Tra il 30 e il 31 luglio, in poche ore, oltre 72.000 persone entrano a Ceuta dal Marocco, la città autonoma spagnola sulla costa nordafricana. È il più grave episodio di pressione migratoria su Ceuta dal 2021, quando in circa 48 ore erano entrate circa 8.000 persone dopo una crisi diplomatica tra Madrid e Rabat. Questa volta i numeri sono circa nove volte quelli del 2021: per una città di 83.000 abitanti significa che, nel giro di poche ore, ha attraversato la frontiera un numero di persone pari a quasi il novanta per cento della popolazione residente. Dietro questi numeri, però, non c’è soltanto una statistica: ci sono persone che hanno affrontato a nuoto una frontiera che, su una mappa, è una linea sottile, e che in acqua può diventare una questione di vita o di morte. Il bilancio delle vittime, ancora in aggiornamento, sale a 84 secondo le autorità spagnole, che contano i corpi recuperati sul lato spagnolo della frontiera. Le organizzazioni umanitarie marocchine, includendo anche quelli ritrovati sul versante opposto, parlano invece di 141 morti.

A innescare la mobilitazione avrebbe contribuito anche una sentenza del Tribunale Supremo spagnolo di inizio luglio, secondo cui il respingimento a caldo non può essere applicato ai migranti intercettati in mare mentre tentano di raggiungere Ceuta e Melilla a nuoto. Online, la sentenza viene fatta circolare come un lasciapassare automatico per chiunque riesca a raggiungere la costa a nuoto, una lettura semplificata che si diffonde rapidamente sui social, trasformando una decisione giudiziaria complessa in una promessa apparentemente semplice. Madrid dispiega l’esercito, il presidente del governo spagnolo Sánchez va di persona a Ceuta, e secondo le autorità spagnole circa 70.000 persone risultano rientrate in Marocco nel giro di pochi giorni. Restano in città circa 3.500 persone, secondo le organizzazioni umanitarie marocchine, tra cui oltre mille minori non accompagnati, e i servizi segreti spagnoli segnalano una mobilitazione digitale in vista di un possibile nuovo tentativo di massa il 15 agosto: a pochi giorni da quella data, il ministero della Difesa spagnolo ha già revocato tutti i permessi al personale militare di stanza a Ceuta.

Prima di proseguire, una parentesi da docente di geografia generale ed economica, perché aiuta a orientarsi in quello che segue. Ceuta viene comunemente definita un’enclave spagnola in Nord Africa. È una porzione di territorio spagnolo separata dalla penisola iberica dallo stretto di Gibilterra, confinante via terra soltanto con il Marocco e affacciata sul Mediterraneo: un po’ come se la Sicilia fosse staccata dal resto d’Italia e incastonata in un altro continente, raggiungibile solo dal mare o attraversando l’unico Paese confinante. Ed è proprio questa configurazione a spiegare perché quella frontiera abbia un peso che va ben oltre i confini della città.

Ma dietro la scintilla giudiziaria c’è anche un’altra lettura, da maneggiare con cautela. L’analista spagnolo José María Gil Garre, co-direttore dell’International Security Observatory, ha diffuso un rapporto secondo cui l’assalto sarebbe stato favorito da un coordinamento sui social network, con gruppi WhatsApp amministrati da numeri di prefisso algerino: conclusioni comunque contestate tra gli esperti. Un ex funzionario italiano dell’Onu, a lungo nella missione Minurso per il Sahara Occidentale, ha dichiarato all’Agi che la vicenda non si spiega solo come fenomeno spontaneo, e secondo più osservatori il Marocco sembrerebbe aver allentato deliberatamente i controlli per punire la Spagna dopo la visita di Sánchez ad Algeri il 20 luglio, letta a Rabat come un riavvicinamento all’Algeria. Su un piano più indiretto, alcuni osservatori richiamano anche l’asse tra Marocco, Stati Uniti e Israele consolidato dagli Accordi di Abramo del 2020, citando la dichiarazione pubblica del deputato repubblicano Mario Díaz-Balart secondo cui Ceuta e Melilla non sarebbero territorio spagnolo: un collegamento con la crisi che resta comunque un’interpretazione, non un fatto. Le riporto perché fanno parte del dibattito, non perché questo articolo possa considerarle fatti accertati.

È da questa emergenza concreta, non da un’astrazione diplomatica, che parte tutto il resto. Il primo agosto il Viminale reintroduce temporaneamente i controlli alle frontiere interne nei collegamenti con la Spagna: come precisato dal ministero, riguardano solo i cittadini di Paesi terzi in arrivo dalla Spagna, non i cittadini italiani, spagnoli o degli altri Paesi europei. La misura, per un periodo iniziale di un mese, viene notificata a Bruxelles come previsto dalle regole. Contestualmente, vengono rafforzati i controlli al confine francese. Il governo fa sapere che la linea non cambierà almeno fino al 15 agosto.

Madrid non la prende bene. Chiede a Roma di ritirare i controlli, li giudica sproporzionati, e l’8 agosto reintroduce a sua volta, fino al 7 settembre, i propri controlli su chi arriva dall’Italia: il decreto spagnolo li giustifica come misura di necessità legata alla pressione migratoria nel Mediterraneo centrale e alle lacune italiane nell’applicazione delle nuove regole europee sull’asilo, non con un rischio terroristico esplicito. Tajani, interpellato da La Stampa, definisce comunque la mossa spagnola “incomprensibile e del tutto inaccettabile”, aggiungendo: “Non si revoca Schengen solo per ritorsione, senza una ragione, creando un danno al turismo.” È quasi la stessa accusa, capovolta, che la Spagna rivolge all’Italia: entrambi i governi, cioè, accusano l’altro di aver reagito in modo sproporzionato a un problema che nessuno dei due ha creato direttamente.

Bruxelles, nel mezzo, prova a non scegliere una parte: il commissario agli Affari interni Magnus Brunner telefona sia a Roma sia a Madrid, ottiene da entrambi la garanzia che le misure restano temporanee, e sposta la discussione sui centri di rimpatrio nei Paesi terzi, una soluzione gradita al governo italiano. Sembra la strategia di chi, non potendo permettersi di scontentare nessuno dei due litiganti, prova a guadagnare tempo con parole calibrate finché la tensione non si sgonfia da sola.

Ed è qui che entra in scena Berlino, e la vicenda assume i contorni di qualcosa di più strutturale di una semplice lite tra vicini. Dal 12 giugno è entrato in applicazione il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo. È un impianto complesso che comprende screening, registrazione, procedure d’asilo e nuovi meccanismi di solidarietà tra Stati membri. La Germania annuncia che dal 19 agosto riprenderà a trasferire in Italia i richiedenti asilo per i quali il nostro Paese risulta competente. Il problema è che l’Italia, dal 5 dicembre 2022, aveva chiesto agli altri Stati membri la sospensione dei trasferimenti verso il proprio territorio con una circolare dell’Unità Dublino mai formalmente revocata, invocando l’indisponibilità delle proprie strutture di accoglienza: una sospensione i cui effetti si sono protratti, alimentando contenziosi e richieste di trasferimento negli anni successivi. Nel momento in cui l’Unione prova ad applicare il nuovo sistema, quel precedente italiano si ritorce contro chi lo ha creato: tra giugno e luglio l’Italia ha respinto le richieste di trasferimento arrivate da altri Stati membri, aprendo il tema delle compensazioni e sostenendo di non poter continuare a farsi carico da sola dell’accoglienza.

Alla domanda se il governo potesse farlo giuridicamente, sul piano formale la risposta è sì: lo strumento normativo esiste e consente la misura. In pratica, però, la misura non è libera: deve essere giustificata da una minaccia concreta, necessaria e proporzionata, e non può trasformarsi in una chiusura permanente. La sua legittimità sostanziale dipende quindi dal dimostrare il collegamento causale tra l’emergenza di Ceuta e una minaccia concreta all’ordine pubblico italiano, un nodo che la Spagna e parte della dottrina giuridica contestano.

Il Codice frontiere Schengen, regolamento 2016/399, consente a uno Stato membro di reintrodurre temporaneamente i controlli in presenza di una minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza interna, nel rispetto dei principi di necessità e proporzionalità. La revisione del 2024 ha modificato proprio l’articolo 25, prevedendo espressamente che tra gli elementi valutabili ai fini di quella minaccia grave rientrino anche movimenti improvvisi e massicci di cittadini di Paesi terzi tra Stati membri. La Commissione può valutarne necessità e proporzionalità, ma non ha un potere di veto preventivo. Va detto anche che non si tratta di una sospensione della Spagna dallo spazio Schengen, che l’Italia non ha alcun potere di disporre, ma della reintroduzione di controlli ai propri varchi d’ingresso, non essendoci un confine terrestre diretto tra i due Paesi.

Viene naturale, a questo punto, chiedersi se un precedente simile esista già. Lo strumento non è affatto inedito: tra il novembre 2015 e il maggio 2016 l’Austria notificò controlli anche lungo il confine con l’Italia, oltre che verso altri Paesi, attraverso lo stesso strumento giuridico che oggi utilizza Roma verso Madrid. L’allora ministro dell’Interno Alfano rispose non contestando la legittimità della misura, ma spostando i controlli italiani più a valle, verso Verona.

Detto questo, l’obiettività impone di riportare anche l’altro piatto della bilancia. Madrid, tramite fonti di Moncloa citate da El Mundo, sostiene che la misura italiana sia senza precedenti nella storia recente, e fa notare, dati Frontex alla mano, che l’Italia registra da anni un numero di attraversamenti irregolari pressoché doppio rispetto alla Spagna, oltre a non applicare gli obblighi di Dublino dal 2022. Autorità spagnole ed europee, inoltre, hanno ribadito più volte che non risultano, allo stato delle informazioni disponibili, trasferimenti di massa di migranti entrati a Ceuta verso la Spagna continentale o altri Paesi dell’Unione, come confermato anche dal commissario europeo Magnus Brunner: la premessa italiana sul rischio di movimenti secondari, cioè, non risulta ancora confermata dai fatti. Dall’altra parte, alcuni governi europei, tra cui Danimarca, Repubblica Ceca, Svezia e Finlandia, si sono schierati con la linea italiana, e il ministro dell’Interno finlandese ha accusato apertamente la Spagna di non aver protetto la frontiera esterna dello spazio Schengen. In Italia, una parte delle opposizioni ha bollato la sospensione come una mossa elettorale: il leader di Azione Carlo Calenda l’ha definita “inutile, ridicola e motivata solo da calcoli elettorali”. Sono tutte cose vere insieme, ed è proprio questa contemporaneità di verità parziali a rendere la vicenda più complicata di come viene raccontata sui social.

Vale la pena spiegare bene, senza tecnicismi, cosa dice davvero il principio di Dublino, perché è la chiave di tutta la vicenda. Funziona un po’ come il check-in di un volo con scalo: per stabilire quale Stato sia responsabile di una domanda d’asilo non basta guardare dove si trova oggi il richiedente, bisogna ricostruirne il percorso. In molti casi è il primo Stato in cui la persona viene identificata a restare responsabile della sua pratica, anche se prova poi a proseguire altrove. Chi arriva in Italia e si sposta poi irregolarmente in Germania compie quello che tecnicamente si chiama movimento secondario, e può essere rimandato indietro proprio perché la competenza resta italiana. È un principio che penalizza strutturalmente i Paesi di frontiera esterna, Italia e Grecia in testa, e che infatti è sempre stato contestato da entrambi. Ma qui viene il passaggio che quasi tutti dimenticano quando lo usano in campagna elettorale. La Convenzione di Dublino nasce nel 1990, firmata per l’Italia dal sesto governo Andreotti, quindi dalla Democrazia Cristiana, ed entra in vigore nel 1997 sotto il primo governo Prodi. Dublino II arriva nel 2003 durante il secondo governo Berlusconi; Dublino III nel 2013 durante il governo Letta. Destra e sinistra, in tempi diversi, hanno messo la propria firma su questo sistema, salvo poi contestarlo, di volta in volta, quando il tema è tornato al centro del confronto politico. Va ricordato proprio ora che si torna a discuterne come se fosse una responsabilità di qualcun altro.

Ho lasciato passare qualche giorno prima di scrivere queste righe, fino al 10 agosto, data a cui sono aggiornati i fatti e i numeri di questo articolo, guardando come si muovevano Roma, Madrid e Berlino prima di trarre conclusioni. Constatare i fatti mentre accadono e giudicarli a mente lucida sono due esercizi diversi, e confonderli è il primo errore di chi si mette a commentare l’attualità per passione, non per mestiere: meglio, socraticamente, sapere di non sapere ancora tutto e aspettare che la vicenda mostri la sua forma prima di parlarne. Solo adesso, con le posizioni di tutti più chiare, mi prendo la libertà di trarre una conclusione.

Da cittadino, quello che vedo in questi giorni è una politica europea visibilmente in affanno, incapace di darsi una regola comune e costretta a inseguire ogni volta l’emergenza con gli strumenti dell’urgenza. Non è soltanto un’impressione: i fatti di queste settimane lo confermano da soli. Un patto sull’asilo entrato in applicazione da appena due mesi e già sottoposto a pressione. Un Paese che sospende, un altro che risponde, un terzo che minaccia di farlo a sua volta. Ministri che parlano di sicurezza nazionale mentre la responsabilità dell’accoglienza continua a essere spostata da uno Stato all’altro come una posta in sospeso. E la politica italiana non fa eccezione: anche qui si naviga a vista, si rincorre il consenso del momento, e la sicurezza dei confini diventa uno slogan buono per tutte le stagioni, di destra come di sinistra, a seconda di chi lo pronuncia. Resta però una domanda, che i fatti per ora non consentono di sciogliere: la rapidità della scelta italiana risponde soltanto al consenso interno, o anche a esigenze di politica estera? Non ho elementi sufficienti per trasformare il sospetto in un’affermazione, e preferisco lasciarlo per quello che è: una domanda aperta.

Ma la critica, da sola, lascia le cose come stanno, e chi scrive di queste cose ha comunque il dovere di indicare una strada percorribile, non solo di spiegare perché quella attuale non funziona. Una strada esiste già, e non è un’utopia: è dentro i confini della Germania, lo stesso Paese che oggi chiede a Roma di riprendersi i richiedenti asilo. La Germania distribuisce l’accoglienza tra i suoi sedici Länder attraverso il Königsteiner Schlüssel, una formula ricalcolata ogni anno che tiene conto per due terzi del gettito fiscale e per un terzo della popolazione di ciascuna regione: una specie di conto alla romana con l’importo di ciascuno già scritto in anticipo, invece che discusso da capo ogni volta al tavolo. Applicare un principio analogo su scala europea, con criteri condivisi di peso economico, popolazione e reale capacità di accoglienza, trasformerebbe la solidarietà nell’accoglienza da promessa negoziabile in un meccanismo vincolante, togliendola una volta per tutte dal tavolo dei veti e dei ricatti reciproci. Un tentativo simile risale già al 2015, quando la Commissione Juncker propose un piano europeo che prevedeva complessivamente il ricollocamento di 160.000 richiedenti asilo da Italia e Grecia verso gli altri Stati membri: venne approvato sul piano europeo, ma la sua attuazione rimase largamente al di sotto degli obiettivi, per le fortissime resistenze di alcuni Stati membri dell’Europa centro-orientale. Il che mostra, ancora una volta, che il problema non è soltanto tecnico, è soprattutto politico, ed è lì che va risolto.

Le risposte messe in campo finora, dalle sospensioni unilaterali agli ultimatum e alle ritorsioni incrociate, non portano da nessuna parte, perché ogni Paese può trasferire il costo delle proprie difficoltà sul vicino, come dimostra il rimbalzo già in corso tra Roma, Madrid e Berlino. È una strada che rischia di rendere normale la tentazione di risolvere unilateralmente ciò che avrebbe dovuto essere costruito attraverso un diritto condiviso, trasformando in prassi quello che dovrebbe restare uno strumento eccezionale. Perché il problema europeo, alla fine, non è che il conto esista. È che continuiamo a passarlo al vicino, aspettando che sia qualcun altro a pagarlo. E finché resterà così, da Ceuta a Berlino, il conto continuerà a tornare indietro.

Damiano Santoriello

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