“Capuismo e grotta dei cani”

di Antonio Cella

La sintesi che segue evidenzia, rimette in luce, la ricerca bibliografica che ho fatto negli anni ‘70 del secolo scorso. Ero stato appena assunto alle dipendenze della Regione Campania, con collocazione iniziale negli Uffici della Soprintendenza ai Beni Librari, che alloggiavano nel Palazzo Reale di Napoli, maestoso edificio che affaccia sulla Piazza del Plebiscito dove, con mio immenso piacere, allocava anche la più grande e famosa Biblioteca del Mezzogiorno d’Italia. Lì, dove giacevano centinaia di migliaia di incunaboli e libri scritti da maestri e intellettuali di ogni epoca e nazionalità, proprio lì, dove poter  rimuovere, soddisfare, desideri incompiuti, per chi è amante della lettura. Quella convivenza, per me, la vivevo come una tentazione, una sfida: non vedevo l’ora di intrufolarmi, introdurmi con ansia tra i banchi di lettura. Era, anche, una emozione latente che spesso mi spingeva nell’estasi, proprio come quando mi trovavo davanti ad un piatto di bucatini all’Amatriciana o in presenza di una donna di insostenibile avvenenza.

Quando feci il mio primo ingresso nelle sale dalle pareti piastrellate di volumi, capii, in modo compiuto, che mi sarei distaccato da esse non prima di aver portato a termine le ricerche bibliografiche e biografiche riguardanti Leonardo Di Capua, originario di Bagnoli Irpino, mio paese natale, del quale un docente di lettere, in occasione del mio esame di maturità, notata la comune origine territoriale di entrambi, mi aveva fatto delle domande sulle opere letterarie dello stesso a cui non credo proprio di aver risposto in modo esaustivo. Una figuraccia! Di cui ancora avverto il prurito. La ricerca mi impegnò per più giorni perché, fare il topo di biblioteca, è cosa assai difficile, specie dove non era consentito effettuare rilievi fotografici, o servirsi di prototipi di costose fotocopiatrici di scarsa efficacia. Si doveva, pertanto, necessariamente leggere sul posto centinaia di pagine di volumi che puzzavano di muffa e riscrivere, pedissequamente,  gli appunti a mano.

Vi auguro una buona lettura e, se doveste annoiarvi, vi prego di non investirmi con bestemmie condite con epiteti malsani, e affini.

Inizio col dire che, con la caduta degli Aragonesi,1501, il Regno di Napoli sprofondò nelle tenebre della più fitta ignoranza. Gli oppressori spagnoli, fecero tutto il possibile per impedire il nascere di ogni lampo di pensiero. Le università furono prese di mira e, in alcuni casi, addirittura chiuse per molto tempo. Don Pedro Alvarez de Toledo, autore della grande arteria che collega la parte alta di Napoli con i quartieri spagnoli, temendo che in quei consessi si facesse politica, sciolse le Accademia dei Sereni e la Pontaniana. Nel Museo Nazionale di Napoli, è tuttora visibile la lapide con la quale nel 1573 il Vice Re Duca d’Alba, sotto minacce di pene pecuniarie e corporali, ammoniva i cittadini a non locare le loro case a “studenti e ad altre persone disoneste”.

La Spagna, come la storia insegna, si era alleata con il Vaticano e nel corso di due secoli di dominazione impegolò nella religione anche la vita civile di Napoli. Invase le scuole, le case, i conventi, i nobili e i plebei. Furono costruite centinaia di chiese, trecentoquaranta per l’esattezza, e settantaquattro ricchissimi monasteri, tutti occupati da un esercito di preti, di monaci e di frati, il cui numero superò di gran lunga quello della stessa Roma. Il popolo, oltremodo ignorante e superstizioso, era completamente succube della potenza del clero che, in ogni momento della vita quotidiana era presente con processioni e inaugurazioni di chiese e tabernacoli. I monaci della chiesa di Sant’Antonio Abate, per esempio, erano possessori di grandi mandrie di porci che, grazie alla immunità ecclesiastica dei loro “mangiatori”, vagavano liberamente per le vie della città e ricevevano l’alimento per devozione, come le sacre mucche indiane. Essi, infatti, erano considerati “cosa sacra” perché imposti da Roma nel patrimonio del Cardinale Barberini, Abate di Sant’Antuono che poi salì sul trono di Pietro col nome di Urbano VIII.

Le condizioni sociali dei napoletani dell’epoca erano, per certi aspetti, non tanto distanti da quelle attuali (fidatevi! Ve lo dice uno che ha vissuto lì per circa quarant’anni) astraendo, ovviamente, dalla consistenza demografica del momento. Quelli dell’epoca di Toledo, erano circa sessantamila, di cui diecimila lavoravano e provvedevano agli alimenti per tutti,  e il resto era dedito all’ozio, alla pigrizia, alla ciarlataneria, e, come potete immaginare, era soggetto a ciò che la giornata offriva loro.

Leonardo di Capua, fu uno degli uomini più illustri del Regno di Napoli: medico, filosofo, scienziato, letterato. Venne annoverato tra la schiera che di quel Regno fu la gloria: San Tommaso d’Aquino, Torquato Tasso, Tommaso Campanella, Giambattista Vico, Salvator Rosa, Antonio Genovese.

Il nostro conterraneo, seguendo la filosofia introdotta in Francia da Cartesio e Gassenti, in Inghilterra da Bacone, da Hobbes e da Boyle, in Italia da Galileo Galilei e, nel Regno di Napoli, dagli sforzi di Telesio e Campanella, fondò il Convivio Letterario “Gli Investiganti per dar vita alla buona filosofia, al quale aderirono grandi ingegni. Fu l’attore principale, il protagonista, di quel processo di rinnovamento razionalistico, che si proponeva di restituire alla corrotta e decaduta arte del secolo XVII, la purezza, la semplicità di linguaggio e di immagini. Lui, seguendo la sua indole audacissima, nonostante i pericoli verso cui andava incontro quale novatore (propagatore di novità filosofico-scientifiche), si sostituì alla dottrina di Aristotele, per più secoli considerata irrefutabile nelle scuole di tutta l’Europa, per far sì che la filosofia, la religione e la teoria di Stato venissero considerate una novità da seguire, e imitare. Sotto questo punto di vista, i “Pareri del Signor Leonardo Di Capua sulla incertezza della scienza medica” fu considerato il libro più ereticale che fosse mai apparso in Napoli. Alla luce di tanto, fu inquisito e severamente vietato. Il Di Capua si immerse, poi, nella riforma della filosofia e della medicina, spargendo i semi delle nuove dottrine nelle scuole e nei salotti culturali, “Già pieni dell’usanza pessima ed antica” (da Vita di Leonardo di Capua, Venezia 1710)

Il Marchese d’Arena (Gran mecenate, accolse sotto la sua protezione “Gli Investiganti”) riferisce che l’Accademia nacque soprattutto per promuovere la filosofia della natura. Essa trattò, col mezzo dell’esperienza, le cose più astruse: molte furono effettuate nella GROTTA DEI CANI dove Di Capua, antesignano della filosofia della natura, impartiva lezioni sul “fluido e il solido”, sul “freddo e il caldo”, sul “dolce e l’amaro”. Inoltre, altri critici asseriscono che “a lui si deve tutto ciò che oggi si sa verosimilmente della filosofia e della medicina”. L’Accademia aveva come simbolo il cane Bracco col motto lucreziano “Vestigia lustrat”.

Lo scetticismo del Di Capua verso la medicina del tempo derivava, soprattutto, dalla incompiutezza delle scienze naturali, essendo convinto che la natura fosse un mistero che rimarrà nel tempo. Pensiero ampiamente condiviso da Galileo Galilei il quale asseriva: “soltanto Dio ha la cognizione di tutta la filosofia”. Ancora oggi, a distanza di secoli, lo scetticismo del Di Capua è riscontrabile sotto diverse forme tra cui primeggia la “filosofia positiva” che, in effetti, si enuclea dalla critica della “filosofia della natura”. Lui era instancabile nello spronare gli studiosi della sua epoca ad abbandonare la strada infruttuosa indicata dagli antichi filosofi, e invitava  gli stessi a riunire gli sforzi nella ricerca, nell’applicazione del metodo sperimentale, ormai perfezionato dal Galilei, al fine di raggiungere (come fanno gli attuali ricercatori) quei traguardi, che permettessero all’umanità, una più chiara visione delle cose e, nel contempo, consentissero alla medicina e alla filosofia di poter scrutare il mistero del corpo umano e della natura, verso cui l’uomo del duemila si è molto avvicinato.

Giambattista Vico, devotissimo discepolo del filosofo irpino, con cui ebbe anche rapporti personali, abbracciò con entusiasmo l’eclettismo o meglio il purismo Capuista senza mai dissacrare l’aristotelismo in voga, per la nota necessità di “non dover tirare la carrozza con le proprie budella”. Egli racconta che nel 1681, in alcuni ambienti culturali era stata accolta una più che vera e innovativa teoria del Di Capua sulla natura e sulla forma dell’arcobaleno. Di Capua sosteneva, contro l’assunto di Aristotele, (e i moderni meteorologi gli hanno dato ragione) che l’arcobaleno, visto da una certa altezza quando il sole è alto nel cielo, appare in corona circolare.

A Giambattista Vico, nessuna manifestazione del pensiero dei suoi contemporanei fu sconosciuta. Prese vivacissima parte nella contesa per l’arcobaleno (derisa dai “nemici” del Di Capua) e non mancò di dire la sua a proposito del conflitto appena accennato anche se, manifestando un sentimento favorevole ai nuovi progressi dell’intelletto umano, si tenne nel mezzo. Adulava l’opera dei novatori e, nello stesso tempo, non disdegnava comprensione e riverenza verso l’antico. Ciò, lo portò a dire che le dottrine del Galeno “per l’ignoranza dei seguaci di quei tempi, erano andate in sommo disprezzo. Nel “De nostri temporis studiorim ratione” sostiene, con acute argomentazioni, la necessità di contemperare l’antico con il nuovo anche nello studio della medicina. E accenna al Di Capua laddove deplora che la medesima era caduta nello scetticismo.

Il Di Capua, fu molto considerato dalla Regina Cristina di Svezia, che lo volle nell’Ordine degli Arcadi, dove adottò lo pseudonimo: “Alceste Cilleneo”.

Fu amato da tutti i letterati del suo tempo. Morì il 17 giugno 1695, all’età di 78 anni.

Antonio Cella     

                         

 

 

 

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