Quando, nei primi anni cinquanta, ebbi sentore della pubblicazione di un libro  scritto da autore originario del mio paese, mi apprestai immediatamente ad ordinarlo al mio edicolante, non solo perché spinto dalla curiosità di entrare nel pensiero dell’autore, ma soprattutto perché leggere, per me, era ed è tuttora una salutare attività dello spirito.

Dovetti aspettare, però, un bel po’ prima di riceverlo. Attesa, ampiamente compensata dal piacere che provai quando l’ho avuto tra le mani.

Accordi e dissonanze di Onorio Ruotolo: un titolo che mi apparve con effetto cinematografico. Magico, direi. Ma, oltre al titolo, la cosa che mi sconvolse di più, fu il prezzo dello stesso, che troneggiava ai piè della quarta pagina di copertina: cinquecento lire! Una somma equivalente, per potere d’acquisto, a 10-15 euro attuali. Una somma enorme per un ragazzo di paese, figlio di famiglia numerosa e totalmente dipendente economicamente dalla improbabile generosità paterna.

“Cinquecento lire per un libro! L’ho sempre detto che a te manca qualche rotella nella testa!” Sentenziò mio padre.

Alla fine, fu mia zia a pagare per me.

C’è sempre una zia, un nonno o un parente, a te assai vicino, per risolvere le problematiche finanziarie dei nipoti. E’ cosi! Altrimenti non avrebbe senso l’esistenza nel vocabolario della lingua italiana del sostantivo “nepotismo”.

Benedette furono quelle cinquecento lire. Con esse, il mio povero papà, avrebbe potuto comprare, giustamente, due-tre quintali di patate, oppure beni e servizi di valore significativo come carne, pane, riso e, senza esagerazione, poteva essere parte preponderante di uno stipendio mensile di un operaio dell’epoca. E la canzone che Alberto Rabagliati cantava (“Se potessi avere mille lire al mese”) fa capire chiaramente quale valore avesse la lira in quel periodo.

Ma, a me, quei soldi, consentirono di appropriarmi di uno scrigno gravido di cultura. Una cultura diversa, nuova, che mi appassionò  a tal punto da tenermelo, anche di notte, sotto il cuscino del mio lettino.

Parlava di arte, di musica, di poesia e dell’amore immenso di un ragazzo verso il paese natio, di colui che gli aveva inculcato i primi rudimenti di vita e di arte. Si! Quel libro era una miniera di cultura. Commoventi i racconti di gioventù dell’autore, pregni di quell’armonia che ti rapisce il pensiero e ti conduce per mano verso sentieri irreali, irraggiungibili. Un terreno d’incontro, dove sentirsi libero e capire insieme che cos’è il bene, che cos’è la famiglia, che cos’è l’amore.

Onorio Ruotolo era figlio di madre Bagnolese. Il “papà”, invece, anch’egli irpino, era originario di Cervinara, ridente cittadina della piana del Taburno. Ed è lì che mi sono portato, qualche tempo fa, per contattare un suo parente, un lontano cugino, e anche per dare un’occhiata al monumento dei caduti firmato dal nostro scultore, architetto, pittore, saggista e, dulcis in fundo, anche poeta.

Il cugino Michele, già fotografo a New York nei tempi in cui Ruotolo acculturava nel tempio della “Leonard Art School” della metropoli americana, non solo i figli della Little Italy, ma anche gli appassionati d’arte di tutti gli States d’America. Il cugino, dicevo, mi spiegò con parole semplici la poliedrica figura e la “grandezza” di Onorio, partendo dalle persone che lo hanno plasmato, iniziato, tra cui Belisario Bucci, precettore e maestro di vita e di arte, che per primo intuì la propensione per l’arte del ragazzo (aveva 9 anni quando mamma Maria Concetta Caruso glielo affidò), favorendone lo sviluppo mentale, incoraggiandolo in ogni suo movimento verso la creazione di forme e di soggetti scultorei.

A lui, Ruotolo, dedicò il racconto esoterico in versi, l’Artista Innamorato” che ha quale protagonista occulto Michele Lenzi. Una poesia stupenda, da me trasposta in prosa (con l’aggiunta di ampie e fantastiche integrazioni) per meglio spiegare ai ragazzi di oggi che, ai tempi del nostro poeta, bastava una semplice scatola di cartone raccolta tra l’immondizia per far felice un ragazzino, libero di vivere la sua infanzia in un posto, dove la fruizione di una infinità di privilegi sono mera utopia per chi vive in città, sognando momenti di gloria lottando con sciabole di legno nella presa del castello normanno dei Cavaniglia (antica fortezza normanna, di recente restauro) che dalla collina della “Serra” affaccia sulla valle del fiume Calore.

Il paese, si sa, (qualunque esso sia), non ha porte stagne, né pareti psicologiche. Non ha barriere e confini spinati. E’ il posto dove con gli uccelli e gli scoiattoli dei boschi si è liberi di correre, di respirare, di sorridere. E chi ha avuto la fortuna di vivere lì la propria infanzia può ben capire, oggi, il valore della parola “libertà”, intesa nella concretezza della sua significazione.

Di quel periodo meraviglioso ci sono ricordi silenziosi, ancora vivi, importanti, che riflettono la concretezza della cultura paesana.

La grande produzione artistica del Ruotolo è difficilmente quantificabile. Consacrato, negli anni trenta, come uno dei migliori scultori del suo tempo, riversò, nei suoi lavori, nei suoi amori, nel suo odio tutto il suo sapere, imponendo all’arte una lenta e graduale evoluzione. Famosi sono i busti di Abramo Lincoln, di Lenin, di Verdi, di Toscanini, di Matteotti, di Einstein, di Edison, di Colombo, di Alighieri e Caruso. Essi, rappresentano, in modo superbo, virile (per non dire arrabbiato) la sua verità nei confronti di chi esprimeva disprezzo e xenofobia verso i nostri emigrati negli States. Odio che non finisce mai se si consideri che a tutt’oggi in America vengono abbattuti i monumenti di Cristoforo Colombo.

Anche il “Busto Imperiale”, raffigurato nel lavoro di Ruotolo (che insiste nel foyer del Metropolitan di New York, tempio mondiale della musica di un paese musicalmente spento) ha subito, più volte, lo scherno e il disprezzo degli yankees selvaggi d’oltre oceano. Busto che richiama, a tratti, la nobiltà e il potere di Roma su buona parte del globo terracqueo e, con evidenti, parallele allusioni, il dominio non solo di Caruso nel mondo del canto e della musica, ma anche su tutto ciò che possa essere oggetto di apprendimento e conoscenza della mente umana.

Oggi, com’è intuibile, le “cose americane”, (chiamiamole così) sotto il potere del mentecatto Trump (in senso attenuato) non sono per niente migliorate. Lui, tra gli anfratti della sua follia, chiederà, quanto prima, al Papa americano di “vendergli” il Vaticano, per poter colloquiare alla pari coll’Onnipotente. E non si fermerà qui! Chiederà, contestualmente, anche al francese Macron la cessione del Santuario di Lourdes, per farsi osannare  anche in Europa dai fedelissimi meloniani.

Antonio Cella

Condividi questo articolo

Commenti

Articoli correlati