Che bollisse qualcosa di grosso in pentola, lo aveva intuito Matteo Forano commissario di campagna a Montella nell’ aprile del 1673. Nella sua informativa spedita all’inizio del mese alla Corte di Napoli aveva segnalato che nel Convento sopra il Monte c’era stato un concentramento di varie comitive di briganti e segnalava i nominativi: il fratello del capo brigante Cesare Ricciardi alias Cornacchia, Scalandrone Minico, Anello Scala, Peppariello d’Aversa e Angelo Scarano.

In tutto una cinquantina che avevano esteso l’invito anche al famigerato brigante Centomilomini, chiamato così perché da solo per astuzia e ferocia equivaleva ad una intera comitiva di briganti. Di lui si diceva che fosse un lupo innestato a volpe. In effetti, la riunione si era tenuta senza badare troppo alla segretezza e lo stesso brigante Centomilomini quasi a ostentare la sua audacia aveva lanciato l’idea di rapire il Vescovo di Nusco Fulgenzio Arminio Monforte da poco rientrato in Diocesi. Questi – di famiglia patrizia avellinese (era nato a Bellizzi) e sacerdote agostiniano – era tra i più grandi predicatori del 1600: aveva parlato a Roma e persino a Vienna alla presenza dell’imperatore Leopoldo.

Nel quaresimale a Roma del 1661 attaccò senza mezze misure la corruzione nel Vaticano. Quando a Napoli si tenne il funerale di Filippo IV suo fu il discorso funebre. Qualche anno dopo divenne Vescovo di Nusco (1669). La sua presenza servile ai pranzi del Vicerè quasi come un maggiordomo intaccò non poco la sua credibilità e fu obbligato a ritornare a Nusco. Fu soprannominato per deriderlo “il maestro di Avellino” e “il Pasticcione”.

A Nusco, terrorizzato dalle minacce di alcuni banditi, per maggiore sicurezza si trasferì a Bagnoli: cadde dalla padella nella brace. Dopo quella riunione a Montella fu sequestrato dai briganti per tre volte , dovette pagare per tre volte il riscatto e per tre volte fu liberato.

Infelice destino per il Vescovo Arminio che per ironia della sorte aveva dato scandalo con una frase rimasta famosa contro la corruzione in seno alla Chiesa: “Una volta i briganti pendevano dalle croci, oggi invece le croci pendono al petto dei briganti.”. Bersagliato anche da una satira del bagnolese Giulio Acciani, nel 1680 si arrese e si ritirò a vita privata ad Avellino dove morì nel 1690. Nessuno lo rimpianse.

Giovanni Marino

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