I blocchi si sciolgono, i rifornimenti ripartono. Ma una domanda resta: perché il «fanno bene» dei primi giorni si è spento così in fretta?

Le ragioni per protestare non mancavano. Il gasolio arrivato a sfiorare i 2,30 euro al litro in autostrada, i costi di produzione in salita, nel Barese il crollo del prezzo dell’olio. «Vogliamo sapere quanto lo Stato sta incassando in più dall’Iva sui carburanti», chiedeva un autotrasportatore a Napoli, ed è una domanda che merita risposta. Per giorni tir e trattori hanno presidiato strade e snodi logistici di mezzo Mezzogiorno; il 22 ottobre anche i pescherecci di Termoli hanno aderito allo stato di agitazione nazionale delle marinerie. Ora gran parte dei blocchi è stata rimossa, i rifornimenti ripartono a fatica e il 27 ottobre è previsto un nuovo incontro con il ministro Salvini. È il momento giusto per dire alcune cose scomode.

In Italia scioperi e proteste sono all’ordine del giorno: solo nei servizi pubblici essenziali, nel 2025, la Commissione di garanzia ha contato 1.020 scioperi, quasi tre su quattro a livello locale. Si protesta, però, una categoria alla volta, ciascuna per il proprio pezzo, e quasi mai insieme. Lo dico da chi il diritto di protestare lo difende. Ma difenderlo non significa indossare una maglia: o con i camionisti o con il governo. Si può ritenere che il caro gasolio sia un problema vero e che le risposte siano arrivate tardi, e insieme che svuotare i supermercati e tagliare le gomme a un collega non sia la strada. Tenere insieme queste cose non significa stare nel mezzo per prudenza. Significa guardare i fatti prima di scegliere una squadra, e a volte scoprire di non volerne scegliere nessuna.

Il primo fatto scomodo riguarda la protesta stessa. Tra Caserta e Napoli le forze dell’ordine hanno riferito numerosi casi di tir con gli pneumatici squarciati per impedirne la partenza. A Catania sono stati altri camionisti, quelli del Comitato trasportatori siciliani, a chiedere a prefetto e questore di essere protetti da chi li minacciava per costringerli a fermarsi. Quando un lavoratore non è libero di scegliere se aderire, la sua adesione smette di essere una scelta. Sulle possibili infiltrazioni criminali indaga la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, e toccherà agli inquirenti accertare le responsabilità dei singoli. Fino ad allora, tenerle separate dalle ragioni di tutti è una questione di rigore, perché il rischio è che il racconto delle gomme tagliate cancelli quello del gasolio.

Al 21 ottobre il Viminale contava 1.339 persone identificate, 71 denunciate e 242 sanzioni amministrative. Il fronte, intanto, si era già spaccato: dopo l’incontro con il ministro le principali associazioni dell’autotrasporto hanno chiesto di rimuovere i presidi, in Sicilia e Calabria i fermi sono stati sospesi, in Campania una parte ha tirato dritto. Nemmeno lo Stato, però, ne esce bene. Il tavolo con le delegazioni di una protesta nata nel Mezzogiorno si è tenuto il 20 ottobre nella prefettura di Milano. Ragioni organizzative, forse; ma la distanza tra chi decide e i territori in difficoltà non è soltanto geografica.

Il secondo fatto scomodo è il conto. Una protesta deve saper disturbare, altrimenti passa inosservata. Ma rendere visibile un problema è una cosa, scaricarne il costo su chi non ne ha colpa è un’altra. In Sicilia Confcommercio ha stimato tra 40 e 50 milioni di euro di danni in cinque giorni, solo per la grande distribuzione e il commercio; il presidente di Conad ha raccontato di merce deperibile finita nella spazzatura. Nello stabilimento Stellantis di Atessa, il 22 ottobre, sono saltati tre turni su quattro; in Campania l’Eav ha tagliato le corse degli autobus. A Napoli, per riportare latte e frutta sugli scaffali, si è ripiegato sui furgoncini, e alcuni camionisti hanno provato a fermare anche quelli. Chi rimborsa il negoziante che ha buttato la merce, il pendolare rimasto a piedi, l’operaio a cui è saltato il turno? Il decreto approvato il 22 ottobre rafforza con circa 105 milioni i crediti d’imposta sul gasolio dell’autotrasporto, consente di sospendere i canoni di leasing dei mezzi e stanzia 70 milioni per agricoltura e pesca. Per chi ha subito i blocchi non prevede alcun ristoro specifico.

Il terzo fatto scomodo riguarda tutti noi. Nei primi giorni, al bar come sui social, l’ho sentito ripetere spesso: «fanno bene». Poi gli scaffali si sono svuotati, i distributori sono rimasti a secco e il tono è cambiato nel giro di una notte. Viene da chiedersi quanta di quella solidarietà fosse destinata a durare oltre il proprio serbatoio. I camionisti si aspettavano che i cittadini si fermassero con loro, e lo hanno detto; la gente, invece, ha fatto la fila alle pompe e la scorta al supermercato. Fare provviste quando non si sa se domani si troveranno latte o benzina è comprensibile. Moltiplicato per migliaia, però, aggrava la scarsità che si voleva evitare; a Napoli sono stati segnalati persino furti di gasolio dalle auto parcheggiate.

Zygmunt Bauman ha descritto il passaggio da una società di produttori a una di consumatori, in cui anche i legami sociali finiscono per seguire le logiche del consumo. Questi giorni sembrano ricordarcelo: la protesta l’abbiamo giudicata anche da ciò che ci impediva di comprare, raggiungere o usare. Ma la responsabilità non sta tutta da una parte. Una protesta non diventa collettiva solo perché nasce da un problema reale: deve far riconoscere anche agli altri un motivo per sostenerla. La piattaforma chiedeva gasolio meno caro, accise più basse e sostegni per chi guida un camion o un trattore, ed era legittimo. Non è riuscita, però, a legare quelle richieste alla spesa e alle bollette di chi la guardava passare. Così, prima della rivendicazione, è arrivato il disagio.

E la solidarietà dovrebbe valere anche per chi un’autostrada non ha la forza di bloccarla. Secondo le stime Istat riprese dalla Flai Cgil, nel 2023 lavoravano nei campi italiani circa 200 mila persone in modo irregolare. Non è colpa di chi ha presidiato le statali in queste settimane. È il paradosso di un Paese in cui alcune sofferenze diventano emergenze nazionali in pochi giorni e altre restano ai margini per anni: chi ferma il traffico ottiene un decreto, chi raccoglie pomodori sotto caporale conquista una prima pagina, troppo spesso, solo quando ci scappa il morto.

Resta la domanda più scomoda, perché la solidarietà non si misura solo sulle strade: si misura anche nel rapporto con chi ci rappresenta. Alle politiche del 2022 più di un elettore su tre non ha votato, e in Campania e Calabria quasi uno su due. Non sappiamo come abbia votato chi protesta, e non sarebbe onesto immaginarlo. Ma chi governa viene scelto in un Paese dove una parte crescente dei cittadini rinuncia a scegliere. Prendersela soltanto con il politico di turno è la strada più comoda per non guardare nei nostri armadi.

La società, dopotutto, siamo noi: non soltanto quando chiediamo di essere ascoltati, ma anche quando sono gli altri ad avere bisogno della nostra attenzione. Il 27 ottobre si tornerà a parlare di accise e crediti d’imposta, ed è giusto. Sarebbe un passo avanti ricordarsi anche di chi ha perso giornate di lavoro, ha buttato merce o è rimasto in coda senza aver scelto di manifestare. Perché una protesta può fermare un Paese. Convincerlo a camminare nella stessa direzione è un’altra storia.

Damiano Santoriello

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