Rinascere dove si è caduti: il ritorno come scelta di futuro
La scelta di sé, la cura di un luogo
A seguito dell’invito ricevuto da Giulio Tammaro, mi sono chiesto in che modo potessi contribuire al numero del giornale in uscita. La lettura dell’articolo pubblicato da Orticalab, relativo al nuovo aggiornamento del Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne 2021–2027, mi ha spinto a partire da una prospettiva differente.Nel tempo, chi mi conosce mi ha visto impegnato in scritti di impegno civile, analisi politiche e progetti legati alla cittadinanza attiva e alla partecipazione giovanile. Questa volta, però, ho sentito la necessità di cambiare registro.
Forse perché oggi la mia forma mentis è sempre più quella di un educatore. E l’educazione, nella sua essenza, comincia con l’ascolto e con il racconto di ciò che spesso viene taciuto. Non ho voluto proporre un’analisi tecnica o una ricetta risolutiva, ma partire da un gesto narrativo, capace di mettere in circolo esperienze, dubbi, tentativi. Da qui nasce il mio approccio: attingere a una vicenda personale non per indulgere nel privato, ma per accendere riflessioni collettive. Raccontare ciò che ferisce e divide, ciò che forma e trasforma, è un modo per rompere silenzi e restituire voce a esperienze troppo spesso lasciate ai margini. Eppure è proprio nella condivisione, nella narrazione onesta e nel riconoscimento reciproco che si apre lo spazio per un cambiamento autentico. Credo, anzi, che questa riflessione non riguardi solo me, ma sia una traiettoria condivisa da tanti che oggi si trovano a scegliere se restare, partire o ritessere un legame con ciò che avevano lasciato. E che, nel farlo, interrogano il senso stesso di comunità.
Ci sono luoghi in cui nascere non è una scelta, ma andare via diventa una necessità. Esistono ambienti familiari e comunità chiuse in cui le strade sembrano già tracciate da altri. Eppure ogni storia, per quanto condizionata, può trovare una nuova direzione. A condizione di riconoscerla. A condizione di volerla cambiare.
Molte persone crescono in case dove l’amore non trova voce. Dove manca una grammatica affettiva condivisa. Dove le parole feriscono più che proteggere. Dove l’affetto si misura con gesti materiali, mai con la presenza o con il dialogo. Sono famiglie in cui il controllo viene scambiato per cura e l’obbedienza vale più della comprensione. In questi contesti si impara presto a camminare in silenzio, ad annullarsi per non disturbare, ad aspettarsi poco per evitare delusioni.
Anch’io ho conosciuto questa realtà. Con il tempo ho smesso di chiedermi cosa avessi fatto di sbagliato e ho iniziato a domandarmi cosa potessi fare per vivere una vita diversa.
Col tempo si affina una comprensione diversa. Si intuisce che dietro certi atteggiamenti duri, dietro la freddezza e la rabbia, si celano spesso frustrazioni profonde, fallimenti mai elaborati, dolori inespressi. La violenza, anche quella verbale, è spesso il linguaggio distorto di chi non ha avuto strumenti per esprimersi in modo sano. Comprendere non vuol dire giustificare, ma cominciare a sciogliere il nodo che ci tiene legati a quel dolore. Nel mio caso il rifugio è stato la scrittura. Per altri può essere la musica, lo studio, il lavoro o l’incontro con contesti più inclusivi. A fare la differenza, nella mia esperienza, sono state le presenze gentili: docenti, formatori, amici. Persone che non mi hanno mai chiesto “quando te ne vai?”, ma mi hanno detto “resta” o, ancora meglio, “quando torni?”.
Crescere in certi ambienti significa anche sottrarsi consapevolmente a ciò che ci ha ferito. Riconoscere tutto ciò che c’è stato, anche gli aspetti più fragili o contraddittori, ma scegliere di non restarne prigionieri. Tracciare un percorso nuovo, una lingua diversa, un’identità autonoma. Questo processo ha un prezzo. Ci si espone a giudizi, incomprensioni, sensi di colpa. Ma non c’è libertà senza fatica. Ogni passo verso sé stessi è una conquista che vale lo sforzo. Nei miei dialoghi quotidiani con studenti, colleghi e coetanei mi rendo conto di quanto le aspettative familiari e sociali continuino a influenzare le decisioni più intime. Ci sono giovani brillanti che studiano ciò che non amano, che restano dove non riescono a respirare, che si adattano a modelli lontani dalla propria natura. Il tutto, spesso, in nome di un affetto che assomiglia più al timore di deludere che alla libertà di amare. Ma l’amore autentico non è controllo. Non è imposizione. L’amore autentico lascia andare, accoglie, si fida.
Come cantano i Pinguini Tattici Nucleari: «Grazie a mia madre, a mio padre, che in me non c’hanno mai creduto troppo. Da grande poi ho capito il senso profondo: il talento deve avere il vento contro.» A chi oggi sente quel vento contrario, vorrei dire che non è solo. Non è sbagliato. E non è condannato a diventare ciò che altri hanno deciso per lui. È possibile creare una nuova strada, anche se in salita. Procedere controvento può aiutare a ritrovare il significato più autentico delle proprie scelte.
Il mio invito non è alla fuga, ma a un distacco lucido. Prendere le distanze da copioni imposti, da tracciati ereditati più per consuetudine che per convinzione. Abbracciare il proprio coraggio e poi, se e quando lo si vorrà, fare ritorno nei luoghi del proprio dolore. Non per vendetta, ma per trasformazione.
Riconnettersi con i propri territori può voler dire anche spezzare quei meccanismi che alimentano ostilità, invidie, maldicenze. Dimostrare che anche nei territori più difficili si possono generare legami nuovi, cambiare sguardi, coltivare bellezza. Alcuni luoghi, se vissuti con sincerità, rispetto e spirito di collaborazione, possono ancora tornare a battere come un cuore che non si è mai davvero spento. Ma costruire comunità significa anche riconoscere che il problema dello spopolamento non può essere letto soltanto in termini economici o infrastrutturali. L’inverno di denatalità che attraversa l’Italia e in particolare le aree interne, non dipende solo dalla mancanza di servizi, lavoro o trasporti. C’è un elemento che altrove chiamano “fattore umano e comunitario”: la capacità di un territorio di accogliere, coinvolgere e far sentire importante chi lo abita, chi torna e chi arriva per la prima volta.
Lo dico per esperienza diretta, dopo aver vissuto e lavorato in territori come la Carnia, in Friuli Venezia Giulia, così simili all’Irpinia per bellezza e fragilità. In quei contesti, ciò che fa davvero la differenza non è il PIL, ma quanto riesci a sentirti parte di un patto vivo. Non un’appartenenza ereditata, ma una fiducia guadagnata: nel decoro condiviso, nelle relazioni sincere, nel valore umano che una comunità sa riconoscere a ogni presenza. Finché questo nodo resterà sottovalutato, sarà difficile invertire la rotta. Perché una comunità non vive solo di bilanci e opere pubbliche. Vive quando riesce a farti sentire che il tuo esserci conta. E che restare, o riscoprire un’appartenenza, ha senso.
Bagnoli Irpino non è un punto fermo, ma una possibilità. Tentativi sinceri di dialogo, cultura e partecipazione sono emersi nel tempo, anche grazie all’impegno di realtà associative, gruppi informali e luoghi di aggregazione che hanno animato il paese in diverse fasi. Tuttavia, queste esperienze, pur significative, appaiono spesso isolate, scollegate, legate alla presenza di singole persone. Basterebbe che uno di questi attori venisse meno e il panorama rischierebbe di implodere su se stesso. È fondamentale sviluppare una cultura collettiva, condivisa, che garantisca continuità e passaggio di testimone. Non si può sempre aspettare che l’iniziativa cali dall’alto: bisogna coltivare un fermento stabile, contagioso, organico. E continuare a camminare insieme in questa direzione.
Anche perché non possiamo ignorare i segnali di disagio che attraversano l’Irpinia: piaghe sociali come l’alcolismo, la ludopatia, il malessere diffuso. Siamo una provincia con un tasso di suicidi particolarmente critico in Italia. Eppure continuiamo a ripiegarci su noi stessi, mentre ci vantiamo di essere una comunità che si conosce tutta. Serve un approccio più profondo, che includa il cosiddetto fattore umano: la qualità dei legami, il senso di partecipazione, la fiducia che una persona sviluppa nel contribuire al decoro e al futuro della propria comunità. Forse dovremmo reimparare a riconoscerci davvero, recuperare uno sguardo umano sulle cose e sulle persone. Superare faide ereditate e logoranti, mettendo da parte individualismi che non fanno altro che consumare il tessuto sociale. È un gesto che fa bene, prima di tutto, a noi stessi. E, in prospettiva, a tutta la collettività. Tuttavia, in alcuni contesti, si continua a riservare più attenzione, talvolta persino incondizionata, a chi arriva da fuori, piuttosto che a chi sceglie di ricominciare da casa, recuperando un legame con ciò che aveva lasciato. Un po’ come se il giardino del vicino fosse sempre più verde, più curato, più interessante. Come se ciò che viene da lontano avesse un valore maggiore rispetto a ciò che, invece, sceglie con fatica di fermarsi e radicarsi. E proprio in questi anni, stanno emergendo segnali importanti: persone che rientrano, progetti che prendono forma, tentativi sinceri di rimettere insieme pezzi di comunità. Un futuro condiviso ha bisogno anche di chi ritorna e riporta con sé nuove energie, nuovi sguardi. Non basta riconoscerlo: occorre sostenerlo, integrarlo, valorizzarlo.
Non possiamo arrenderci alla desertificazione demografica e culturale. Solo insieme possiamo affrontare le difficoltà, contrastare lo spopolamento e combattere quell’erosione sociale che spegne lentamente i nostri borghi. Il senso di solidarietà deve convivere con i legittimi desideri individuali, in un equilibrio costante e consapevole.
Ritornare, del resto, non è una condanna né un ripiegamento nostalgico. È un atto politico e affettivo. È la scelta consapevole di chi decide di investire nel proprio territorio, anche dove ha conosciuto il dolore. È come tracciare nuovi sentieri proprio là dove ci si era persi. Come rigenerare la terra dopo una lunga siccità e affidarle una nuova semina.
Ogni ritorno è un gesto di costruzione. Un movimento attivo, che non si limita al ricordo, ma si esprime nella presenza, nella scelta quotidiana, nella volontà di ricominciare. È così che si riaccendono le comunità, uno alla volta, insieme. Serve coraggio, presenza e una scintilla di fiducia. Il tempo per scegliere, però, non è infinito. E ogni scelta mancata lascia il campo al silenzio, dove prima c’erano voci, mani, vita.
Damiano Santoriello – (da Fuori dalla Rete Agosto 2025 Anno XIX n. 3)
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