Comincio da lontano apposta: dalla Spagna, poi dall’Italia, e arrivo solo alla fine a casa nostra, a Bagnoli Irpino e a tutta l’Irpinia. Non per allargare il discorso, ma per il motivo opposto. Certi meccanismi si vedono meglio su scala grande, e riconoscerli lì aiuta a notarli anche a casa nostra, dove sono più difficili da vedere perché ci siamo dentro. La tesi di fondo è semplice: i popoli non si muovono solo per calcolo economico. Si muovono anche per quello che sentono, spesso senza dirlo apertamente. Sotto la politica di superficie, fatta di leggi e bilanci, spesso c’è un livello più profondo, fatto di identità irrisolte, traumi non elaborati, un’idea di sé che una comunità accetta o rifiuta di guardare. Succede tra le grandi potenze come tra i piccoli comuni, il nostro compreso.

Prendo la Spagna non per esercizio accademico, ma perché è cronaca aperta. Nel novembre 2025 Junts per Catalunya ha rotto con il governo di Pedro Sánchez, lasciando ancora più fragile una maggioranza parlamentare già priva di numeri stabili. L’episodio più recente riguarda gli 862 minori migranti arrivati a Ceuta: agli inizi di agosto Junts, i cui sette deputati possono risultare decisivi per la maggioranza di Sánchez, minaccia di non votare con il governo se la Catalogna non viene esclusa dalla redistribuzione. Non è solo un dettaglio tecnico: entrano in gioco anche l’identità catalana e il conflitto mai risolto con Madrid, insieme a ragioni più concrete, come il peso già sostenuto in passato dalla Catalogna nell’accoglienza. Ed è proprio quando tecnica e identità si confondono così che il meccanismo di cui parlo si vede meglio. È l’ennesimo capitolo di una frattura aperta da quasi un decennio, dal referendum del 2017, e mostra quanto la Spagna tenga insieme, ogni giorno, identità interne che faticano a riconoscersi come un unico popolo.

L’Italia è l’esatto opposto: uno Stato coeso, ma segnato da un dato che non è neutro. Tra le grandi economie del G7 solo il Giappone ha una popolazione più anziana della nostra, e credo che un paese anziano tenda spesso a difendere quello che ha invece di rischiare per quello che potrebbe avere. Lo vedo anche nel nostro rapporto con il mare: pur al centro del Mediterraneo, lo trattiamo quasi solo come spiaggia estiva, non come opportunità. Tornerò su questo parlando di turismo in Irpinia. Per ora basti dire che Italia e Spagna discutono degli stessi temi, immigrazione, crescita, welfare, ma con un’idea di sé diversa: ecco perché il paragone, se resta in superficie, non spiega quasi nulla di nessuna delle due.

Su questo vale una frase di Hegel, spesso semplificata fino a diventare quasi uno slogan: «ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale». Non significa, per come la leggo io, che la realtà si possa ridurre a ciò che è immediatamente misurabile, né che numeri e interessi materiali siano irrilevanti. Significa, piuttosto, per come la leggo io, che ciò che appare in superficie non esaurisce necessariamente la realtà che abbiamo davanti. Ed è proprio qui che la frase mi interessa: guardando soltanto agli indicatori economici, oggi Italia e Spagna potrebbero sembrare più simili di quanto siano. Le loro traiettorie, invece, si comprendono anche guardando all’identità e alla storia delle rispettive comunità politiche, così come l’invecchiamento italiano non è soltanto un dato demografico, ma può incidere sul modo in cui un Paese percepisce il rischio e il cambiamento. È la stessa lente, cambiando solo la scala, che uso adesso per la nostra terra: l’Irpinia, e Bagnoli Irpino, il paese dove sto cercando di restare, o comunque di tornare.

Di spopolamento ho già scritto su queste pagine, raccontando il Rural Tour che con i ragazzi di Give Back ci ha portato proprio a casa nostra, tra l’hackathon Ruralthon e il policy lab Yes I Am. Non ripeto i numeri di base, chi mi legge su PT39 li conosce, e in un certo senso li vive: sono gli stessi numeri dei banchi che ogni anno si svuotano un po’ nelle scuole dove insegno, dei ragazzi che a volte mi dicono, con un filo di imbarazzo, che appena possono se ne andranno. Mi limito al dato più recente: nei comuni interni tra Salerno, Avellino e Benevento si sono persi quasi 16mila abitanti in cinque anni, il 2,6% della popolazione, con proiezioni che al 2050 parlano di un residente su cinque in meno tra Avellino e Benevento. Il punto, per chi come me qui è rimasto legato a questa terra, non è più quanti se ne vanno, ma perché continuiamo a raccontarci, prima ancora che a comportarci, come una terra che se ne va.

Del terremoto del 23 novembre 1980 non serve che ripeta qui la scheda, la magnitudo, i comuni colpiti, i morti: la conosciamo tutti, chi per averla vissuta e chi per averla sentita raccontare in casa, a Bagnoli come in tutta l’Alta Irpinia. Quello che si dice meno spesso è cosa quella notte ha lasciato sotto la superficie, oltre le macerie. Pochi sanno, per esempio, che proprio nel nostro territorio, vicino al lago di Laceno, il terreno si liquefece, mentre fratturazioni del suolo furono osservate lungo il lineamento tettonico Calaggio-Bagnoli-Croci di Acerno. Mi viene in mente quella che l’antropologo Ernesto De Martino chiamava crisi della presenza: il rischio di perdere la propria capacità di esserci nel mondo e di agire su di esso, fino a vedere minacciata la propria identità, tanto per una persona quanto per una comunità. E non è un caso che uno studio sulla resilienza dell’Alta Valle del Calore abbia scelto proprio Bagnoli, insieme a Cassano Irpino, Castelfranci e Montella, per capire come una comunità riesca a uscire, o non riesca a farlo del tutto, da un trauma di questa portata. Credo che quarantacinque anni non bastino a elaborarlo, e che quel trauma, insieme all’invecchiamento della popolazione, resti parte dello sfondo culturale e sociale in cui si inserisce lo spopolamento.

Letta con il solo occhio dell’economista, la crisi chiede una risposta ovvia: più fondi. Sono stati messi a disposizione 98,5 milioni di euro di risorse FESR per le strategie territoriali, tra mobilità, sanità e servizi digitali, con una logica simile a quella vista per l’Europa: pensare che basti colmare le lacune infrastrutturali e di servizi per invertire una tendenza. È necessario, ma non basta, e non lo dico solo io. Il Centro Dorso, dopo aver studiato sanità e welfare nelle aree interne irpine, è arrivato a una conclusione che condivido: senza servizi adeguati è difficile immaginare un rilancio demografico. Lo ha scritto in modo ancora più diretto Maria Laura Amendola su Orticalab: l’Alta Irpinia è area pilota della Strategia Nazionale per le Aree Interne dal 2013, ma quella governance, secondo lei, ha finito per amministrare il declino invece di invertirlo, distribuendo fondi per convenienza politica più che per una visione condivisa. La domanda che pone è la più semplice e la più giusta, e me la sento rivolgere anche a me, ogni giorno, tra i banchi: non quanti progetti sono stati finanziati, ma perché una persona dovrebbe scegliere di vivere in Alta Irpinia tra dieci anni.

Che il contesto conti più del solo finanziamento lo dimostrano due dati. Il primo è nazionale: secondo il Rapporto Montagne Italia 2025 di Uncem, tra il 2019 e il 2023 le aree montane italiane hanno guadagnato circa 100mila abitanti, oltre 64mila italiani, soprattutto giovani e artigiani tornati a riabitare borghi e riaprire scuole. Zone che, per marginalità geografica, ricordano in parte quelle irpine, eppure mostrano un risultato opposto: il dato dimostra il fenomeno, non la causa. La mia lettura è che a cambiare sia la percezione di un luogo, scelto invece che solo sopportato.

Il secondo riguarda l’Irpinia, ed è forse l’esempio più concreto di quello che ho detto sul rapporto tra patrimonio, attrattività e racconto di un territorio. Il 22° Rapporto Federculture, presentato a luglio 2026, dice che il turismo culturale genera da solo oltre 56 miliardi di euro l’anno in Italia, e che appena 1.024 comuni, il 13% del totale, concentrano il 63% di tutte le presenze turistiche del Paese. Avellino, secondo i dati Istat 2025 ripresi da un’inchiesta di Orticalab firmata da Maria Fioretti, resta tra le dieci province meno visitate d’Italia, pur avendo quasi tutti i suoi comuni ufficialmente riconosciuti a vocazione turistica. Il problema, scrive Fioretti, non è la mancanza di patrimonio ma la sua frammentazione: tante eccellenze isolate che non diventano mai un racconto unico. Non è una scorciatoia, e sarebbe un’illusione trattarla come tale: il turismo da solo non riporta nessuno a vivere stabilmente in un paese. Lo uso solo come esempio di una dinamica più larga: anche quando il patrimonio c’è, non basta possederlo, bisogna trasformarlo in una ragione per scegliere quel territorio. Per la sanità, il lavoro e la scuola, naturalmente, la questione è ancora più concreta.

Come per la Spagna e l’Italia, anche per l’Irpinia, e per Bagnoli, i numeri, i bandi, i piani strategici non bastano a spiegare la traiettoria. Conta cosa questo territorio crede di essere, ed è per questo che sono partito da lontano: perché la stessa dinamica, vista prima su scala grande, qui a casa si riconosce meglio, anche se costa di più ammetterlo. Amendola chiude il suo pezzo capovolgendo la domanda che per vent’anni ha guidato le politiche sulle aree interne: non più come le salviamo, ma cosa devono diventare. So che a molti suona come l’ennesima domanda al posto di una risposta: giustamente si vuole sapere come uscire dal declino, non un’altra spiegazione del perché ci siamo dentro. Non è un rinvio. Riconoscere cosa un territorio pensa di essere non è una diagnosi in più, è la prima mossa pratica: nessun fondo, nessuna sanità territoriale, nessun servizio regge su una comunità già convinta di essere spacciata.

C’è però un’obiezione più seria, e preferisco affrontarla piuttosto che scansarla: se un paese cambia davvero, il rischio è che quello che ne esce non sia più il paese che i suoi abitanti riconoscono, che salvarlo coincida con lo snaturarlo. Non risolvo la contraddizione del tutto, ma un punto è chiaro: conta chi decide, non il fatto in sé di cambiare. Un piano scritto altrove, pensato per attirare chi ancora non c’è, rischia di tradire chi già c’è. È qui che la paura di perdere l’identità diventa fondata. Una trasformazione scelta e guidata da chi ci vive, come nelle esperienze del Rural Tour e del Ruralthon, può aggiornare un luogo senza smettere di appartenergli. Non è una garanzia, è una direzione, ma è l’unica che non obbliga a scegliere tra restare fermi e sparire.

La mia convinzione è che l’Irpinia non giocherà il proprio destino sull’ennesimo bando, ma sulla capacità di cambiare l’immagine che ha di sé. Lo dico prima come uno che ci si è messo in gioco personalmente, e solo dopo come analista: nelle esperienze già raccontate, e in tutte le occasioni in cui sono i giovani, i miei studenti compresi, a rimettersi in movimento invece di aspettare che qualcun altro lo faccia per loro. Non bastano da sole, e nessuno le spaccia per un sostituto della sanità, del lavoro, della scuola, che restano le leve vere. Ma indicano una direzione verificabile, non solo sperata. Non lo dico per una formula: resto, e voglio tornare, perché in questi posti, dove la speranza sembra essersene andata, io continuo a vederne una possibile, ed è una speranza che si costruisce, non che si aspetta. Una casa non si misura solo con i dati: è anche un luogo del cuore, e va raccontata come tale. I popoli, grandi o piccoli, diventano quello che credono di poter essere. Vale per la Spagna, vale per l’Italia, e vale, ne sono convinto, anche per casa nostra.

Damiano Santoriello

Condividi questo articolo

Commenti

Articoli correlati