Il culto pagano della Mater Matuta affonda le proprie radici in epoche preistoriche, quale remota manifestazione del nume preromano della Grande Madre. Essenzialmente identificabile con l’ordine naturale di tutte le cose, la sua effigie può essere assimilata all’Uni etrusca e alla Kere sannitica, venerata nell’Antica Roma come dea dell’Aurora e protettrice della nascita degli uomini.
La Mater Matuta si configura, quindi, come archetipo del ciclo vitale e quale personificazione della Natura che rappresenta la vita e il nutrimento, incarnati, a livello iconografico, da una figura materna. Sul piano compositivo, infatti, la scultrice Maria Rachele Branca modella una nutrice su trono mentre la sua prole porta con naturalezza le fameliche bocche ai seni. È questa una scena sublimata tra simulacro e vita quotidiana, che ne celebra la figura come genesi di un’ancestrale discendenza matriarcale.
Tuttavia, l’opera rappresenta anche, e soprattutto, un inno all’abbondanza, rimarcato dal caratteristico attributo della melagrana: un inno che trova la propria solennità nel trono su cui è idealmente seduta la Madre Propizia, quale matronale evocazione della “virilità olimpica”. E nel sotteso rimando alla Natura e alla forza incessante che la permea, la superficie materica dell’opera, volutamente indefinita sul piano temporale, va a ricollegarsi alla tradizione scultorea delle 𝐾𝑜𝑢𝑟𝑜𝑡𝑟𝑜̀𝑝ℎ𝑜𝑖.
Ed è proprio attraverso la suggestione instillata da questi straordinari reperti archeologici in terracotta o in tufo, scoperti nei territori della 𝐶𝑎𝑚𝑝𝑎𝑛𝑖𝑎 𝐹𝑒𝑙𝑖𝑥, che la Mater Matuta custodisce la propria essenza, capace di far dialogare il culto del passato con il latente feticismo del presente.
Testo critico di Rossella Della Vecchia
Immagine di copertina di Martin Di Lucia
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