Per un periodo della mia vita ho vissuto e “lavorato” in Slovenia, in Bela Krajina, una piccola regione nel sud-est del Paese, dove il tempo sembra scorrere più piano ma la memoria molto meno. Non è mai successo per cattiveria, né per vero rancore: più di una volta, parlando con qualcuno del posto, mi sono sentito ricordare, con una battuta o con uno sguardo, cosa l’Italia ha fatto da quelle parti nel secolo scorso. Era piuttosto la sensazione, mai detta ad alta voce ma sempre percepibile, che io stessi dando per scontato qualcosa che loro non si sono mai potuti permettere di dimenticare.
Sono passati 107 anni da quando, a Milano, nacquero i Fasci di combattimento, e 104 dalla Marcia su Roma: un secolo abbondante. Le idee su cui quel movimento si costruì, il culto della violenza, il nazionalismo, il rifiuto della democrazia liberale, affondano in realtà più indietro, nella rivolta di fine Ottocento contro il positivismo. Eppure ancora oggi una parte non piccola dei ragazzi guarda a quell’idea con interesse. Un’indagine Ipsos per l’Aned, l’associazione degli ex deportati nei campi nazisti, condotta nel 2016 e più volte ricitata negli anni successivi, compreso il 2021, registrava già allora due giovani italiani su tre che consideravano il fascismo “una dittatura da condannare in parte, ma che ha portato anche benefici”: un dato che continua a circolare come fotografia dell’oggi, nonostante risalga a quasi un decennio fa. La domanda da cui parte questo pezzo è un’altra: quella simpatia nasce da un ragionamento fatto sul serio, magari anche sbagliato ma almeno pensato, oppure è soltanto sentito dire, tramandato come si tramanda un modo di dire, senza che nessuno vada mai a controllare se regge?
Ci ho ripensato spesso guardando quanto sia tornato centrale, in queste settimane, il dibattito sul fascismo in Italia. Il 21 agosto Giorgia Meloni ha detto al New York Times che quella storia è “particolarmente complessa” e che guardarla oggi è diverso da come l’avremmo vista se ci fossimo stati dentro. Il 14 settembre Roberto Vannacci ed Enzo Iacchetti si sono dati battaglia a distanza su fascismo, nazismo e antifascismo. Episodi diversi, ma che mostrano la stessa cosa: il fascismo resta un terreno di scontro nella memoria pubblica italiana, un pezzo di storia che, a oltre un secolo di distanza, non ha ancora deciso come raccontarsi.
Me lo diceva un mio docente universitario, e lo ripeto spesso perché lo trovo ancora vero: a parlare di fascismo con troppa sicurezza, a semplificarlo o a usarlo come clava politica, sono spesso persone che hanno già deciso la conclusione prima ancora di guardare i fatti. È facile avere opinioni nette su qualcosa che non abbiamo mai dovuto vivere sulla nostra pelle.
Non è la prima volta che l’Italia inciampa su questo nodo. Nell’aprile del 2024 la Rai non mandò in onda il monologo che Antonio Scurati, autore del bestseller “M. Il figlio del secolo”, aveva scritto per il 25 aprile su Rai3: ufficialmente per questioni economiche e contrattuali, anche se una nota interna dell’azienda, pubblicata poi da Repubblica, parlava invece di “motivi editoriali”. Il testo, letto comunque in diretta da Serena Bortone, diceva che finché chi governa non pronuncia la parola antifascismo, lo spettro del fascismo continuerà ad aggirarsi per la democrazia italiana. Non sta a me stabilire qui se si sia trattato di censura: il fatto interessante è che un monologo per il 25 aprile sia finito al centro di uno scontro politico nazionale, e sia stato comunque letto in diretta da Bortone.
La lezione di scuola la lascio da parte. Quello che mi interessa è una domanda più scomoda: al di là dei simboli e delle date, il fascismo ha davvero fatto bene alla gente comune, ai più poveri?
La risposta comincia con un episodio poco conosciuto. Nel 1922 il giovane economista Piero Sraffa pubblica, su incarico di John Maynard Keynes, due articoli che analizzano con i numeri alla mano la crisi delle grandi banche italiane: il primo sull’Economic Journal in giugno, il secondo sul Manchester Guardian in dicembre, quando Mussolini è ormai da due mesi capo del governo. È questo secondo articolo a scatenare la reazione: Mussolini telegrafa personalmente al padre di Sraffa intimandogli di far ritrattare il figlio. Il padre rifiuta, Sraffa non ritratta e, anni dopo, si trasferirà definitivamente a Cambridge. Era già un segnale di come il nuovo potere intendesse trattare chi metteva in discussione, con dati e argomenti, il racconto che voleva dare dell’Italia.
Era però il fascismo dei primi anni, quando il liberista Alberto De Stefani al ministero delle Finanze porta la politica economica nella direzione opposta a quella che si immagina: tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni, dazi più bassi. Le squadre fasciste, però, il lavoro sporco lo avevano già iniziato per conto proprio, spezzando le leghe dei braccianti con i soldi degli agrari, come documenta anche Scurati nel suo romanzo. La forte crescita di quei primi anni va letta anche come recupero dei livelli produttivi persi durante la guerra, non solo come effetto delle politiche del regime. La svolta vera arriva nel 1925-26, quando il patto di Palazzo Vidoni e la legge che vieta lo sciopero cancellano per legge la libertà sindacale, mentre Mussolini rivaluta la lira con Quota 90 per ragioni di prestigio politico e di stabilizzazione monetaria, una scelta che finisce per comprimere salari e prezzi interni e penalizzare le industrie esportatrici.
Anche le grandi imprese propagandistiche, viste da vicino, raccontano un’altra storia. Il piano delle bonifiche puntava a 8 milioni di ettari, ma il regime arrivò a presentare come compiuti milioni di ettari che comprendevano lavori già avviati prima del 1922 e interventi solo parzialmente realizzati. La Battaglia del Grano raggiunge il suo obiettivo tecnico, l’autosufficienza cerealicola, ma lo fa sottraendo terreno a colture più remunerative del Sud e, secondo l’analisi dell’economista Domenico Preti, peggiorando nel complesso la dieta delle masse contadine. Un successo di propaganda pagato, letteralmente, a tavola dai più poveri.
Nel 1929 la Grande Depressione fa crollare il vero tallone d’Achille del capitalismo italiano dell’epoca: le banche miste, che univano i risparmi dei correntisti a scommesse azionarie spericolate. Per evitare il crac a catena, lo Stato crea l’IRI e interviene per salvare un sistema bancario e industriale privato in crisi, assumendo una parte rilevante dei rischi e delle perdite. Alla fine degli anni Trenta l’Italia era diventata una delle economie occidentali con il più alto grado di controllo statale. Nel 1935 arriva l’invasione dell’Etiopia, con le sanzioni della Società delle Nazioni e l’Autarchia, che rende ancora più evidente il prezzo economico delle ambizioni imperiali del regime: un Paese povero di materie prime strategiche che si avvia verso una guerra che pagheranno i soldati e i civili, non chi quella guerra l’ha voluta.
C’è poi un capitolo meno conosciuto, che io ho imparato meglio vivendo dall’altra parte del confine. Il 13 luglio 1920 uno squadrismo ancora informale incendia a Trieste il Narodni dom, la casa culturale della comunità slovena: lo storico Renzo De Felice lo ha definito il vero esordio organizzato dello squadrismo. Da lì si sviluppa un progetto sistematico di assimilazione forzata di sloveni e croati, con la progressiva cancellazione dell’uso pubblico delle loro lingue e l’italianizzazione d’ufficio dei cognomi. Durante l’occupazione della Jugoslavia, l’esercito italiano allestisce sull’isola di Arbe, oggi Rab, un campo di concentramento per civili sloveni e croati: in poco più di un anno muoiono, secondo le stime più accreditate, oltre 1.400 persone, per fame, freddo e malattie. Per decenni Arbe è rimasta ai margini della memoria pubblica italiana. Ai viaggi della memoria verso i campi nazisti partecipano ogni anno migliaia di studenti italiani. Eppure Arbe continua a occupare uno spazio marginale quando raccontiamo la nostra storia.
Ecco perché, quando vivevo in Bela Krajina, quegli sguardi non mi sembravano ingiusti. Erano solo lo specchio di una cosa che noi, da questa parte del confine, abbiamo il lusso di poter ignorare.
Alla domanda che mi ero fatto all’inizio, se quella simpatia sia un ragionamento o solo sentito dire, la risposta è più sfumata di un sì o un no secco. Una spiegazione è che molta della simpatia che oggi circola per il fascismo non nasce da quello che il fascismo è realmente stato, ma da un’immagine idillica trasmessa in famiglia, gli operai al loro posto, gli scioperi finiti, i treni in orario. Un racconto che dimentica che il fascismo costruì la propria conquista del potere anche attraverso bastonature, violenze e omicidi. Dall’altra parte, però, c’è una cosa più scomoda da ammettere: quel consenso fu anche costruito, attraverso il dopolavoro, le colonie marine e una vasta organizzazione della vita sociale, mentre il conto in termini di libertà e diritti fu molto più alto: salari compressi e ogni spazio di autonomia sociale sottoposto al controllo del regime. Un sondaggio di Bordignon e Securo per Repubblica, pubblicato nel dicembre 2025, conferma che il fenomeno non riguarda solo i più giovani: oltre un quinto degli italiani non si direbbe contrario al fascismo, percentuale che sale a più di un terzo tra i 30 e i 55 anni e al 62% tra chi si definisce di destra.
I fatti, guardati senza il filtro del mito, dicono una cosa semplice: chiunque governi un Paese per vent’anni finirà inevitabilmente per produrre anche qualche risultato positivo, ma questo, da solo, non è un argomento. La domanda vera è a che prezzo, e per chi. Un sistema che con Quota 90 impose la rivalutazione della lira, comprimendo salari e prezzi interni e penalizzando le industrie esportatrici, che gonfiò i numeri delle proprie bonifiche e che trasferì sul settore pubblico una parte consistente delle perdite private degli industriali, difficilmente può essere ricordato come qualcosa che stava dalla parte della gente comune. Poteva stare dalla parte di chi comandava. Non è la stessa cosa.
Tempo fa, quando collaboravo a dei progetti europei a Bruxelles, dei colleghi tedeschi mi raccontavano di una vacanza a Lignano Sabbiadoro, dove in un’edicola avevano trovato calendari e accendini con la faccia di Mussolini, in vendita tra le cartoline. Ne ridevano, increduli: dicevano che in Germania una cosa simile sarebbe stata impensabile. Non è solo un’impressione: in Italia una legge che avrebbe reso reato vendere gadget con la faccia di Mussolini, la legge Fiano, fu approvata alla Camera nel 2017 e non arrivò mai all’approvazione definitiva del Parlamento.
Tra la Slovenia e la Germania cambia solo la lingua in cui qualcuno, da fuori, ci ricorda quello che da dentro preferiamo non vedere.
Damiano Santoriello

Commenti
Per visualizzare i commenti Disqus devi accettare i cookie Marketing.