La canzone di cui alla titolazione sopra evidenziata, non è nata nell’era di Sal Da Vinci, che in pochi mesi ha impastato di “rossetto e caffè” mezza Italia. Tutti, dal più vecchio al più giovane degli italiani, si è lasciato rapire piacevolmente dalla ritmica travolgente della musica e del testo ibrido italo-napoletano che, quanto prima, tirerà i remi in barca. Trattasi, invece, al pari dell’inno nazionale di Mameli, del capolavoro di Ennio Cannio e Nello Califano, rispettivamente musicista e paroliere de:
“ ‘O SURDATO ‘NNAMMURATO”.
Canzone, che nacque in guerra come repertorio militare (1915-1918), che esprimeva la nostalgia di un soldato per la sua donna lontana e che, nel fango delle trincee, ravvivava gli animi degli eroi della nostra Patria. Canzone appassionata e coinvolgente che arrivò alla notorietà mondiale, nonostante l’assenza di radio e giradischi, grazie ai versi che hanno catturato, nel tempo, l’attenzione di tantissimi interpreti.
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Staje luntana da stu core,
a te volo cu ‘o pensiero,
niente voglio e niente spero
ca tenerte sempe a fiancu a me
Sta sicura ‘e chistu ammore,
comm’io so’ sicuro ‘e te.
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Oje vita, oje vita mia
oje core ‘e chistu core,
si stata ‘o primmo ammore
e ‘o primmo e l’urdemo sarraje pe’ me.
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L’intento degli autori, quindi, era quello di dare una spinta al morale dei soldati impegnati al fronte. Da qui, la genesi di trascinare l’andamento di marcetta che caratterizza il brano. La metodica vuole che Canio abbia scritto la sequenza delle note nello stesso bar Gambrinus di Napoli (tutt’ora in attività) frequentato da parolieri napoletani del calibro di Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio, Ferdinando Russo, Ernesto Murolo e tanti altri.
Il testo, invece, come dinanzi accennato, evoca il senso struggente della lontananza dalla propria amata, rimanendo privo della retorica militaristica, tanto e vero che, per via del suo intrinseco pacifismo, la canzone fu messa al bando durante la dittatura fascista.
A rilanciare la stessa, ci pensarono, poi, i tifosi del Napoli. La eseguirono per la prima volta cinquanta anni fa, dopo aver assistito all’Olimpico di Roma alla partita vittoriosa con la squadra locale, speranzosi di mettere le mani e il cuore sulla vittoria dello scudetto fino ad allora impossibile.
Ho vissuto a Napoli per circa quarant’anni dove ho frequentato ambienti culturali e sportivi lontani dal fanatismo del napoletano verace che vive di solo calcio e, quando siede sugli scranni dello stadio della sua città non c’è cristo che possa frenare i suoi impulsi istintivi e irriflessivi, spesso violenti. Poi, però, anche lui si cheta, quando l’altoparlante dello speaker in cabina di comando dà vita al festeggiamento della vittoria, e diventa pacifico immediatamente, in armonia, con le decine di migliaia di suoi consimili per immergersi nel canto di OJE VITA, la vittoria.
E, vi garantisco che, per qualche istante, al suono di quella musica assai piacevole, anche il più duro degli avversari, si squaglia come neve di marzo.
Antonio Cella

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