Non credo che, parlare di un treno speciale, possa annoiare chi mi legge. Automezzo che, sicuramente, gran parte dei giovani attuali, nati alla fine del secondo millennio, non abbiano avuto la possibilità di conoscere e di ammirare da vicino. Figlio della industria meccanica ed elettromeccanica degli anni ‘30, progettato dalle Officine Fiat-Breda: opera che rappresentava una vera e propria eccellenza tecnica che invase, con successo, gran parte dei paesi europei.
Negli anni ‘30, l’Italia era un paese che, dal punto di vista sociale, aveva cominciato a muoversi nella direzione giusta riconducibile allo sviluppo urbanistico con incrementi significativi di popolazioni, inurbate e occupate nei settori industriali, che avevano determinato una crescita del fenomeno del pendolarismo. Fenomeno che necessitava, a sua volta, di uno sviluppo generalizzato della domanda di trasporto e di un comfort migliore del viaggio, anche in conseguenza di significative mutazioni nello stile di vita e nelle condizioni materiali delle persone.
La Littorina, fu la risposta giusta a queste nuove esigenze sociali: un nuovo mezzo di trasporto per un paese in crescita, che aspirava a una nuova e più moderna mobilità.
Un esemplare di automezzo, accettato da tutti i paesi europei in fase di sviluppo, senza tener conto del colore politico di chi lo avesse costruito e di chi se ne fosse servito. Sono rimasto legato alla littorina, quella a trazione termica, il cui nome deriva dalla radice “littoria” di natura fascista. La stessa su cui aveva viaggiato anche Mussolini in occasione di un suo viaggio fatto a Littoria, odierna Latina. Viaggi liberi, che avrebbero potuto fare liberamente, per altri motivi, anche quelle persone che avessero adottato metodi di lotta politica, messi in atto dal fascismo, oppure imposti da rapporti umani e sociali, secondo un’ideologia su cui dominavano la prevaricazione e la forza.
Ora, entriamo nelle sue particolarità. Era formata da un corpo unico della lunghezza di circa venti metri, composto da due sole classi: la prima e la terza, che, rispettivamente, comprendevano sedici posti a sedere e ventiquattro in piedi. Entrambi formavano una capienza di ottanta posti. Aveva interni in legno e masonite con sedili rivestiti di velluto. La sua velocità, cambiava in conformità allo stato della tratta. Nella Piana di Taurasi raggiungeva, a volte, centoventi chilometri orari. Era un vero siluro viaggiante su rotaie: bello ed elegante.
Su quel trenino, nella nostra Irpinia, viaggiava gente di ogni ceto sociale: commercianti, insegnanti, operai, studenti. Erano soprattutto quest’ultimi, i rappresentanti della futura classe professionistica della provincia, a godersi l’utilità del treno. Migliaia di ragazzi di ogni paese irpino si facevano trasportare nelle scuole superiori di Avellino: licei classici, scientifici, istituti tecnici per ragionieri e geometri, agrari e industriali nonché frequentatori di università allocate nel cuore di Napoli, per seguire corsi di laurea nella prima mattinata.
Il viaggiare sulle littorine degli anni trenta equivaleva al seguire corsi di storie personali tenuti da viaggiatori che non si facevano scrupoli a raccontare, senza offendere la suscettibilità o la tranquillità di chi ascoltava, le vicissitudini della loro vita, i fatti propri, i propri guai. Gente semplice, genuina, che si esaltava, si infervorava nell’esporre episodi e avvenimenti familiari di ogni genere. I contadini, soprattutto, nel consumare la colazione mattutina, composta di pane, frittata e formaggio pecorino, profetizzavano nell’annata, una buona raccolta di grano e castagne grazie alla complicità favorevole della primavera, che aveva già coperto i terreni dei primi abbozzi del cereale.
I meno attenti all’ascolto di cui sopra, erano i giocatori di carte. Il loro tavolo, solitamente, si componeva nella stazione ferroviaria di Nusco. Tra i tanti, il giovane Ciriaco De Mita, l’ing. Fierro di Montella, il Sottoscritto, (quindicenne, nelle vesti di riserva, quando si assentava qualche titolare) e, all’arrivo nella stazione di Montefalcione, Nicola Mancino. Uomini che, una decina di anni dopo, hanno rivestito incarichi governativi di primaria importanza. Mancino, esponente di spicco della Democrazia Cristiana, è stato Ministro dell’Interno (1993-1944), Presidente del Senato della Repubblica (XII e XIII legislatura) e Vicepresidente della Magistratura; Ciriaco De Mita, tutti sapete cosa abbia significato la sua presenza nel mondo politico italiano: “potentissimo”, per circa otto anni ha guidato la Segretaria Nazionale della Democrazia Cristiana, e vari Ministeri.
Oggi, il traffico pendolare si serve di treni che percorrono, sia la linea ad alta velocità, sia le linee tradizionali che garantiscono collegamenti comodi e frequenti tra le varie regioni del continente. Prodotto di punta, invece, è l‘offerta di Trenitalia, tra cui domina non soltanto il Frecciarossa e il Frecciargento ma, soprattutto, l’ITALO. Treni, per chi ha fretta d’arrivare nelle mete prefisse; treni, che fanno paura solo a guardarli. Autentici mostri che sfilano su binari speciali, di alta tecnologia, progettati per garantire la massima stabilità. Linee che si distinguono per l’ampio raggio di curvatura e pendenze ridotte, che mantengono velocità superiori a trecento Km/h.
Ma, il meglio deve ancora arrivare. Quanto prima, avremo sul mercato italiano, i treni francesi ad alta velocità (TGV e M, a due piani) che sfideranno gli italiani Italo e Trenitalia.
Il mio treno del cuore, però, resterà per sempre la Littorina.
Dobbiamo riconoscere che il fascismo, presente e pervasivo in Italia, ha rappresentato non solo un negativo regime politico, ma anche un sistema che mirava ad inquadrare e controllare ogni aspetto della vita pubblica e privata dei cittadini. Lui, Mussolini, con un ordine perentorio ai suoi giannizzeri, “Toglietemeli di torno”, aveva fatto fuori, nell’arco di tempo 1923-1938, Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Antonio Gramsci, Carlo e Nello Rosselli e Don Giovanni Minzoni, quest’ultimo considerato “gendarme nero al servizio del capitalismo”. Una fase leggera degli omicidi voluti dal Duce, quando il fascismo veniva considerato quale semplice associazione a delinquere agli ordini di un capo, che aveva conquistato il potere con “manganelli e olio di ricino.”
Era stato crudele con tanti, finanche con la moglie, Ida Dalser, e il figlio, Benitino, fatti morire, in perfetta salute mentale, in manicomi consenzienti.
Antonio Cella

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