A settembre, a Dallas, Donald Trump aveva chiesto ai suoi elettori di immaginare il suo nome sulla scheda. Martedì notte, con la sconfitta in arrivo, ha scritto che il suo nome non c’era e che, se ci fosse stato, i repubblicani avrebbero stravinto. Gli americani lo avevano preso in parola: quel nome lo hanno immaginato eccome, e in molti hanno votato contro.

I democratici hanno conquistato Camera e Senato. Al Senato bastavano quattro seggi in più: ne hanno strappati sette, arrivando a 54, indipendenti alleati compresi. Alaska e Mississippi sono ancora da assegnare. Alla Camera ne servivano tre: secondo le proiezioni di NBC potrebbero arrivare a circa 258 deputati su 435, quota che non toccavano dal 1993.

Le midterm cadono a metà dei quattro anni del presidente e rinnovano il Congresso: tutti i deputati, in carica per due anni, e circa un terzo dei senatori, in carica per sei. In molti Stati si scelgono anche i governatori. Trump resta alla Casa Bianca, ma da gennaio dovrà fare i conti con un Congresso ostile.

Martedì ha portato anche una serie di prime volte: la prima donna nera eletta governatrice nella storia degli Stati Uniti (Keisha Lance Bottoms, Georgia), la prima donna nativa americana eletta governatrice (Deb Haaland, New Mexico), la prima donna nativa americana eletta al Senato federale (Peggy Flanagan, Minnesota), il primo senatore musulmano (Abdul El-Sayed, Michigan) e il primo uomo apertamente gay eletto al Senato (Chris Pappas, New Hampshire). E non è solo una storia democratica: il repubblicano Byron Donalds è il primo governatore nero della Florida.

Il simbolo della sconfitta repubblicana, però, è il Texas, dove un democratico non vinceva un seggio al Senato dal 1988, né una carica statale dal 1994. Ora James Talarico, ex insegnante e seminarista presbiteriano, ha battuto con circa il 55% Ken Paxton, stretto alleato di Trump, e Gina Hinojosa, prima donna latina eletta governatrice dello Stato, ha sconfitto Greg Abbott. Trump lì aveva portato la convention del partito ed era tornato tre volte in un mese: ha perso in casa. Alla svolta hanno contribuito gli elettori latini, quasi un terzo degli aventi diritto in Texas, tornati in misura significativa verso i democratici dopo il 2024. A muoverli, secondo i sondaggi, sono stati soprattutto il carovita e le politiche dell’ICE, la polizia federale dell’immigrazione.

Sul voto ha pesato anche la guerra. Trump era tornato al potere promettendo niente nuove guerre; il 28 febbraio, insieme a Israele, ha attaccato l’Iran, prospettando un conflitto di quattro-sei settimane. La benzina, sotto i tre dollari al gallone (circa 3,8 litri) prima della guerra, il 5 maggio era a 4,48. Secondo gli exit poll della NBC, cioè i sondaggi condotti all’uscita dai seggi, circa sei elettori su dieci giudicano la guerra una decisione sbagliata e una quota analoga attribuisce i prezzi alti soprattutto alle politiche di Trump. Il 74% indica il conflitto come fattore cruciale o importante nel voto, e tra questi il 63% ha scelto i democratici. Lo stesso Trump ha ammesso che l’Iran è stato una parte della sconfitta.

Il colpo è arrivato dove faceva più male. Trump è una specie di oligarca newyorkese, erede di un impero immobiliare e nipote di Friedrich, che nel 1885 lasciò a sedici anni Kallstadt, nel Palatinato tedesco. Anche il cognome viene da lì: secondo la biografa Gwenda Blair, gli avi si chiamavano Drumpf, nome diventato Trump nel Seicento. Eppure è proprio lui a parlare all’America interna, quella dell’americano medio, contro lo Stato profondo, cioè burocrazia e apparati militari e di sicurezza, e contro le coste da cui viene.

Una parte importante di quell’America ha radici tedesche: al censimento del 2020 circa 45 milioni di americani hanno dichiarato ascendenza tedesca, anche insieme ad altre, una presenza particolarmente forte nel Midwest. Uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista Electoral Studies collega il loro voto per Trump del 2016 anche a una vecchia tradizione isolazionista. Una parte di quell’America sognava che il nipote dell’emigrato di Kallstadt curasse la stanchezza della superpotenza: tornare nel proprio emisfero, scaricare i costi sugli alleati trattati da province, restare fuori dai guai del mondo. A quasi due anni dal ritorno di Trump alla Casa Bianca restano la cattura di Maduro in Venezuela, la promessa europea di spendere di più per la difesa e un nuovo pantano in Medio Oriente.

Le vittorie democratiche in Ohio, in Iowa e perfino in Kansas, dove il partito non vinceva un seggio al Senato dal 1932, mostrano che il consenso repubblicano ha ceduto anche lontano dalle coste. Secondo l’exit poll NBC in Kansas, un elettore di Trump su dieci ha cambiato campo. La crepa è parziale, perché lì l’86% è rimasto con il repubblicano Roger Marshall e le zone rurali restano in maggioranza repubblicane. Ma per perdere basta una crepa. A marzo Trump aveva dato dei codardi agli europei che rifiutavano di aiutarlo nello Stretto di Hormuz, in una guerra su cui non erano stati consultati. La rabbia verso gli Stati satelliti che non imbracciano le armi, nell’America interna, aveva buon gioco, ma al distributore l’europeo imboscato irrita e il pieno da pagare brucia.

Trump è anche uno specchio: in lui gli americani ritrovano difetti antichi del loro Paese, e i difetti propri, visti addosso a un altro, si perdonano meno. L’America di oggi è divisa anche sull’idea che ha di sé: c’è chi non capisce perché il mondo non voglia somigliarle, chi in quella pretesa vede la causa dei suoi errori, chi vorrebbe guidare con alleanze e diplomazia anziché con le imposizioni.

Theodore Roosevelt amava un proverbio: «Parla piano e porta un grosso bastone». Significava trattare potendo contare sulla forza. Ma quando il bastone diventa il primo argomento anziché l’ultimo, si può ottenere obbedienza senza conquistare consenso. Il problema, allora, non è perché il mondo non voglia essere americano, ma perché Washington continui a convincersi che dovrebbe volerlo.

C’è poi una contraddizione strategica. Gli Stati Uniti considerano la Cina il principale rivale e avrebbero interesse a staccarle la Russia, ma Mosca, almeno oggi, ha forti ragioni per non rinunciare ai vantaggi dell’intesa con Pechino. Intanto la guerra in Iran consuma armi, diplomazia e consenso che servirebbero altrove, e agli alleati l’America chiede sostegno militare mentre impone dazi. Per contenere il rivale più importante, rischia di logorarsi lontano dalle sue priorità. Ma un impero non si dimette per decreto, e gli Stati Uniti restano più forti di quanto credano.

La prima potenza del pianeta ha molti pregi, ma la sua politica estera mostra spesso più fiducia nella propria missione che curiosità per gli altri popoli, e così torna a sbagliare in Medio Oriente. Stavolta gli americani quegli errori li hanno pagati a ogni pieno, e l’effetto si è sentito anche da noi.

Hollywood grida contro Trump da anni. Nel giugno 2018, ai Tony Awards, i premi del teatro americano, Robert De Niro gridò «Fuck Trump» e si prese una standing ovation, mentre la CBS gli tagliava l’audio. Nel 2024 Trump ha rivinto lo stesso. Gli insulti scaldano chi è già convinto; il portafoglio può convincere anche chi non lo era.

Quel grido, del resto, è un coro da stadio. In America la politica si vive come un tifo: la politologa Lilliana Mason ha mostrato come il partito sia diventato un’identità e come molti elettori si comportino da tifosi, più che da cittadini che valutano un programma.

A tavola, così, la politica si evita. Nel 2024 il 72% degli adulti americani sperava di non parlarne in famiglia durante le feste e, in un sondaggio Reuters/Ipsos dell’inverno 2016-17, il 16% diceva di aver smesso di parlare con un parente o un amico a causa delle elezioni. Lo dico per conoscenza diretta: interi nuclei familiari, divisi sul voto, smettono di frequentarsi. Ormai non si discute più soltanto di politica, ma di morale: chi vota dall’altra parte non sbaglia, sta dalla parte sbagliata. Tucidide, raccontando la guerra civile di Corcira, l’odierna Corfù, notò che il legame di sangue era diventato più debole di quello di fazione. L’America non è Corcira, ma quel meccanismo lo riconosce chiunque abbia cenato lì durante una campagna elettorale.

Il dialogo moderato manca, e sta svanendo anche da noi, perché da Stato satellite scimmiottiamo pure questo. Le elezioni, del resto, non creano la realtà, la riflettono: queste midterm sono più di una cartina di tornasole sul presidente, sondano un sentimento profondo degli americani.

Fermarsi a Trump, però, sarebbe troppo facile, anche per chi ne ha scritto il nome quasi a ogni riga. Da solo un presidente può molto meno di quanto sembri, ma la finzione regge e Trump recita da imperatore. Il capo solo al comando è una comodità nostra: un nome al posto di apparati, interessi, storia e relazioni tra popoli, così possiamo evitare di studiare. Tolstoj, in Guerra e pace, chiamò i cosiddetti grandi uomini etichette che danno il nome agli avvenimenti. Trump è l’etichetta. Il contenuto ha quattro secoli.

Tocqueville scrisse di vedere tutto il destino dell’America nel primo puritano sbarcato sulle sue rive. Bisogna tornare lì, al 1630, quando John Winthrop, in una predica di impronta calvinista, disse ai coloni che sarebbero stati una città sopra un colle, con gli occhi del mondo addosso. Era un ammonimento religioso; presidenti come Kennedy e Reagan ne hanno fatto un simbolo della missione americana. È uno dei fili dell’eccezionalismo: l’idea di un popolo con un compito speciale nella storia, che nelle versioni più interventiste ha contribuito a giustificare anche le bombe. Lincoln, più accorto, parlò di popolo «quasi eletto»: quel quasi, a Washington, si è perso per strada. Anche l’idea americana di democrazia nasce da una diffidenza verso il potere: i fondatori temevano le fazioni e costruirono una repubblica di contrappesi.

Cosa cambia, allora? Molto in casa, meno nel mondo. Il Congresso non è il nostro Parlamento: non vota la fiducia e non può far cadere il governo con una maggioranza, perché il presidente risponde agli elettori e non alle Camere. Può però bloccargli le leggi, condizionare il bilancio e indagare sulla sua amministrazione. E quello uscente ha lavorato poco: secondo il Pew Research Center, a metà ottobre aveva approvato 121 leggi, il secondo risultato più basso degli ultimi quarant’anni a questo punto del mandato, e secondo l’associazione No Labels tra gennaio e agosto la Camera ha votato in appena 65 giorni. Contare le leggi non dice tutto, perché un unico maxi-provvedimento può contenere decine di misure, ma il segnale resta.

Sulla guerra il Congresso conta meno. La Costituzione attribuisce al Congresso il potere di dichiararla, ma nella pratica il presidente dispone di ampi margini nell’impiego delle forze armate. A giugno Camera e Senato hanno approvato una risoluzione per fermare le operazioni non autorizzate contro l’Iran: la Casa Bianca ne ha contestato l’efficacia e non ha cambiato strategia. Madison scrisse che l’ambizione deve contrastare l’ambizione: la nuova maggioranza dovrà dimostrare di averne.

Nessuno, però, si illuda. Nelle venti midterm dal 1946 al 2022 il partito del presidente ha perso seggi alla Camera diciotto volte: la punizione elettorale è la regola. E questa vittoria appare soprattutto un no a Trump, perché negli exit poll NBC il giudizio sul Partito democratico resta negativo. Toccherà ai democratici dimostrare che dietro quel rifiuto c’è una proposta, ammesso che la vittoria regga tra due anni: non basterà accarezzare gli alleati anziché colpirli, se resteranno irrisolte le contraddizioni della politica estera americana. Trump, intanto, non se ne va: la Camera può votare la messa in stato d’accusa, l’impeachment, ma per rimuoverlo servono i due terzi del Senato.

Trump voleva un referendum su se stesso. L’ha avuto, e la notte dello spoglio ha scoperto di non essere sulla scheda.

Damiano Santoriello

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