Dopo nove anni, al Laceno – in Campania – si torna a parlare di sci non come di un ricordo, ma come di una possibilità concreta. Sono terminati con esito positivo i collaudi degli impianti di risalita e la stazione irpina si prepara alla riapertura. Restano ancora da completare alcune opere civili e interventi sulle infrastrutture esistenti, ma il passaggio tecnico più importante è stato superato.
Per raccontare questa storia, però, fermarsi alla notizia della riapertura sarebbe riduttivo. Perché il Laceno non è soltanto una stazione sciistica che torna in funzione. È il racconto di cosa accade quando un territorio di montagna perde per quasi un decennio una delle infrastrutture intorno alle quali aveva costruito una parte importante della propria economia e della propria identità. Ed è anche il racconto di una scelta che, negli ultimi anni, ha fatto discutere.
Il comprensorio del Laceno, nel territorio di Bagnoli Irpino, è rimasto a lungo fuori dal circuito dello sci appenninico a causa della chiusura degli impianti e del complesso percorso necessario per la loro sostituzione.
Oggi il quadro è profondamente cambiato. Dopo il collaudo della seggiovia Settevalli sono arrivati anche quelli degli altri impianti. La prospettiva del ritorno dello sci nella prossima stagione invernale è quindi diventata concreta. Il Laceno rappresenta inoltre un caso particolare: è l’unico comprensorio della Campania strutturato per gli sport invernali e storicamente ha richiamato sciatori non soltanto dall’Irpinia, ma da una parte importante del Mezzogiorno. E proprio per questo nove anni di stop non sono stati semplicemente nove inverni senza seggiovie.
Sono stati nove anni nei quali un intero territorio ha dovuto fare i conti con l’assenza di una delle proprie principali attrazioni turistiche. Il progetto di ammodernamento degli impianti, però, non è stato accolto da tutti allo stesso modo. Negli anni non sono mancate polemiche e perplessità, legate soprattutto a una domanda che ormai riguarda molte stazioni dell’Appennino: ha ancora senso investire fortemente nello sci in un’epoca nella quale il cambiamento climatico rende gli inverni sempre più incerti?
È una domanda legittima. Le temperature medie stanno aumentando, le finestre di innevamento naturale diventano più irregolari e, soprattutto alle quote medio-basse, programmare una stagione sciistica è sempre più complesso. Da qui nasce una parte delle critiche rivolte agli investimenti nelle infrastrutture legate allo sci: il timore è quello di destinare ingenti risorse pubbliche a un modello turistico che rischia di diventare progressivamente più fragile.
Ma il caso Laceno mostra anche l’altra faccia della questione. Per Bagnoli Irpino gli impianti non sono soltanto un’infrastruttura sportiva. Sono una parte della storia turistica ed economica della località e la loro chiusura prolungata ha avuto conseguenze su attività, servizi e attrattività dell’intero territorio. La domanda, quindi, non è soltanto se abbia senso investire ancora nello sci. La domanda è come debbano essere utilizzati questi investimenti in una montagna che sta cambiando rapidamente.
Quando chiude un impianto di risalita, a fermarsi non è mai soltanto una fune. Dietro una stazione sciistica ci sono alberghi, ristoranti, bar, noleggi, scuole di sci, seconde case, lavoratori stagionali e attività commerciali che vivono almeno in parte del movimento generato dalla montagna. La riapertura del Laceno può quindi rappresentare un’opportunità economica importante per Bagnoli Irpino e per l’intera area.
Ma sarebbe probabilmente un errore pensare che basti riaccendere gli impianti per riportare indietro il tempo. In nove anni è cambiata la montagna. Sono cambiati i turisti, è cambiato il modo di vivere l’outdoor e, soprattutto, sono cambiati gli inverni. Il cambiamento climatico obbliga ormai le località appenniniche a mettere in discussione un modello costruito quasi esclusivamente intorno alla neve.
La vera sfida del Laceno comincia quindi proprio adesso. Uno degli elementi più interessanti del nuovo progetto riguarda proprio l’utilizzo degli impianti oltre la stagione invernale. La possibilità di utilizzare le seggiovie anche nei mesi senza neve può favorire l’escursionismo, il turismo outdoor e una frequentazione più ampia della montagna durante tutto l’anno. Ed è probabilmente questa la direzione più importante da osservare. Non rinunciare allo sci, ma smettere di considerarlo l’unica ragione per salire in montagna.
Un impianto può servire gli sciatori quando c’è neve, ma può diventare anche uno strumento per rendere più accessibile una rete di sentieri, favorire la frequentazione estiva e creare nuove opportunità per operatori e strutture ricettive. La montagna contemporanea ha bisogno sempre più di questo equilibrio. Il dibattito sul futuro delle stazioni appenniniche viene spesso ridotto a una contrapposizione troppo semplice. Da una parte chi difende lo sci. Dall’altra chi immagina una montagna completamente svincolata dagli impianti. Nella realtà la questione è molto più complessa.
Il Laceno possiede una storia legata allo sci che non può essere cancellata e la riapertura rappresenta inevitabilmente una buona notizia per un territorio che aspetta da quasi un decennio. Ma proprio perché sono trascorsi nove anni, questa ripartenza può diventare anche l’occasione per costruire qualcosa di diverso dal passato. Una stazione capace di vivere d’inverno, quando le condizioni lo permettono, ma anche durante primavera, estate e autunno. Una montagna nella quale gli impianti siano parte dell’offerta e non l’intera offerta.
Ed è probabilmente qui che si gioca anche la risposta alle polemiche degli ultimi anni. Se la riapertura dovesse tradursi soltanto nel tentativo di riproporre il modello sciistico di venti o trent’anni fa, le perplessità legate al cambiamento climatico sarebbero difficili da ignorare. Se invece gli impianti diventeranno una delle componenti di un progetto turistico più ampio, capace di funzionare tutto l’anno, il Laceno potrebbe rappresentare un interessante laboratorio per molte altre località appenniniche.
C’è infine un aspetto meno misurabile, ma probabilmente altrettanto importante. Per una comunità, vedere un’infrastruttura ferma per nove anni significa convivere continuamente con l’idea di qualcosa che non funziona più. Un impianto chiuso diventa rapidamente il simbolo di un’occasione perduta, di un territorio che fatica a ripartire. Per questo il completamento dei collaudi al Laceno ha un valore che va oltre lo sci. Significa restituire alla comunità la prospettiva che un ciclo possa finalmente chiudersi e che ne possa iniziare un altro.
Ora serviranno neve, gestione, programmazione, servizi e soprattutto la capacità di costruire un’offerta turistica credibile durante tutto l’anno. Perché il ritorno dello sci può essere un punto di partenza. Ma in un Appennino sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico, il futuro del Laceno non potrà dipendere soltanto dalla neve.
https://www.ildolomiti.it/altra-montagna/attualita/2026/in-irpinia-campania-lunico-comprensorio-sciistico-strutturato-per-gli-sport-invernali-si-prepara-alla-riapertura-ha-ancora-senso-scommettere-sullindustria-dello-sci
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