Per la terza volta consecutiva – dopo Russia 2018 e Qatar 2022 – l’Italia non ci sarà alla Coppa del Mondo. La sconfitta ai rigori contro la Bosnia Erzegovina a Zenica, nell’ultima notte di marzo 2026, ha sigillato un verdetto amaro ma purtroppo prevedibile: gli Azzurri, quattro volte campioni del mondo, resteranno fuori dal palcoscenico più importante del calcio per altri quattro anni, in pratica tutti i nostri bambini non vedranno mai un mondiale.

Una ferita profonda per un Paese che ha fatto della Nazionale il proprio simbolo di identità. Ma dietro al ko ai rigori c’è molto di più di una partita sfortunata. È il fallimento di un sistema calcistico malato, incapace di rinnovarsi. E i tre fattori principali che hanno portato a questo ennesimo disastro sono chiari, lampanti, inaccettabili: l’assenza di strutture adeguate, la cronica resistenza a lanciare i giovani e, soprattutto, un azzeramento tardivo dei vertici federali.

  1. Assenza di strutture adeguate: un calcio fermo agli anni ’90

Il calcio italiano continua a giocare in stadi obsoleti, spesso fatiscenti, senza quell’infrastruttura moderna che in tutta Europa è diventata la norma. Mentre Inghilterra, Germania e Francia investono miliardi in impianti all’avanguardia, con centri di allenamento tecnologicamente avanzati e accademie integrate, l’Italia arranca. I ritiri della Nazionale sono spesso ospitati in strutture datate, i campi di allenamento dei club minori soffrono di manutenzione scarsa e i vivai lavorano con risorse limitate.

Non è un caso se la nostra generazione di talenti fatica a emergere: mancano campi in erba ibrida, palestre all’avanguardia, laboratori di biomeccanica e analisi video integrati già a livello giovanile. Il risultato? Una Nazionale che arriva agli spareggi con un bagaglio tecnico e atletico inferiore rispetto alle avversarie “minori”. La Bosnia, con risorse infinitamente più ridotte, ha potuto contare su un’organizzazione più efficiente. Noi no. E questo non è un problema di una singola partita: è un’emergenza strutturale che dura da decenni e che nessun presidente della FIGC ha mai affrontato con la determinazione necessaria.

In quasi tutta la totalità degli altri paesi europei, in massimo 2 anni si costruiscono stadi nuovi, qui in 4 non si riesce a rimodernare quelli già esistenti.

  1. Assenza di lanciare i giovani: i talenti italiani restano in panchina

L’Italia produce ancora talenti, ma non li usa. In Serie A dominano gli stranieri, i giovani italiani vengono prestati all’estero o parcheggiati in panchina, e la Nazionale finisce per affidarsi a una rosa “esperta” ma priva di freschezza. Quanti under 23 hanno avuto spazio vero negli ultimi anni? Pochi, pochissimi. Il blocco del sistema è evidente: club che preferiscono comprare pronto piuttosto che investire sul vivaio, procuratori che spingono verso carriere facili all’estero, e una Nazionale che in azzurro continua a chiamare sempre gli stessi nomi.

Il Mondiale si vince con le squadre che sanno mescolare esperienza e gioventù. La Francia lo ha fatto per anni, la Spagna ha costruito cicli interi sui propri Under. L’Italia? No. Ha preferito la “sicurezza” di veterani spesso fuori forma o motivati a metà. Il risultato è una squadra che contro la Bosnia ha mostrato cuore ma poca qualità pura, quella qualità che solo i giovani affamati possono garantire. Lanciare i giovani non è un rischio: è l’unico investimento che paga nel lungo termine. E il calcio italiano, ancora una volta, ha scelto di non farlo.

E non mi venite a dire che non ci sono avete mai visto all’opera Koleosho, Ekhator, Venturino, Coppola del Pisa, Liberali, Almaviva? Guardare per credere sono superiori a molti over attuali e prontissimi per ben figurare nella massima serie.

  1. Il non azzeramento dei vertici federali: il potere che non molla mai

Dopo otto anni alla guida della FIGC, dopo due Mondiali mancati e ora il terzo, il presidente ha dichiarato che “le valutazioni spettano al Consiglio federale”, (salvo poi dimettersi il giorno dopo ndr). Una frase di rito, già sentita troppe volte.

Gravina è diventato il simbolo di una dirigenza che resiste alle critiche, che si autoprotegge e che non accetta di assumersi la responsabilità politica di un fallimento epocale. Il calcio italiano ha bisogno di una svolta radicale, di una figura nuova che rimetta al centro il merito, la meritocrazia e il futuro. Invece resta aggrappato al potere un uomo che ha presieduto al declino azzurro più lungo della storia recente. Le sue parole post-partita – “l’Italia è stata eroica” – suonano come una beffa per i tifosi che da 16 anni non vedono la Nazionale al Mondiale.

L’eliminazione contro la Bosnia non è un incidente di percorso. È la fotografia di un sistema bloccato, senza visione, senza coraggio e senza ricambio. Le strutture fatiscenti, i giovani sacrificati sull’altare del “presente” e una dirigenza che non vuole andarsene sono le vere colpe di questo ennesimo, doloroso addio.

Il calcio italiano merita di più. Merita di tornare grande. Ma per farlo serve una rivoluzione, non un’altra conferenza stampa. Altrimenti, nel 2030, saremo qui a scrivere lo stesso articolo. E sarà ancora più triste.

Daniele Marano

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