi si imprimono nella memoria di una generazione: prima ancora di decifrarli con la ragione, li vediamo riflessi sul volto di chi ci protegge.

Nei giorni successivi, mentre il pianeta cercava di comprendere la portata dell’attacco, anche nella nostra realtà locale la tragedia si fece vicina. Si rincorrevano i racconti dei nostri compaesani che vivevano o lavoravano a New York, le storie di chi si trovava a poca distanza dal World Trade Center e le ore d’ansia vissute dalle famiglie qui in Italia, in attesa di una telefonata che confermasse che stessero tutti bene. La grande Storia si intrecciava così, senza preavviso, con i volti e le angosce della nostra piccola comunità.

Dopo quell’attacco cambiò anche l’ordine internazionale. Ricordo ancora, in quei giorni, le immagini del discorso alla nazione di Bush: solo più tardi avrei capito che quelle parole non parlavano soltanto di guerra, chiudevano un’epoca di ingenuità per il mondo occidentale. La NATO invocò per la prima volta nella sua storia l’articolo 5, quello sulla difesa collettiva; gli Stati Uniti entrarono in guerra in Afghanistan contro al-Qaeda e il regime talebano. Due anni più tardi arrivò l’invasione dell’Iraq, un capitolo diverso, legato alla nuova dottrina americana della guerra al terrorismo, che non va confuso con una conseguenza diretta dell’11 settembre.

Di tutto questo, allora, non sapevo nulla. Avevo undici anni: non possedevo gli strumenti per comprendere al-Qaeda, il terrorismo globale, le dinamiche geopolitiche o la politica americana.

Per una parte della mia generazione l’11 settembre è un riferimento biografico prima ancora che storiografico. Chi è nato dopo lo incontra nei manuali, nei documentari, nei racconti dei genitori. Io quel giorno c’ero, anche solo a distanza, e non l’ho mai davvero chiuso in un capitolo di libro: mi è rimasto addosso come un giorno preciso, con un’ora e una luce precise.

Oggi ho trentasei anni, venticinque in più di quel bambino paralizzato davanti alla televisione. Nel 2011, quando vidi il film “Molto forte, incredibilmente vicino”, tratto dal romanzo di Jonathan Safran Foer, fui colpito proprio da quel punto di vista: lo sguardo di un bambino costretto a misurarsi con un trauma sproporzionato rispetto alla sua età. Quel racconto riportava l’attenzione dalle Torri alle persone: alle relazioni spezzate, alle assenze e alla vertigine del lutto. È una prospettiva che ho fatto mia negli anni: prima di diventare un monumento, una ricorrenza o una pagina di sussidiario, ogni tragedia è fatta di volti e di storie individuali.

Dietro quel numero, 2.977 vittime, c’erano 2.977 vite. Uomini e donne che avevano iniziato una mattina qualunque: un caffè al volo, un saluto sulla porta, la corsa in ufficio. Nessuno di loro sapeva che quella mattina qualunque stava per diventare l’ultima. È il lato più inquietante di ogni dramma collettivo: arriva mentre noi stiamo semplicemente vivendo.

Negli stessi venticinque anni è cresciuto anche il bisogno di spiegazioni più semplici di così, la caccia al complotto: il caos spaventa più di una trama terribile ma ordinata. Prendere sul serio la storia, però, significa accettare che sia fatta di fanatismo, ideologia ed errori, non di un disegno unico da smontare, e ricordare le vittime senza piegare il loro sacrificio a tesi di parte.

Per me, e per chi ha la mia età, l’11 settembre rimarrà sempre un pomeriggio di fine estate in cui il confine tra l’inconsapevolezza dell’infanzia e il peso della Storia si è dissolto in un attimo.

Prima delle Torri Gemelle c’era una mattina come tante altre per migliaia di persone a New York. E prima che io imparassi a chiamare tutto questo «11 settembre», c’era un bambino che giocava alla PlayStation, un Nokia 3310 che squillava e una madre che piangeva in cucina.

Avevo undici anni e non potevo sapere che cosa significasse davvero quello che stavo vedendo. Oggi posso provare a comprenderlo, ma quando ci penso, prima ancora delle Torri, continuo a vedere quella televisione accesa.

Damiano Santoriello

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