Sono un appassionato di mercatini e fiere dell’usato, ci vado non appena ne ho occasione; per me è un po’ come tornare in un luogo familiare, in cerca di qualcosa che avevo dimenticato di volere. Girare tra gli scaffali, osservare oggetti che hanno già vissuto altre vite è come ascoltare storie di chi c’è stato prima. Penso a quanto questi oggetti un tempo fossero stati simboli di novità, bellezza o addirittura di futuro. Trovo ci sia qualcosa di profondamente umano nel poter toccare, vedere o persino annusare il passato. Per molti non sono che rifiuti, cose di cui liberarsi, ma negli oggetti, se ci pensiamo, sopravvive una memoria concreta che possiamo toccare, una presenza che nessun file digitale potrà mai restituire. Quindi ho iniziato a chiedermi se anche noi saremo in grado di lasciare qualcosa di simile a chi verrà dopo. La risposta è ovviamente No.Conservo ancora videocassette, dvd, fotografie stampate su carta, istantanee, piccoli pezzi di un tempo in cui le cose esistevano davvero, risalenti a quell’età in cui si era ancora in grado di capire il valore delle ‘cose’.
Da early adopter di supporti, virtuali sin dagli albori dell’era digitale (mp3, film in streaming, foto e video digitali, e-Book), ho finito anch’io col perdere il contatto con i supporti fisici, accorgendomi ad un certo punto che gran parte di ciò che amavo non mi apparteneva più. Non possediamo più le cose che compriamo, o almeno non tutte. Pensiamo alla musica: ascoltiamo ogni giorno musica su Spotify ma non possediamo nessuna copia di quelle canzoni. Non c’è un cd, non ci sono copertine da sfogliare, né titoli sul bordo della custodia. Se smettessimo di pagare, tutto ciò svanirebbe come se non l’avessimo mai avuta. Lo stesso accade con le fotografie. Scattiamo decine di foto ogni giorno, molte più di quante ne scattavano i nostri genitori in un anno, eppure non ne conserviamo davvero quasi nessuna. Da quando è sopraggiunta l’era digitale mi rendo conto di avere sempre più difficoltà a portarmi dietro i ricordi. Difficilmente avremo una scatola piena di foto da ritrovare in soffitta tra 50 anni, nessun ricordo da riscoprire tra la polvere. Spesso la praticità vince e ci ritroviamo a vivere questo paradosso moderno: avere tutto senza possedere nulla.
Com’è possibile che un’intera esistenza sia ormai racchiusa in un piccolo schermo o in una nuvola invisibile dove nulla invecchia e nulla si consuma? Questo è il prezzo della modernità a quanto pare: un tempo senza oggetti, senza memoria fisica, che non odora più di carta, di plastica, di polvere. Un tempo in cui si non si da più di valore alle cose. Un’epoca in cui la comodità ha preso il posto della proprietà. Lo streaming, il cloud, lo shopping on-line ci danno accesso immediato a musica, film, libri, videogame, ma non ci consegnano nulla di nostro. Siamo oramai una massa di utenti, non di proprietari; una civiltà di abbonati.
Nel 2023 Sony diede ai propri clienti una brutta notizia: alcuni dei contenuti da loro acquistati sarebbero stati rimossi dalla libreria, poiché il gigante giapponese aveva avuto difficoltà a stipulare un accordo di licenza con Discovery, che forniva quei contenuti. Poiché tale accordo non sarebbe stato rinnovato, i clienti che avevano già pagato per quei contenuti non avrebbero più potuto accedervi. Comprensibilmente, gli utenti protestarono e Sony fece rapidamente marcia indietro. Non molti lo sanno, ma nella maggior parte dei casi, se si acquistano contenuti digitali online, non se ne diventa proprietari, non si sta acquistando un prodotto, ma soltanto la licenza per fruirne, e questa licenza è soggetta a termini; il che significa che potrebbe anche essere revocata.
Nel nuovo mercato del consumo di contenuti on-line i diritti di proprietà stanno venendo rapidamente erosi; ci stiamo allontanando dal modello pago = tengo, e ci siamo incamminati verso la normalizzazione delle sottoscrizioni di abbonamenti. Molti avranno sentito la frase “Non possiederai nulla e sarai felice”; è stato uno degli slogan più celebri del recente World Economic Forum (WEF). Ma andiamo per esempi: supponiamo di entrare in una libreria per acquistare un libro; se lo paghiamo, possiamo portare a casa quella copia e, su quella copia in particolare, abbiamo fondamentalmente diritti illimitati su ciò che vogliamo farne. Potremmo leggerlo, o semplicemente tenerlo su uno scaffale e non toccarlo mai (ciò che accade con molti libri che compriamo, ammettiamolo). Potremmo persino bruciarlo o provare a mangiarlo. Ma ci sono alcune cose che non si possono fare: farne una copia e venderla (o distribuirla gratuitamente).
Va da sé che anche possedere un supporto fisico comporta alcuni limiti e condizioni, ma nella maggior parte dei casi, se lo si acquista, lo si può tenere, è nostro, e quella copia “usata” possiamo rivenderla a qualcun altro, secondo un principio denominato “Dottrina della prima vendita”. Ma questo non è mai stato il caso per i contenuti digitali, in quanto, da un punto di vista legale, la proprietà digitale risulta profondamente diversa da quella del bene fisico. Quando tutto è concesso da una piattaforma, tutto può anche essere tolto. I cataloghi cambiano, i files spariscono, le licenze scadono; ciò che sembra eterno in realtà è fragile. Un piccolo e silenzioso esproprio culturale. Poche grandi piattaforme ormai controllano cosa possiamo guardare, ascoltare, leggere. È ciò che Ioannis Varoufakis ha definito “tecno-feudalesimo moderno”. Riuscite ad immaginare un mondo in cui bisogna abbonarsi al tostapane o al microonde?
Non crediate che quel mondo sia poi così lontano. Tutti ridevano quando si diceva che ci avrebbero fatto abbonare alle funzioni delle nostre auto. Ora è proprio quello che le case automobilistiche stanno facendo. L’idea è che le aziende, e chi detiene il potere, siano interessati principalmente ad estrarre rendite dalle persone (utenti) come in un sistema feudale; ma i nuovi mezzadri (noi) invece di affittare il diritto di lavorare la terra, affittano i diritti di accesso al cloud o il diritto di accedere a grandi infrastrutture digitali per poter vivere la nostra vita nel nuovo mondo alle porte. Stiamo diventando affittuari perpetui, dovendo abbonarci a cose a cui non avremmo mai pensati di abbonarci; anche quando paghiamo una volta sola, in realtà stiamo ottenendo solo una licenza, e per qualcosa che può essere revocata in qualunque momento. I signori del cloud dettano le regole e noi non siamo altro che inquilini della cultura, dipendenti dai loro server, dai loro abbonamenti, dai loro termini di servizio. E poi c’è la fragilità intrinseca del digitale. I files si corrompono, i server chiudono, i formati diventano obsoleti. Tutto ciò che oggi sembra accessibile ed eterno potrebbe scomparire domani. Tutto ciò dimostra che quello che crediamo nostro in realtà non lo è.
In questo contesto il valore dei media fisici diventa evidente. Libri, vinili, dvd, cartucce di gioco, se conservati bene, possono durare decenni, possono essere prestati, trasmessi, toccati. Permettono di lasciare una traccia concreta di noi stessi, della nostra cultura e, banalmente, anche di quello che ci piace. Possedere il fisico significa averne il controllo, proteggere la memoria, resistere ad un mondo digitale che tutto offre ma nulla conserva.
Non è nostalgia, ma amara consapevolezza. Un piccolo atto di resistenza. Scegliere un libro stampato, un disco, la copia fisica di un film o di gioco, significa affermare che la nostra esperienza culturale deve poter sopravvivere. Non è solo una questione personale. Quando compriamo un supporto fisico contribuiamo a creare un patrimonio collettivo. Ogni libro, ogni disco, ogni gioco resta tangibile ed è un frammento di storia, la nostra; un pezzo di memoria condivisa, ma anche ciò che permetterà alle generazioni future di capire come vivevamo, cosa amavamo, come ci emozionavamo, le cose a cui tenevamo. Le fotografie di famiglia o i giochi di quando ero piccolo contengono un tipo di memoria che il digitale non potrà mai dare. E poi c’è l’aspetto della libertà e dell’autonomia. Il digitale oggettivamente ci rende dipendenti, ci costringe a seguire regole imposte e spesso anche a lasciare la nostra esperienza nelle mani di qualcun altro, mentre il fisico ci rende padroni di quello che amiamo.
Alla fine tutto si riduce a un desiderio semplice: lasciare qualcosa che resti, non account o files, ma oggetti concreti che sopravvivranno al tempo, a noi stessi. Il mio desiderio è che qualcuno, tra decenni, possa aprire una scatola in una soffitta e sentire l’odore degli oggetti fermi li da anni, così che della nostra cultura non resti solo un elenco digitale, ma qualcosa di reale e di tangibile. Il digitale è indubbiamente comodo, ma non sa di niente, e forse è proprio questo che gli manca: la vita.
Oggi scegliere il fisico, di qualunque tipo di prodotto, significa decidere che vogliamo lasciare una traccia, difendere una memoria, una cultura per chi verrà dopo di noi, perché tutto ciò che non possiamo toccare prima o poi svanisce. Quanti dei nostri ricordi digitali sopravvivranno? E quanto del nostro mondo resterà nelle mani di chi controlla i server? Forse se vogliamo davvero resistere, dobbiamo tornare a possedere per lasciare qualcosa di vero, e non per nostalgia, ma perché la memoria e la cultura meritano di durare.
Martin Di Lucia – (da Fuori dalla Rete Dicembre 2025 Anno XIX n. 4)
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