In un’epoca dominata dalla tecnologia e dalla produzione industriale, esistono ancora artigiani che custodiscono antichi mestieri con la stessa passione di un tempo. Tra questi c’è Eusebio Marano, conosciuto da tutti come Antonello Dema, dal nome della sua attività, che da quasi trent’anni rappresenta un punto di riferimento per generazioni di studenti e famiglie di Bagnoli Irpino.
Tra le molteplici attività della tipografia Dema, però, ce n’è una meno conosciuta ma fondamentale: la rilegatura artigianale dei libri. Un’arte antica che Antonello continua a praticare con dedizione e che, nel tempo, ha costituito il cuore della sua attività professionale.
In questa intervista ripercorriamo la sua storia, i segreti di un mestiere sempre più raro e le sfide di chi continua a credere nel valore del lavoro artigianale. Ad Antonello auguriamo di realizzare tutti i suoi sogni e a voi lettori vi auguriamo una piacevole lettura.
Uno degli aspetti meno conosciuti della tua attività è sicuramente l’arte della rilegatura a mano di libri e testi. Quale percorso ti ha portato ad avvicinarti a quest’ attività oramai quasi scomparsa?
Il “colpevole” di questa splendida avventura è stato senza dubbio Don Remigio, per molti anni parroco di Bagnoli Irpino. Era una figura carismatica, una vera guida spirituale e umana per me. Tutto ebbe inizio dopo il terremoto: grazie a una donazione ricevuta da un piccolo comune del Belice, Don Remigio decise di investire nell’acquisto di macchinari per allestire una legatoria parrocchiale. Avendo bisogno di un aiuto concreto, mi coinvolse in questo progetto. È stato lui a trasmettermi i rudimenti e le basi di questo mestiere, anche se negli anni ho scelto di approfondire la tecnica da autodidatta, procedendo per tentativi, studi ed esperimenti costanti.
Come dicevi prima è grazie a don Remigio Maria Jandoli che ti ha insegnato i trucchi del mestiere. A distanza di quasi trent’anni dalla morte che ricordo hai di lui?
Don Remigio era un uomo dal talento poliedrico, un vero spirito rinascimentale prestato al sacerdozio. Oltre alla sua missione pastorale, eccelleva in innumerevoli ambiti: dipingeva, componeva poesie e canzoni, scriveva commedie, cuciva abiti e sapeva persino ballare. Tra queste doti, spiccava appunto la sua maestria nel rilegare i libri. Sono cresciuto al suo fianco, servendo messa come chierichetto e restando profondamente legato a lui anche in età adulta. Possedeva un carisma fuori dal comune: gli bastava uno sguardo per farsi comprendere. Ricordo con particolare affetto le sue prediche: erano brevi, concise e cariche di un’ironia pungente che riusciva a toccare le corde giuste in ognuno di noi. Sosteneva fermamente che un’omelia non dovesse superare i cinque minuti, perché oltre quel limite l’attenzione della gente svaniva.
Una scelta coraggiosa quella di continuare a rilegare artigianalmente i libri, visto il periodo, che immagino sia stata supportata da una grande passione?
Più che una scelta di coraggio, la definirei una scelta di cuore. Per me, un libro che non sia rilegato a mano è un oggetto a cui manca l’anima. Come ogni mestiere d’arte, se non viene alimentato dalla passione, non può essere eseguito a regola d’arte. Certamente, con il passare del tempo, mi sono reso conto che la sola rilegatura non era sufficiente a sostenere l’attività; per questo ho scelto di affiancarvi la stampa e altri servizi moderni, adattandomi alle esigenze del mercato attuale. Tuttavia, nonostante le evoluzioni necessarie per “stare al passo”, la rilegatura resta il battito del mio cuore professionale.
Quali sono i testi che maggiormente ti chiedono di rilegare?
Attualmente collaboro molto con le amministrazioni comunali per la rilegatura dei Registri di Stato Civile. Negli ultimi anni ho consolidato questo settore grazie a un’azienda del Nord che mi affida la cura dei registri di gran parte della Campania, della Basilicata e di una zona della Calabria. Tuttavia, il mio laboratorio accoglie di tutto: dalle tesi di laurea, che i ragazzi vogliono rendere speciali, al restauro di vecchi volumi di famiglia o alla riparazione di antichi vocabolari che portano i segni del tempo e dell’uso.
Quali sono normalmente le fasi di realizzazione di un tuo prodotto? E quanto tempo impieghi per realizzarlo?
I tempi variano sensibilmente a seconda che si tratti di un restauro o di una creazione ex novo. Per un libro nuovo, il protocollo è rigoroso: si parte dalla piegatura dei fogli, seguita dalla cucitura (o incollatura), l’applicazione dei risguardi, il rifilo per pareggiare le pagine e la successiva preparazione della copertina. Infine, si procede con l’incassatura, la pressatura e la fondamentale fase di asciugatura. Quando invece mi trovo davanti a volumi antichi da recuperare, l’intero processo è preceduto da un delicato intervento di riparazione delle parti danneggiate, che richiede tempo e estrema cautela.
Veniamo agli strumenti del mestiere. Quali sono principalmente gli attrezzi utilizzati per realizzare una rilegatura?
Oltre all’indispensabile sensibilità delle mani, gli strumenti fondamentali sono pochi ma essenziali: la pieghetta (spesso in osso), riga e squadra in metallo, il taglierino e il piano di taglio. Per la parte strutturale utilizzo aghi specifici, filo di lino, il telaio da cucitura, vari tipi di pennelli e colle. Infine, la pressa da rilegatore è cruciale per dare stabilità al volume. Per quanto riguarda i materiali, prediligo tela e pelle per le copertine, fili di diverso spessore e, naturalmente, molta colla di qualità.
Quali sono invece i materiali che usi maggiormente?
La scelta dei materiali è un momento cruciale, perché da essa dipende non solo l’estetica, ma anche la piacevolezza al tatto e la resistenza del libro negli anni. Per le copertine utilizzo principalmente la tela o la pelle, materiali nobili che offrono una protezione eccellente e un’eleganza senza tempo. Per quanto riguarda la struttura interna, mi avvalgo di fili di vari spessori, scelti con cura in base alla grammatura della carta e alla dimensione del volume. E poi c’è l’elemento invisibile ma onnipresente: la colla. Ne serve tanta, e di diverse tipologie, perché è il vero collante – in tutti i sensi – che tiene insieme le diverse anime del libro, garantendo che ogni componente resti al suo posto nonostante l’usura del tempo.
C’è stata un’evoluzione nelle tecniche o negli strumenti rispetto al passato?
Paradossalmente, la strumentazione è rimasta pressoché identica a quella di un tempo. Ciò che si evolve davvero è la tecnica, che si affina solo attraverso l’esperienza diretta e, perché no, attraverso gli errori commessi in passato. Sbagliando si impara a padroneggiare la materia fino a sviluppare uno stile e una mano talmente personali da diventare unici e inimitabili.
Che differenza c’è tra la rilegatura a mano e le tecniche industriali?
La differenza non è meramente quantitativa o di velocità; è una questione di filosofia. L’industria punta alla standardizzazione e ai grandi numeri. L’artigianato, invece, mira alla longevità estrema e alla personalizzazione assoluta. Un libro rilegato a mano non è un oggetto di consumo, ma un compagno destinato a durare per tutta la vita, progettato per resistere all’usura del tempo grazie a una struttura interna molto più solida.
Quali sono le opere di cui vai maggiormente orgoglioso?
I ricordi sono tanti e preziosi. Ricordo con emozione il recupero di un’intera biblioteca scolastica quasi distrutta da un incendio molti anni fa. O quella volta che realizzai trenta copie di una tesi di laurea per una studentessa diretta negli Stati Uniti. Tra i lavori più prestigiosi c’è sicuramente il restauro di una Bibbia antica che è stata poi donata al Papa. Recentemente, invece, ho sistemato dei volumi per alcuni docenti universitari di Napoli: i loro complimenti sono stati per me più gratificanti di qualsiasi compenso economico. Ma il lavoro che mi renderà più orgoglioso è quello che ancora devo fare e che spero di fare nel prossimo futuro.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Il mio unico progetto è continuare a onorare questo mestiere con la passione, l’onestà e lo spirito di sacrificio di sempre. Sono fiero di poter dire di non dover ringraziare nessuno per ciò che ho costruito: non ho mai beneficiato di contributi statali o di favori politici. Tutto quello che vedete in questo laboratorio è il frutto esclusivo del mio sudore e del mio lavoro.
Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole intraprendere il mestiere dell’artigiano?
Se dovessi rispondere con amara ironia, direi di lasciar perdere e di cercare il “posto fisso”, magari nel pubblico impiego, come direbbe Checco Zalone. È una strada in salita, fatta di troppi sacrifici e poche tutele, che richiede una dedizione che oggi pochi sono disposti ad accettare.
Giulio Tammaro – (da Fuori dalla Rete Giugno 2026 Anno XX n. 2)
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