Stamattina gli studenti dell’Istituto d’Istruzione Superiore «Rinaldo D’Aquino» di Montella hanno lasciato i banchi vuoti e sono scesi in strada. È la scuola da cui siamo passati in tanti, da Bagnoli a Montella fino ai paesi del circondario, e che ancora oggi resta un punto di riferimento per chi vuole studiare senza lasciare casa. Il corteo è partito proprio da lì, davanti all’istituto, accompagnato dai carabinieri, con una piattaforma che andava ben oltre la scuola: carovita, caro benzina, salari fermi. Non è una protesta isolata. Da giorni gli studenti irpini sono in piazza in solidarietà con autotrasportatori e agricoltori, da Avellino ad Ariano fino a Lioni, e la giornata di Montella era già annunciata nel calendario della mobilitazione provinciale. Nelle stesse ore hanno sfilato anche i ragazzi del «De Sanctis» di Sant’Angelo dei Lombardi.
Nel documento diffuso nei giorni scorsi i ragazzi lo dicono senza giri di parole: sono la generazione che guarda i genitori fare sacrifici sempre più grandi per le spese essenziali, mentre il lavoro perde valore e i prezzi salgono. In un territorio montano, dove senza macchina non si va da nessuna parte e il trasporto pubblico è quello che è, il pieno diventa una tassa sul diritto di studiare.
I comunicati spiegano le ragioni di una protesta; i cartelloni ne raccontano l’umore. Stesi sul selciato uno accanto all’altro, sembravano un giornale da leggere chinandosi. C’era l’ironia, che a quell’età è la forma più seria della rabbia: «La verdura aumenta? Mangeremo meloni!». C’era l’avvertimento: «Se ci bloccate il futuro, noi vi blocchiamo il presente». E c’era perfino il Cile di oltre mezzo secolo fa, con «El pueblo unido jamás será vencido», uno slogan nato molto prima di loro che, a quanto pare, non è invecchiato.
Lo striscione che mi ha colpito di più è un altro: «Chi si fa i fatti suoi è parte del problema». Da queste parti siamo cresciuti con il proverbio opposto, «chi si fa i fatti suoi campa cent’anni», forse la frase che meglio riassume la nostra lunga abitudine al silenzio. I nostri paesi non si svuotano soltanto perché mancano lavoro e servizi; si svuotano anche perché, dopo anni di promesse mancate, a un certo punto smetti di credere che valga la pena chiedere. Vedere quel proverbio ribaltato da ragazzi delle superiori, su un lenzuolo dipinto a mano, vale più di molti convegni sullo spopolamento.
C’è chi liquiderà la giornata come l’ennesima scusa per saltare la scuola. È l’obiezione più comoda, e i ragazzi l’hanno anticipata. «Oggi non abbiamo fatto solo un’assenza a scuola: abbiamo portato un nostro diritto, che non vogliamo ci venga tolto», mi hanno scritto alcuni di loro. «Siamo una terra lasciata a se stessa, ma non significa che il futuro non possa essere migliore.»
La manifestazione è nata dalla proposta di uno studente, raccolta e organizzata dal rappresentante d’istituto, e aveva un obiettivo preciso: arrivare fino al Comune e ottenere un confronto con il sindaco. Sotto il municipio i ragazzi hanno intonato «Bella ciao» per richiamarne l’attenzione, e alcuni hanno preso la parola: i blocchi e le proteste pacifiche di questi giorni, i salari che non bastano, i coetanei che ogni anno fanno le valigie lasciando paesi abitati sempre più da anziani. Hanno chiesto investimenti, lavoro, la possibilità di restare. Poi una delegazione, con il rappresentante a fare da portavoce, ha incontrato direttamente il primo cittadino. Per una mattina non si sono rivolti a un muro; resta da vedere se a quell’ascolto seguiranno impegni concreti. Dopo il confronto, il corteo è tornato a scuola.
La possibilità di restare, appunto. A uno degli studenti ho chiesto se riesce ancora a immaginare il proprio domani in Irpinia. «No, purtroppo», mi ha risposto. «Nonostante il forte legame con questa terra, le mie aspirazioni mi portano inevitabilmente a guardare altrove, perché non credo di poter costruire qui le basi solide di cui ho bisogno.» Racconta di giovani che troppo spesso non vengono ascoltati, di idee e ambizioni che passano in secondo piano. E chiude così: «Restare significherebbe rinunciare ai miei sogni, quindi partire diventa l’unica strada per avere un futuro».
Non illudiamoci: una manifestazione risuona soprattutto nelle teste di chi quelle istanze le condivide già, e il gasolio non costerà un centesimo in meno per quello che è successo stamattina a Montella. Ma quei ragazzi hanno dimostrato di poter stare dalla stessa parte, di pretendere una risposta, di non voler essere soltanto la generazione a cui si chiede pazienza. In una terra che si svuota, chi alza la voce pur sapendo che forse dovrà andarsene è già una notizia.
«Il futuro siamo noi», hanno scritto. Sta a chi governa, a ogni livello, decidere se prenderlo come uno slogan o come un avvertimento.
Damiano Santoriello

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