Esiste un paradosso geografico e sentimentale che attraversa il cuore dell’Appennino, e Nusco ne è oggi un riflesso profondo. Non è solo una questione di dati anagrafici; è una sfida che riguarda la visione e la postura intellettuale con cui guardiamo al domani. Nusco, balcone dell’Irpinia e terra che ha dato i natali a una mente sopraffina come Ciriaco De Mita – capace di coniugare il pragmatismo del potere alla profondità del pensiero – vive oggi un momento di quiete riflessiva, quasi un lungo respiro che attraversa le stagioni. Il rischio, tuttavia, è che questo silenzio e queste serrature chiuse dal tempo diventino il segno di un’autoreferenzialità che trasforma un borgo così ricco di identità in una splendida scenografia, in attesa di tornare a essere pienamente abitata dai suoi protagonisti.

L’ILLUSIONE DELLA SAGRA – Il dramma delle nostre aree in terne è che abbiamo scambiato la cultura con l’intrattenimento stagionale e la strategia politica con il “piagnisteo” consolatorio. Ci siamo convinti che una sagra, un modello di turismo mordi-e-fuggi fatto di stand gastronomici e bicchieri di plastica, per carità una summa di sentimento e tradizione popolare, possa essere la panacea contro l’emorragia demografica. Ma la sagra è, per definizione, un evento spot: accende una lampadina per tre notti e lascia il buio pesto per i restanti trecentosessantuno giorni. È un modello autoreferenziale che serve solo a dirci “esistiamo ancora”, senza però chiederci mai “come stiamo esistendo”. Questa cultura del “contentino” ha anestetizzato la visione a lungo termine. Si celebra il passato come un feticcio, ci si crogiola nell’identità delle origini e del suolo, ma si fatica ad aprire i portoni a chi quella terra la sceglie ogni giorno come atto di fede. Una fede che si rinnova costante mente tra partenze, viaggi e ritorni; un andirivieni incessante in ogni angolo del mondo per il mio lavoro di reporter e narratore che, invece di allontanarmi, mi ha sempre riportato qui, con lo sguardo carico di altrove ma il cuore piantato in Irpinia. Eppure, proprio a chi torna per testimoniare la bellezza di questi luoghi, la comunità risponde con il silenzio di una serratura. La mia vicenda personale – la ricerca vana, quasi surreale, di una casa in affitto in un paese di case deserte – non è un lamento individuale, né tantomeno un esercizio di vittimismo. È il sintomo di una patologia sociale profonda: la percezione del diritto all’abitare come un fattore secondario rispetto alla conservazione statica. In questo contesto, emerge l’opportunità di coltivare visioni di sviluppo sempre più ampie, che sappiano andare oltre la sagra per costruire una prospettiva di lungo termine. Esiste il potenziale per creare una rete strutturata, una proiezione del turismo e della cultura intesi come veri volani economici e sociali. Guardando ai territori vicini, dalla Costiera Amalfitana alla Puglia, vediamo modelli di accoglienza che hanno saputo trasformare l’identità in valore. Sono esempi virtuosi a pochi chilometri da noi che possono offrirci preziosi spunti di ispirazione per superare una visione a volte troppo localistica e generare un futuro che non sia solo la gestione del presente, ma una rinascita condivisa per scongiurare il declino. In questo deserto di senso, risuona spesso la voce di Franco Arminio. Il “poeta della paesologia” (tornato in libreria per i tipi di Chiarelettere con La grazia della fragilità), con i suoi versi e i suoi reading ambulanti, combatte da anni una crociata solitaria e necessaria contro lo spopolamento delle Aree Interne. Arminio ci urla che “abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane e rifare il mondo con le mani”, ma soprattutto ci ricorda che un paese muore non quando finiscono i soldi, ma quando finisce l’attenzione verso l’altro. La sua è una lotta contro la rassegnazione, contro quel “restare” che deve essere un atto rivoluzionario e non una condanna. Eppure, nonostante i suoi moniti, la risposta delle comunità sembra essere un arroccamento ancora più ostinato. Se la poesia di Arminio cerca di riaprire le ferite per farvi entrare la luce, la realtà dei fatti sembra voler sigillare ogni fessura con il cemento dell’apatia.

IL MIO ATTO D’AMORE – Sia chiaro: il mio non è un piagnisteo. È il monito di chi in queste terre, nel cuore di pietra dell’Appennino, ci crede con una ferocia quasi carnale. A questi luoghi ho dedicato una buona parte della mia vita professionale e creativa. Ho scritto romanzi che odorano di questa terra, guide che ne tracciano i sentieri meno battuti, volumi fotografici per i più importanti editori nazionali che celebrano la dignità di questi borghi. Ho firmato articoli e reportage per la carta stampata, ho esposto la bellezza carsica e silvestre dell’Irpinia in mostre internazionali e l’ho filmata per cortometraggi, videoclip e produzioni televisive. L’ho fatto perché non considero il Sud un problema da risolvere, ma una risorsa di senso per l’Europa intera. Ma come si può continuare a costruire l’immaginario di un luogo se il luogo stesso ti nega lo spazio fisico per esistere? Come si può narrare la bellezza di un vicolo se quel vicolo diventa un corridoio cieco di porte chiuse a chiave?

IL MITO DELLA “CASA-MUSEO” – Nusco, come accade in molti borghi delle aree interne, custodisce un patrimonio edilizio che oggi appare in una fase di silenziosa attesa. È un fenomeno comprensibile: spesso i proprietari scelgono la custodia dei propri ricordi e dei mobili “buoni” di famiglia, quasi a voler preservare intatto un tempo passato. Tuttavia, questa forma di protezione rischia talvolta di prevalere sulla vitalità del presente, quella che solo una stufa accesa da chi desidera restare potrebbe garantire. La risposta risiede in una malintesa “comfort zone” che sta scivolando pericolosamente verso una “zona comatosa”. Il proprietario medio teme le complicazioni, teme l’inquilino che potrebbe “violare” il sacrario dei ricordi, o peggio, insegue l’illusione di affitti brevi per un turismo mitologico che nel quotidiano non esiste. Si preferisce un immobile che sia, appunto, immobile. Una casa intesa come museo privato della propria nostalgia. Ma una casa senza persone non è un patrimonio, è un peso morto. È una ferita nel tessuto collettivo che contribuisce a spegnere la pubblica illuminazione, a chiudere l’ultima bottega, a rendere il silenzio dei vicoli non più poetico, ma spettrale.

EREDITÀ E VISIONE – La lezione di De Mita sul “pensiero forte” e sulle strategie mediterranee ci ricorda che l’Irpinia è stata, e può ancora essere, un centro di gravità ideale, una terra che non accetta di farsi “periferia dell’anima”. Oggi, tuttavia, si avverte il rischio – comune a diverse realtà del nostro territorio – che questo ampio respiro si scontri con le fatiche della gestione quotidiana. Talvolta, l’urgenza di intervenire sul decoro urbano, nel perfezionare pavimentazioni già solide o nel disegnare nuovi spazi di viabilità, sembra assorbire tutte le energie, rischiando di mettere in ombra la cura necessaria per i “giardini” sociali e culturali che sono il vero battito del borgo. Curare con dedizione il “guscio” è importante, ma è vitale che quel guscio continui a proteggere un contenuto umano vibrante e non assottigliato dal tempo. Se una comunità fatica ad accogliere pienamente chi l’ha scelta con amore – chi dopo venticinque anni non è più un ospite ma un cittadino di fatto, un ambasciatore della propria terra – emerge la necessità di ritrovare quel filo che unisce la storica ospitalità alle scelte pratiche di ogni giorno. L’accoglienza irpina, che si celebra (e celebro) con orgoglio nei convegni e nelle narrazioni turistiche, trova la sua prova più autentica proprio qui: nella capacità di offrire un tetto a chi vuole continuare a chiamare questa terra “casa”.

RIAPRIRE IL FUTURO – La sfida che abbiamo davanti è profonda: il rischio è che la legittima cura del proprio “particulare” (per citare Guicciarini) finisca, involontariamente, per mettere in ombra il bene comune. Ogni abitazione che resta silenziosa è un piccolo tassello di un mosaico che rischia di perdere la sua vivacità originale. Un borgo che fatica a offrire spazi a chi desidera abitarlo è un borgo che rischia di avviarsi verso un declino silenzioso. La cultura, d’altronde, non si nutre solo di memorie o della bellezza dei nostri paesaggi incontaminati. La cultura è un atto vivo, è l’incrocio di respiri quotidiani, è quella luce accesa in una cucina alle otto di sera che rassicura chi cammina nei vicoli. Quando l’accoglienza a lungo termine di venta un percorso a ostacoli, si rischia di allontanare, anche senza volerlo, le energie migliori e le forze vive del territorio. Dobbiamo chiederci, con onestà, quale futuro desideriamo per i borghi irpini: se una comunità vibrante e partecipe o un suggestivo set cinematografico, perfetto nella forma ma in attesa di una storia che non verrà mai narrata. Quel mazzo di chiavi che resta chiuso nel cassetto non è sempre un gesto di cautela; talvolta è il segno di una rassegnazione che non rende giustizia alla storia e all’identità. Riaprire quelle case significa, simbolicamente e concretamente, tornare a spalancare le porte al futuro.

(di Carlo Solito*, Il Mattino 01/03/2026) scrittore fotografo e viaggiatore, pubblica per Rizzoli, Sperling & Kupfer, Treccani, San Paolo. Sue foto sono esposte nella mostra ideata da Umberto Vattani “Roma terzo millennio. La scia della cometa”, a Palazzo WeGil.

 

Condividi questo articolo

Commenti

Articoli correlati