Negli ultimi giorni un titolo ha riassunto bene il clima che si respira all’interno dell’Alleanza Atlantica: «NATO, il Nord minaccia: 5% o via. Ma la Russia spende otto volte meno». Una frase efficace, proprio perché semplice, forse troppo semplice. Il riferimento è al nuovo obiettivo concordato dai Paesi NATO al vertice dell’Aia del giugno 2025: entro il 2035 ogni alleato, che alcuni osservatori definirebbero Stato cliente, dovrà investire il 5% del PIL in sicurezza e difesa, di cui almeno il 3,5% in spesa militare diretta e fino all’1,5% in infrastrutture critiche, cybersicurezza e resilienza civile. Un salto netto rispetto al precedente target del 2%, fissato nel 2014, arrivato agli alleati europei più con la logica di un ultimatum che con quella di una trattativa tra pari. La Spagna è l’unico Paese ad aver ottenuto una forma di esenzione, un’eccezione che racconta più la forza contrattuale di Madrid che una reale flessibilità del sistema.
E allora la domanda ritorna, inevitabile: se la Russia spende molto meno dell’insieme dei Paesi NATO, perché aumentare ancora? È una domanda legittima, ma dietro la risposta tecnica si nasconde anche una domanda politica più scomoda: chi decide, in questa alleanza, e chi si limita a eseguire?
Secondo il SIPRI, nel 2025 la spesa militare russa è stata di 190 miliardi di dollari, pari al 7,5% del PIL, il livello più alto dalla fine dell’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti hanno speso 954 miliardi di dollari, mentre l’intera NATO arriva a circa 1.581 miliardi: oltre otto volte la spesa russa. Dati chiari, quasi intuitivi. Eppure insufficienti, perché la geopolitica non è una gara di bilanci ma una competizione tra sistemi industriali, tecnologici e politici, e soprattutto tra capacità di trasformare risorse economiche in potere reale, un potere che continua a concentrarsi quasi interamente nelle mani di Washington, tuttora la potenza egemone del sistema internazionale.
Negli ultimi dieci anni il baricentro strategico degli Stati Uniti si è spostato progressivamente verso l’Asia. La Cina non è più soltanto un concorrente economico, ma il principale avversario sistemico nella lettura strategica americana. Questo cambia completamente la cornice entro cui leggere le scelte di Washington. Non si tratta di un abbandono dell’Europa, ma di un riequilibrio delle priorità strategiche deciso oltreoceano e poi comunicato agli alleati, più che concordato con loro. Se gli Stati Uniti concentrano una parte crescente delle proprie risorse nell’Indo-Pacifico, l’Europa è chiamata, non scelta, ad assumere un peso maggiore nella gestione della propria sicurezza. È in questo quadro che si inserisce il concetto di burden sharing, la condivisione del peso della difesa comune, una formula elegante che però nasconde una realtà meno paritaria: un continente che resta dipendente dall’ombrello nucleare e dai sistemi d’arma americani, e che paga il prezzo di una sicurezza di cui non detiene le leve di comando.
A questo punto sorge un’altra obiezione: perché parlare di dazi, semiconduttori, terre rare e tecnologia in un discorso sulla difesa? Perché oggi la distinzione tra economia e sicurezza è sempre più sottile. I microchip servono ai dispositivi civili ma anche ai sistemi d’arma, le reti digitali sostengono le infrastrutture critiche ma anche l’apparato economico, le terre rare alimentano l’industria civile ma anche quella militare. Le tensioni tra Stati Uniti e Cina vanno quindi lette anche come una competizione tecnologica globale, in cui la posta in gioco non è solo commerciale ma strategica. Non è un caso che la spesa militare cinese continui a crescere da oltre trent’anni consecutivi: nel 2025 ha raggiunto circa 336 miliardi di dollari, con un aumento del 7,4% rispetto all’anno precedente. Anche questa rincorsa, però, non punta a un ordine condiviso: punta a un primato che nessuno dei due contendenti è disposto a cedere.
Un altro elemento spesso ridotto a semplificazione è il ruolo dei mari. Lo Stretto di Hormuz viene quasi sempre citato solo in relazione al petrolio, ma il punto non è soltanto cosa vi passi, bensì il fatto che debba necessariamente passarvi. Le potenze marittime, nella storia, non hanno mai esercitato il loro controllo dominando tutto, ma controllando i punti di passaggio obbligati. Hormuz è uno di questi: un collo di bottiglia strategico dell’economia globale, la cui stabilità interessa anche a Paesi che non dipendono direttamente da quelle forniture energetiche.
Lo stesso vale per la guerra in Ucraina, giunta ormai al suo quinto anno. La cronaca quotidiana si concentra sugli avanzamenti e sugli arretramenti del fronte, ma i conflitti contemporanei producono effetti molto più ampi delle mappe militari. Nel 2025 la spesa militare ucraina ha raggiunto 84 miliardi di dollari, pari al 40% del PIL del Paese, un dato che da solo restituisce la natura del conflitto. Le eventuali trattative future non riguarderanno soltanto territori, ma l’architettura della sicurezza europea per i prossimi decenni, un’architettura che l’Europa rischia di trovare già scritta da altri.
Un aspetto importante è che il nuovo obiettivo NATO non riguarda esclusivamente armamenti tradizionali. Una quota significativa degli investimenti, fino a un terzo secondo la formula concordata all’Aia, sarà destinata a infrastrutture, cybersicurezza, reti energetiche e protezione civile. La sicurezza, oggi, è diventata un concetto sistemico. Un porto, una rete elettrica, un cavo sottomarino o un data center possono avere un valore strategico pari a quello di una base militare. Non è un caso che diversi governi europei, per avvicinarsi a questi obiettivi, stiano già mettendo mano a voci di bilancio storicamente intoccabili: lo stesso premier spagnolo Pedro Sánchez ha motivato la richiesta di esenzione sostenendo che una soglia del 5% sarebbe incompatibile con il mantenimento dello Stato sociale.
Il rischio, nel dibattito pubblico, resta però sempre lo stesso: ridurre tutto a una contrapposizione semplice tra più armi o meno armi. In realtà il 5% NATO tiene insieme almeno quattro livelli distinti: la deterrenza verso la Russia, la competizione strutturale con la Cina, il riequilibrio dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa e la protezione delle infrastrutture globali. Ridurre tutto a una sola di queste dimensioni significa perdere il quadro complessivo.
Vale peraltro la pena ricordare, come sottolineano diversi analisti, incluso lo stesso SIPRI, che un obiettivo percentuale dice poco sulle capacità militari effettive di un Paese: ciò che conterà davvero, da qui al 2035, sarà come quei fondi verranno spesi, non soltanto quanti ne verranno stanziati. E soprattutto chi deciderà come spenderli: se i governi nazionali europei o, più probabilmente, l’industria della difesa statunitense, che di quei fondi rischia di intercettare una quota tutt’altro che marginale, complice anche una spinta al buy European ancora acerba. Va detto, per onestà, che questa dipendenza non è soltanto imposta dall’esterno: è anche il risultato di decenni di sotto-investimento europeo nella propria industria della difesa, una scelta di cui gli stessi governi del continente portano la responsabilità. E in geopolitica, spesso, la visione d’insieme è più importante del dettaglio.
Da insegnante, la sensazione è che la difficoltà principale non sia l’accesso alle informazioni, ma la loro organizzazione. La geopolitica viene raccontata spesso come una sequenza di posizioni contrapposte, ma gli Stati non si muovono secondo schemi morali o semplificati. Si muovono secondo interessi, percezioni e vulnerabilità, e l’Europa, in questa partita, si muove spesso per necessità più che per scelta. Capirlo non significa condividere, ma evitare di fermarsi alla superficie, e forse anche imparare a chiamare le cose con il loro nome quando un rapporto tra alleati assomiglia, nei fatti, più a un rapporto di subordinazione.
Un titolo serve ad aprire una discussione, raramente basta a spiegarla. E forse la differenza, oggi, non è tra chi ha un’opinione e chi ne ha un’altra, ma tra chi si ferma alla prima riga e chi prova a leggere il sistema fino in fondo. Perché la vera domanda non è quanto spende la NATO. È chi decide cosa significa, oggi, “spendere per la sicurezza”.
Damiano Santoriello

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