Chi vive in un’area interna conosce bene il racconto delle cose che non funzionano: i giovani che partono, i servizi che si riducono, i paesi che anno dopo anno vedono diminuire i propri abitanti. Molto più raramente capita di vedere da vicino chi, invece di raccontare il declino, lavora per invertire la rotta. È anche per questo che racconto questo viaggio, fatto insieme ad altri diciannove giovani di Give Back, Giovani Aree Interne, l’associazione nazionale che ha organizzato questo percorso di conoscenza attraverso tre territori del Mezzogiorno, per incontrare chi ha scelto di reagire. Non è un caso che il Rural Tour sia arrivato proprio a Bagnoli Irpino: è qui che Give Back aveva già messo radici, con gli hackathon Ruralthon e il Policy Lab Yes I Am.
Eravamo in venti, provenienti da regioni diverse: in cinque giorni abbiamo imparato a leggere un bando insieme, a fare le domande giuste a un sindaco. Il gruppo che si è formato lungo il viaggio è probabilmente il primo risultato di questo Rural Tour, e appartiene a tutti e venti, non solo a chi lo racconta. Prima ancora dei progetti, servono persone capaci di conoscersi, confrontarsi e immaginare soluzioni insieme.
Dal 29 luglio al 2 agosto abbiamo attraversato Basilicata, Puglia e Molise. Tre tappe, tre modi diversi di reagire allo spopolamento: Vietri di Potenza (PZ), Biccari (FG) e Castel del Giudice (IS). Secondo il Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne, elaborato sulla base delle proiezioni demografiche Istat, oltre l’82% dei comuni delle aree interne perderà popolazione entro il 2043, con punte del 93% nel Mezzogiorno. Eppure, non ho trovato solo buone intenzioni.
A Vietri di Potenza abbiamo incontrato il sindaco Christian Giordano, giovane amministratore che ha scelto di investire il proprio futuro nel paese che governa. Lo si vede nella Piscina del Sole, costruita in un’area rimasta abbandonata per quarant’anni dopo il terremoto del 1980: il rumore dell’acqua e le risate delle famiglie restituivano vita a un luogo che per troppo tempo era stato solo terra incolta. Il Comune ha intercettato il Bando Sport e Periferie e ha realizzato una struttura sportiva utilizzabile tutto l’anno. Non una cattedrale nel deserto, ma un servizio pensato per durare. Ho capito che spesso il problema non è soltanto trovare le risorse economiche, ma avere una visione capace di trasformarle in qualcosa che resta.
Biccari, sui Monti Dauni, è un paese di circa 2.600 abitanti. Per quindici anni il sindaco Gianfilippo Mignogna ha guidato il progetto Case Biccari, recuperando immobili storici inutilizzati e cedendoli a prezzi contenuti per riattivare il centro storico; dal 2024 gli è succeduto il suo assessore Antonio Beatrice, cofondatore della Cooperativa di Comunità, in perfetta continuità. Nel 2021 il comune ha registrato un saldo demografico positivo, un dato tutt’altro che comune. Ma lo spopolamento, ho capito, non si combatte solo con le case: si combatte costruendo una comunità capace di dare lavoro, cura e appartenenza a chi la abita. Nel bosco del paese, il Parco Daunia Avventura, con le sue case di legno immerse negli alberi, è forse la realtà che sento più vicina a noi, a Bagnoli e al Laceno. Ricordo il silenzio appena ci si allontanava dai sentieri principali, l’odore di resina, il lago che si vedeva a tratti tra gli alberi: un posto che si fa ricordare più di quanto raccontino le fotografie. Il parco, dal 2022, ospita anche Forest Care, la prima Stazione di Terapia Forestale in Italia, pensata per usare il rapporto con l’ambiente naturale come strumento di benessere e inclusione, con percorsi rivolti anche a ragazzi con disturbi dello spettro autistico. La cooperativa Ecol Forest, nata nel 2002, garantisce occupazione stabile a quindici persone durante tutto l’anno, e in vent’anni ha imparato a intercettare fondi europei e nazionali, fino ai due milioni di euro arrivati nel 2024 dal Ministero del Turismo: le opportunità per le aree interne esistono, ma richiedono competenze e visione per essere intercettate. Qui l’inclusione non era una parola scritta in un progetto: era qualcosa che si vedeva nelle persone che ogni giorno lavorano nel parco, comprese quelle con disabilità, assunte con un regolare contratto di lavoro e non semplicemente coinvolte in un progetto temporaneo.
Castel del Giudice, in Alto Molise, è il paese più piccolo che abbiamo visitato: poco più di 300 abitanti, e il silenzio di un borgo di poche vie si avverte ancora prima di vederne le case. Il sindaco Lino Gentile amministra il paese dal 1999, salvo un solo mandato di intervallo: quasi trent’anni di impegno amministrativo. Attraverso il Bando Borghi del PNRR sono arrivati circa venti milioni di euro per la rigenerazione del paese, ma intorno a quel percorso erano già nate realtà come l’albergo diffuso Borgotufi, ricavato da vecchie stalle con le travi ancora a vista e un odore di fieno e legno vecchio che nessuna ristrutturazione ha cancellato, un meleto con sessanta varietà antiche, e la fibra ottica, arrivata nel 2021 come infrastruttura sociale prima che tecnologica. Dal 2017 il paese aderisce a un sistema di accoglienza diffusa per richiedenti asilo, gestito dalla cooperativa Artemisia, che dà lavoro a giovani del posto e a chi arriva dall’estero. Qui ho capito che alcune trasformazioni richiedono decenni, e senza continuità amministrativa nessuna visione riesce davvero.
Il filo che lega queste tre tappe non è un bando, una casa o un finanziamento. È la capacità di una comunità di trasformare un’occasione in qualcosa che dura. Perché lo spopolamento non è soltanto una questione di numeri: è anche la perdita della capacità di immaginare un futuro. E le comunità che resistono sono quelle che hanno saputo ritrovarla.
Resta una domanda: perché alcuni territori riescono a trasformare le difficoltà in un progetto condiviso, mentre altri, pur partendo da condizioni simili, continuano a rincorrere l’emergenza? Non credo dipenda soltanto dalla figura di un amministratore illuminato: servono amministratori, ma anche cittadini, associazioni, imprese, capitale umano che scelga di restare o di tornare.
Sono tornato a Bagnoli Irpino la sera del 2 agosto con una sensazione precisa: quella di aver lasciato una conversazione a metà. Mi porto a casa una convinzione semplice. Lo spopolamento non si combatte con uno slogan, né con un progetto isolato. Si combatte costruendo una comunità capace di immaginare il proprio futuro per dieci, venti o trent’anni. Non ho trovato formule magiche. Ho trovato persone che hanno deciso di provarci, e da quando sono sceso dal pullman continuo a pensare che, con il coraggio necessario, quelle stesse persone potremmo essere noi.
Il viaggio, però, non finisce qui. I materiali raccolti in ogni tappa sono a disposizione di chiunque, a Palazzo Tenta 39 e non solo, voglia approfondire, confrontarsi e capire se anche nelle nostre comunità esistano strade ancora da costruire.
Damiano Santoriello

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