Ottobre, in Irpinia, ha un suono e un’immagine precisi: il rumore delle padelle forate che arrostiscono le castagne in piazza, le casse che suonano tarantelle accanto ai gazebo, la fila che si allunga davanti a chi propone il caciocavallo impiccato.

Tra inizio ottobre e metà novembre, spesso in sequenza più che tutte insieme, la stessa scena si ripete con nomi diversi, in un calendario ancora difficile da leggere come un’unica proposta: il vino nuovo a Paternopoli, dove La Macenata chiude nei primi giorni di ottobre; la castagna a Serino, che si presenta addirittura come la sagra più antica d’Irpinia dedicata a questo frutto; e ancora la castagna, in tre paesi vicini, a Bagnoli Irpino, dove si affianca al tartufo, a Cassano Irpino e a Montella; infine, a ridosso di metà novembre, la sagra di Sant’Angelo dei Lombardi, per citarne solo alcune.

Sono feste vere, sentite, organizzate spesso da persone che non ne ricavano un guadagno diretto e che ci mettono ferie e weekend. Prese tutte insieme, però, sono anche la fotografia più precisa di un problema che l’Irpinia fatica a vedere, perché ci è dentro tutto l’anno.

Una battuta della serie Boris, ripresa da Willie Peyote in un pezzo portato a Sanremo, dice: «Questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte». Trasposta in scala provinciale, la battuta restituisce una tentazione ricorrente: confondere ciò che funziona per un weekend con ciò che serve a un territorio per tutto l’anno. Non si chiede a una sagra di risolvere lo spopolamento o la denatalità: non è il suo compito. Si può però chiedere alla politica territoriale di non scambiare una manifestazione turistica, per quanto riuscita, per una strategia per il territorio. Vale la pena chiedersi perché, pur conoscendo questi limiti, continuiamo a vivere nell’immediato del weekend di sagra invece di misurarci con la fatica di immaginare qualcos’altro.

La risposta comincia il lunedì. Gli stand vengono smontati, chi è arrivato da fuori provincia torna a casa, e il paese torna a essere quello che era il venerdì prima: senza il negozio chiuso l’anno scorso, senza il medico di base diviso su tre comuni, senza l’autobus del pomeriggio. Non è che la sagra faccia danni: è che il suo effetto rischia di esaurirsi insieme all’evento, se dietro non c’è un piano capace di trasformare quel picco di attenzione in presenze, consumi e relazioni anche nei mesi successivi.

Eppure le sagre continuano a essere una delle risposte più frequenti, e capirne il motivo aiuta più che condannarle. Sono relativamente semplici da riproporre: possono contare, a seconda dei casi, su contributi comunali, sul lavoro gratuito dei volontari e su qualche sponsor locale. Danno un ritorno immediato: la piazza piena, il senso di comunità che per una sera si riaccende. Soprattutto, evitano la complessità di un progetto di lungo periodo: basta ripetere quello che ha funzionato l’anno prima. È più facile organizzare la ventesima sagra della castagna che scrivere un piano di sviluppo decennale, e chi amministra un comune di duemila abitanti, con un bilancio risicato e un mandato di cinque anni, ha forti incentivi a scegliere la prima strada. Non è pigrizia: è razionalità di breve periodo, applicata a un problema che avrebbe bisogno del contrario.

Un’obiezione simile arriva dall’antropologo Antonello Ciccozzi, che su Dialoghi Mediterranei ha analizzato Montefalcone nel Sannio, un paese molisano in condizioni non troppo diverse da tante realtà irpine. Ciccozzi mette in guardia proprio dall’idea che basti rendere più attrattivo un paese spopolato dipingendo le facciate, mettendo gerani ai balconi e moltiplicando sagre e balli, per produrre effetti duraturi: quando questi interventi sostituiscono un vero investimento su agricoltura e servizi, rischiano di diventare un ulteriore fattore di abbandono invece che un rimedio. Non è un giudizio contro la festa in sé, ma un’osservazione su cosa succede quando la festa resta l’unica politica possibile per un territorio.

Non tutte le politiche pensate per queste zone producono gli stessi risultati: uno studio della Banca d’Italia sulla Strategia Nazionale per le Aree Interne ha rilevato un aumento di circa il 2% nel numero di stabilimenti aziendali nei comuni che hanno ricevuto i finanziamenti, ma nessun effetto significativo su occupazione e crescita demografica. Il punto, allora, non è distinguere tra chi festeggia e chi no, ma tra una politica strutturale e un evento che, da solo, resta isolato: anche un intervento pensato per durare nel tempo non produce automaticamente gli effetti sperati, e una singola manifestazione non può essere caricata di aspettative che appartengono a una politica territoriale.

Sul fronte del turismo, nello specifico, il quadro è altrettanto netto, ed è un dato di cui avevamo già scritto: secondo un’elaborazione dei dati Istat sulle presenze 2025, la provincia di Avellino risulta tra le dieci meno visitate d’Italia, insieme ad altre province dell’Italia interna come Benevento, Rieti, Isernia ed Enna. Su questa stessa base, si stima che l’insieme delle province considerate intercetti appena lo 0,5% del movimento turistico nazionale.

Un afflusso molto elevato in un weekend di sagra e una quota così marginale di presenze in un anno intero non si contraddicono: raccontano due fenomeni diversi, il picco e la struttura, e confermano che il primo, da solo, non costruisce il secondo. La sagra, appunto: un rito, non una strategia. Questo non significa che l’effetto economico di un weekend affollato sia nullo per chi lavora nella ristorazione, nell’accoglienza o nella produzione locale: significa che un effetto temporaneo non equivale a una politica di sviluppo territoriale.

C’è poi un aspetto più prosaico, ed è il segreto di Pulcinella di ogni fine ottobre in Alta Irpinia: le sagre, negli anni, si sono spesso sovrapposte. Lo avevamo già raccontato noi: l’11 agosto 2026 la prefetta di Avellino, Franca Fico, ha convocato i sindaci di Bagnoli Irpino, Cassano Irpino, Montella e Sant’Angelo dei Lombardi, insieme alla Pro Loco di Bagnoli, per mettere ordine nel calendario delle manifestazioni che ogni anno, tra fine ottobre e inizio novembre, richiamano folle di visitatori nella stessa manciata di chilometri.

La sagra della castagna e del tartufo di Bagnoli, «il Nero di Bagnoli», che quest’anno si articola su due weekend, ha il secondo fissato per il 29, 30 e 31 ottobre, mentre quella di Montella si svolge il 1° e 2 novembre e prosegue il 6, 7 e 8. Un coordinamento del calendario, dunque, esiste già almeno per queste manifestazioni dell’Alta Irpinia.

Ma nasce da un tavolo prefettizio, non turistico: serve a gestire traffico, parcheggi e sicurezza di fronte all’affluenza attesa, non a costruire una promozione comune, ed è giusto così, perché non si può chiedere alla Prefettura di occuparsi anche di marketing territoriale. Se il tavolo che oggi vediamo funzionare tra questi comuni nasce per l’ordine pubblico, non risulta, dalle fonti pubbliche disponibili, un tavolo dedicato con la stessa continuità alla promozione turistica del territorio. Coordinare le date, insomma, non significa ancora coordinare il turismo.

Se quell’intesa resta limitata alla gestione delle date e dell’ordine pubblico, il rischio è che ogni comune continui ad avere convenienza a muoversi per primo, prima che lo faccia il paese accanto: è una logica individualista comprensibile, che può però impedire a più comuni vicini di presentarsi come un’unica destinazione invece che come concorrenti diretti, weekend dopo weekend.

Che l’Alta Irpinia si interroghi su questo da tempo lo dimostra un vecchio articolo di questa stessa testata, datato ottobre 2015: undici anni dopo, la questione, almeno in parte, è rimasta la stessa. Il campanilismo, in una sagra, ci può stare: è folklore, è identità. Può diventare un ostacolo quando resta l’unico criterio con cui si decide una data, un percorso, una strategia, lasciando che sia la Prefettura, e non le comunità, a fare da paciere.

Il problema non è nemmeno la mancanza di uno strumento istituzionale: un Distretto Turistico Alta Irpinia è stato istituito dalla Regione Campania, ma per le sagre autunnali il coordinamento emerso pubblicamente resta quello della Prefettura, e riguarda l’ordine pubblico. Eppure un’esperienza di coordinamento esiste già in Irpinia: è la Strada del Vino e dei Sapori d’Irpinia, un itinerario costruito per mettere insieme produttori e comuni intorno alle denominazioni del territorio. Quell’esperienza mostra almeno che una rete tra comuni e produttori, con una regia comune, è possibile in Irpinia. Per le sagre, però, non ancora.

Un primo segnale in tal senso arriva da uno dei quattro comuni coinvolti nell’incontro di agosto: il sindaco di Cassano Irpino, Salvatore Vecchia, ha scritto sui social che da quest’anno la sagra della castagna passa a una gestione affidata a un soggetto esterno al Comune, per recuperare autenticità nell’offerta, coinvolgere professionisti del settore ed evitare agli standisti problemi di natura fiscale, sanitaria e di sicurezza. Nel motivare la scelta, lo stesso primo cittadino richiama anche un nodo di fondo: gli stand delle sagre, scrive, sono diventati ovunque quasi indistinguibili. È la stessa scena che si ripete con nomi diversi, già descritta in apertura. A confermarlo, questa volta, è anche chi una sagra la amministra. Non è, da solo, un cambio di modello per l’intera Alta Irpinia, ma è un caso concreto in cui un Comune lo riconosce pubblicamente e prova a correggerlo.

Ed è proprio perché chi organizza queste feste lo fa quasi sempre gratis, e bene, che vale la pena chiedere qualcosa in più non a loro, ma al sistema attorno a loro: non altro lavoro volontario, non un’altra incombenza per le pro loco, ma una struttura che provi a far durare, oltre il weekend, quello che riescono a costruire in pochi giorni. Un circuito capace di trasformare le sagre irpine in una vera stagione, magari innestato su uno degli strumenti già esistenti, dovrebbe fare quattro cose che oggi non risultano coordinate.

Allargare il coordinamento del calendario, già avviato per una parte dei comuni, a tutte le sagre della zona, distribuendo gli eventi su un arco di tempo più ampio invece di concentrarli tutti nelle stesse settimane di fine autunno. Creare un marchio e una promozione comuni, capaci di raggiungere chi organizza un weekend fuori regione con un budget che nessun comune piccolo può permettersi da solo. Definire criteri minimi di qualità per gli eventi che entrano nel circuito comune e nel marchio condiviso, in modo da non trattare allo stesso modo un evento consolidato negli anni e uno organizzato all’ultimo momento, senza una vera preparazione. E misurare cosa resta il lunedì, non solo quanta gente arriva il sabato, perché senza sapere se i visitatori tornano, se pernottano, se spendono anche nei mesi successivi, anche il circuito meglio pensato rischia di restare un’altra macchina per riempire piazze, invece che il motore di quella stagione.

Ottobre tornerà anche il prossimo anno, con le stesse padelle forate e le stesse casse davanti allo stesso gazebo. Non c’è bisogno di spegnerle, né di chiedere alle comunità di rinunciare a ciò che ancora sanno fare insieme in pochi giorni. C’è bisogno che, quando la festa finisce, qualcosa continui: perché una sagra può riempire una piazza per un weekend, ma è il lunedì, non il sabato sera, a dire se in Irpinia esiste già una strategia o soltanto una lunga serie di feste.

Damiano Santoriello

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